Lo status del cambiamento climatico e cosa bisogna fare

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17/10/2018 Attilio De Alberi 612

Ormai la scienza sul cambiamento climatico si è fatta sempre più precisa. A dimostrare ciò vale citare l’ultimo preoccupante rapporto dell’IPCC (Intergovernative l Panel on Climate Change – ‘Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico), che adotta oltre 6000 referenze scientifiche. Il rapporto è stato redatto da ben 91 autori da tutto il mondo, commissionati dai governi, e s’intitola “Global Warming di 1,5°” (‘Riscaldamento globale di 1,5°’).

Il messaggio lanciato dal panel dice chiaramente che fermare il riscaldamento globale è possibile e che bisogna farlo. Però bisogna muoversi in fretta ed è imperativo dismettere le fonti fossili, ed al più presto. Non dimentichiamo che, almeno ufficialmente, l’obiettivo dell’Accordo di Parigi era di fermare il sopradetto aumento di 2°.

Priyardarshi Shukla, co-presidente del gruppo di lavoro dell’IPCC ha dichiarato: ”Limitare il riscaldamento globale a 1,5° rispetto ai 2° ridurrebbe molti impatti gravi sugli ecosistemi, sulla salute umana e sul benessere, rendendo più facile il raggiungimento dei SDG (Sustainable Development Goals – ‘Obiettivi di Sviluppo Sostenibile’) delle Nazioni Unite”.

In pratica, il rispetto del parametro di 1,5° significherebbe meno carestie, meno povertà, meno migrazioni di massa, meno inondazioni, e meno rischi per la salute, anche se, avvertono gli scienziati, dobbiamo comunque subire le conseguenze negative di questo aumento di temperatura nei paesi in via di sviluppo, negli ecosistemi artici, nelle regioni aride del globo e nelle isole.

Ci sono anche delle scadenze: onde rimanere sotto la soglia di 1,5° bisognerà ridurre le emissioni globali nette di CO2, di circa il 45% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030, per poi raggiungere lo zero “netto” entro il 2050. E bisognerà anche rimuovere la “cattiva” CO2 (anidride carbonica) dall’atmosfera. Questo si potrà fare con l’interruzione della deforestazione e l’aumento di superfici boschive, ma anche con l’espansione della produzione energetica da biomasse, ma soprattutto con le cosiddette tecnologie di sequestro, stoccaggio ed impiego di CO2.

Secondo il rapporto dell’IPCC “consentire alla temperatura globale di superare anche temporaneamente 1,5°C significherebbe un maggiore affidamento sulle tecniche che rimuovono la CO2”. Viene però aggiunta una precisazione: “l’efficacia di tali tecniche non è dimostrata su larga scala e alcune potrebbero avere impatti negativi sullo sviluppo sostenibile”.

Se può rincuorarci, è da notare che quasi contemporaneamente all’uscita di queste conclusioni dell’IPCC, sono stati annunciati i nomi dei vincitori del Premio Nobel per l’Economia, quest’anno andati a William Nordhaus e Paul Romer, proprio per le loro proposte capaci di “combinare la crescita sostenibile a lungo termine dell’economia globale con il benessere della popolazione del pianeta”. In particolare, a William Nordhaus è stato riconosciuto il merito della proposta di attenuare le cause dei cambiamenti climatici.

Intanto, ultima notizia, Trump ha fatto un minimo cambiamento di rotta sul tema del riscaldamento globale: in un’intervista a CBS News, ha ammesso il fenomeno, però aggiungendo subito: “Ma non so se sia prodotto dall’uomo”, e mettendo in dubbio il lavoro degli scienziati. Secondo “The Donald” molti di questi “hanno una ricca agenda politica”.

Discute di tutto questo con Giuseppe Onufrio, Direttore di Grenpeace Italia, con sede a Roma. Secondo lui uno dei fattori chiave da prendere in considerazione è il semplice “fattore tempo”.

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L’INTERVISTA

Il primo commento sull’ultimo rapporto dell’IPCC?

Bisogna far notare che già nel testo finale dell’Accordo di Parigi del 2015, era citato l’obiettivo di un mantenere l’aumento di temperatura globale media sotto i 1,5°C. Oggi noi siamo già a 1° in più rispetto all’era pre-industriale. Il rapporto dell’IPCC su basa su una serie di studi probabilistici, e mostra l’impatto di un aumento della temperatura. Bisogna però fare una precisazione.

Quale?

Nella percezione di un individuo normale, mezzo grado è pressoché indistinguibile: se non viene misurato, nessuno se ne accorge. Ma qui stiamo parlando della temperatura globale media, e questo si traduce, per esempio, in un maggior numero di giornate a 35°-40°, a seconda della fascia climatica.

Quindi, alla fin fine, qual è il messaggio del rapporto IPCC?

Questo rapporto cerca di dire ai governi, per il quale il Panel lavora, che rispetto alla Conferenza di Parigi, dove l’obiettivo era di mantenere l’aumento della temperatura “ben al di sotto dei 2°C” e cercando di non superare i 1,5°C, che questa differenza è importante. Il rapporto esce ora perché a dicembre ci sarà la Conferenza delle Parti in Polonia, che, secondo il meccanismo deciso dalla Conferenza di Parigi, dovrà rivedere gli impegni dei governi.

Perché?

Perché già a Parigi i governi si presentarono con degli impegni volontari di riduzione delle emissioni, e già allora si disse che gli impegni erano insufficienti, rischiando di arrivare a 3°C di aumento. Quindi la comunità scientifica sta dando degli input alla politica per portare avanti in maniera più efficace questi impegni.

Ma in un sistema capitalistico, fino a che punto i governi hanno potere sulle compagnie che continuano ad emettere CO2 tramite l’uso di sostanze fossili?

Bisogna ricordare che in Europa ci sono state delle politiche di controllo a discapito delle fonti fossili. Lo stesso vale per la Cina il cui governo sta investendo molto per la promozione delle rinnovabili.

Beh, visto che si parla di Cina, questo sembra dimostrare che ci vuole comunque un governo forte per portare avanti questa politica.

In realtà è necessario fare un passo indietro e vedere cos’è successo in Europa ed in Italia. L’Europa si è posta degli obiettivi per le rinnovabili a suo tempo col “pacchetto 2020”, e questo ha spinto le politiche in molti Paesi come la Germania, la Spagna, i paesi scandinavi e l’Italia. Queste politiche e l’interesse produttivo della Cina hanno fatto sì che il prezzo industriale delle rinnovabili sia crollato.

Crollato fino a che punto?

A tal punto che i paesi con mercato elettrico liberalizzato che fanno aste al ribasso per l’energia elettrica vedono vincere sempre le rinnovabili.

Quindi cos’è che si può comunicare al decisore politico in questo contesto storico-economico?

Si può dire: esistono le tecnologie, esistono le risorse economiche, ma l’unica risorsa scarsa è il tempo. Questo perché gli scienziati ci dicono che noi raggiungeremo il 1,5° tra il 20130 ed il 2052, se si continuano le attuali politiche.

Qual è la posizione di Greenpeace?

Cerchiamo di essere attivi e di vedere il bicchiere come mezzo pieno: siamo attivisti e cerchiamo di spingere all’azione e di dare un messaggio positivo, ce la possiamo ancora fare. Il primo rapporto di Greenpeace uscì nel 1990, quindi sono quasi 30 anni che sbattiamo la testa contro il muro, però, al tempo stesso, si può dire che sono avvenute anche delle cose positive.

Per esempio?

Non c’è Trump che tenga perché i settori dell’energia rinnovabile hanno visto un grande aumento di investimenti sia da parte degli europei che dei cinesi. Nel vecchio sistema industriale dell’energia eravamo abituati a vedere innovazioni ogni 20 anni, mentre oggi ne vede ogni due anni.

Rimane comunque il problema grave della deforestazione…

Sì, questa è una battaglia continua, e qui è più difficile vedere il bicchiere mezzo pieno. La riforestazione è una misura importante non solo per ripulire l’aria dall’anidride carbonica, ma anche per mitigare altri inquinanti oltre a mantenere le riserve idriche. Ed è una misura a costi relativamente bassi e ad alto tasso di occupazione, quindi è, per così dire, una misura keynesiana con effetti benefici sull’ecosistema. Al tempo stesso va vista in maniera molto più complessa ed integrale.

In che senso?

Abbiamo bisogno di sviluppare politiche sia per la riduzione delle emissioni, ma anche per l’adattamento. Di fronte alle ondate di calore che hanno già provocato migliaia di morti, soprattutto tra la popolazione anziana, dovremmo ripensare completamente le politiche sulle città, che sono “macchie termiche” per la presenza del cemento e dall’asfalto. Quindi dovremmo aumentare di molto il verde nelle città, onde abbassarne la temperatura. E anche questa sarebbe una politica ad un costo relativamente basso. Aggiungerei che in termini di consapevolezza su questi temi, spesso i cittadini sono più avanti degli stessi politici.

Prima hai detto “Non c’è Trump che tenga”, però, che ci piaccia o no, questo personaggio rimane a capo della maggiore potenza economica del mondo, e quindi il suo negazionismo scientifico sul cambiamento climatico può essere preoccupante.

Innanzitutto si può parlare di un paradosso, se si considera che oltre la metà degli studi presi in esame dall’IPCC è di provenienza USA. E comunque rimane il fatto che Trump, al di là delle sue esternazioni, non riesce a fermare il cambiamento positivo.

Qualche dato a riguardo?

Le centrali a carbone continuano a chiudere, l’energia solare continua a costare sempre di meno, e, a settembre, il governatore della California Jerry Brown con altri leader ha promosso una conferenza americana sul clima, coinvolgendo stati, contee, città e corporation USA, tutti interessanti a spingere per una soluzione dei problemi climatici.

Stai quindi dicendo che le uscite di Trump hanno più valore verbale e demagogico che realmente politico?

No, lui ci prova. Basti pensare a chi sta mettendo nell’amministrazione: gente scettica come lui sul climate change. Quindi Trump, in realtà, contrariamente ad Obama, rischia di farci perdere tempo prezioso. Però a livello di mercato ci sono dei fenomeni che il governo USA non può controllare.

A questo si aggiunge l’esistenza di stati santuario proprio come la California.

La California è interessante, perché ha avuto, prima di Jerry Brown, un governatore repubblicano come Schwarzenegger. Stiamo parlando di uno stato col più alto tasso d’innovazione tecnologica e col più alto PIL pro capite, dove entrambi i partiti sul tema dicono la stessa cosa. Quindi qui non è una questione di destra o sinistra, ma di un salto di qualità della civiltà industriale. Magari a destra si può pensare più in termini tecnocratici, e a sinistra in termini più cooperativistici, ma l’obiettivo è lo stesso.

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Che dire dell’ultimissima uscita di Trump, in cui ammette il climate change, ma dubita la responsabilità umana?

Che è smentito dalla scienza del clima: il contributo umano e i contributi naturali oggi sono calcolati con grande precisione, grazie in buona parte alla produzione scientifica che, ripeto, è in buona misura statunitense.

C’è poi il problema dell’Africa, dove, a quanto pare, il fenomeno siccità, legato al cambiamento climatico, fa più morti delle carestie.

L’Europa ha approvato un piano di investimenti sulle fonti rinnovabili per l’Africa sub-Sahariana di oltre 40 miliardi. Dobbiamo poi capire che oggi “aiutarli a casa loro” significa aiutarli ad avere l’acqua, fare impianti per desalinizzare l’acqua, dar loro elettricità da fonti rinnovabili. L’Africa, in linea teorica, potrebbe esportare energia solare in tutto il mondo. La politica, invece di spaventare la gente ed aizzarla contro i migranti, dovrebbe aiutare a gestire la situazione, anche intervenendo in loco. Ci sono degli studi scientifici che addirittura collegano la riduzione delle piogge con l’aumento dei conflitti locali. E’ chiaro che ci sono anche altri fattori etnici, tribali e religiosi, ma se a questo aggiungiamo anche quelli climatici è chiaro che ci troviamo di fronte ad un disastro di proporzioni bibliche. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, il numero di persone che scappano dall’Africa per eventi legati al clima e ai disastri ambientali è quasi tre volte tanto quello di coloro che scappano per le guerre.

Qualche commento sulla grande vittoria dei Verdi in Bavaria?

Come Greenpeace non commentiamo in genere risultati elettorali. Speriamo solo che questo voto davvero spinga le politiche climatiche in Germania, che ha avuto un appannamento di recente. E invece mai come adesso c’è un grande bisogno dell’iniziativa tedesca ed europea per la battaglia sul clima globale.

 

[foto copertina: Nasa.gov]

 

 

 

 

 

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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