Il massacro di Gaza nel contesto mediorientale

Pubblicato il 16 May 2018 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 8 minuti | 907
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Dopo settimane di tiro al piccione da parte dell’esercito israeliano nei confronti dei manifestanti palestinesi sulla linea di Gaza, si è arrivati al massacro di 59 persone in un giorno molto particolare e, ovviamente non casuale: l’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme, alla presenza di Ivanka Trump e del marito Jared Kushner, insieme all’ambasciatore americano David Friedman, ebreo di estrema destra, noto per aver appoggiato da anni gli insediamenti di coloni israeliani nei territori palestinesi occupati.

 

E non è un caso che in questi giorni si celebri il 70esimo anniversario della nascita dello stato ebraico nel 1948, e specularmente, la nakba, l’esodo del popolo palestinese.

La reazione internazionale è stata molto forte, a partire da quella del presidente turco Erdogan, che ha voluto elevarsi a super-paladino della causa palestinese, magari anche per suoi fini politici e strategici.

Ma al di là dei tragici eventi sulla striscia di Gaza e della possibilità di un’ennesima intifada, due cose appaiono certe: l’ormai totale stallo nel processo di rappacificazione tra Israele ed i palestinesi, ed il rafforzarsi dell’alleanza USA-Israele, particolarmente in funzione anti-iraniana. Alleanza alla quale fa ormai parte, a titolo pieno, l’Arabia Saudita (che tra l’altro ha recentemente riconosciuto ufficialmente Israele), competitor numero uno dell’Iran nello scacchiere mediorientale. E chiaramente l’irresponsabile uscita dall’accordo sul nucleare con Teheran da parte di “The Donald” non fa che consolidare tale alleanza.

Discute di questo con YOUng Vittorio Emanuele Parsi, docente e direttore dell’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, autore del recente volume “Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale” (Il Mulino, 2018).

Israele accusa Hamas di essere dietro la pesante manifestazione dell’altro giorno a Gaza, mentre secondo altre fonti è un moto per lo più spontaneo.

Che Hamas possa aver avuto un interesse in tutto questo è verosimile, ma rimane il fatto che la situazione a Gaza rimane notoriamente drammatica sotto molti aspetti e che, in particolare, lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme è stato visto da molti come un insulto al diritto internazionale ed alla storia. Onestamente non credo in un complotto.

Il recente accordo tra Hamas e l’Autorità Palestinese è operativo oppure c’è ancora una divisione tra queste due entità politiche?

Più che di accordo si può parlare in realtà di un annuncio di accordo. Abu Mazen è ormai un leader vecchio e debole, mentre Hamas è tuttora considerata una formazione terroristica. Un vero accordo non è per ora verosimile.

Fra le tante critiche mosse a Trump, oltre a quella di aver spostato l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, è quella di non fare nulla in direzione di un potenziale accordo tra Israele e i palestinesi.

No, non ha fatto proprio nulla. E obiettivamente, non è che le previe amministrazioni abbiano fatto molto in tale contesto. Poi, la recente uscita dall’accordo nucleare con l’Iran è una chiara mossa a favore di Israele.

Come si può descrivere la strategia di Trump?

Da un lato vuole sancire un nuovo equilibrio mediorientale nel quale l’Iran vada a perdere tutti i vantaggi strategici acquisiti negli ultimi anni, anche grazie al supporto verso Assad ed Hezbollah, e dall’altro vuole sancire una nuova leadership congiunta saudita-israeliana. Gli israeliani sono una potenza, ma da soli non possono essere egemoni, mentre l’Arabia Saudita può esserlo.

E’ da un po’ di tempo ormai che l’Arabia Saudita sta lavorando in questa direzione.

Sì e questo spiega il riarmo, la politica verso il Quatar e la guerra in Yemen.

E la questione palestinese?

I palestinesi in tutto questo non c’entrano niente. Se gli americani, gli israeliani ed i sauditi stanno dietro a questo piano, chi è che solleva la questione palestinese?

Tra le varie reazioni a livello internazionale di fronte al massacro di Gaza, quale l’ha colpita di più?

Quella della Germania che ha chiesto un’indagine indipendente sui fatti: questo è un chiaro segnale di dissenso, considerando il particolare rapporto tra Germania ed Israele per noti motivi storici.

E l’Europa in generale?

Dovrebbe farsi sentire. L’UE, essendo una potenza media, rispetto agli altri interlocutori, ha un interesse nel rafforzamento del diritto delle istituzioni internazionali. La nostra capacità d’influenza cresce in un sistema regolato e decresce in un sistema dove si applicano la forza e la violenza. Le potenze maggiori invece, dagli USA alla Cina passando per la Russia, hanno sempre due opzioni: rispetto delle istituzioni e delle norme e l’uso della forza.

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Intanto l’uscita più pesante dopo l’eccidio di Gaza è stata quella di Erdogan.

Erdogan è in una triangolazione che fa perno sulla Russia: Iran, Turchia e Russia, appunto.

E cosa sta avendo in cambio?

A parte il nullaosta nel cercare di far fuori i curdi, c’è la sua effettività nella candidatura a protettore dei sunniti in Siria, e più complessivamente dei sunniti nel Medio Oriente. E’ questo che ha ottenuto dalla Russia.

Quindi, in questo contesto ha assunto una posizione quasi superiore rispetto all’Arabia Saudita?

Sì, perché i sauditi con tutto il casino che hanno fatto in Iraq, in Siria ed anche in Afghanistan non hanno cavato un ragno dal buco. In pratica, come potenza protettrice dei sunniti, la monarchia saudita ha fallito. D’altra parte, se vuoi essere il faro dei sunniti non puoi al tempo stesso essere amico stretto d’Israele. Anche perché la politica di Netanyahu, al di là del tiro al piccione su gente inerme a Gaza, è stata finora molto negativa.

In che senso?

Penso alla politica degli insediamenti ed alla negazione del processo di pace. Tutte queste cose danno spazio ad una figura come Erdogan, anche se costui non è esattamente un campione di democrazia. Bisogna anche aggiungere che i leader di questa alleanza USA-Israele-Arabia Saudita soffrono di una loro instabilità domestica.

Specificatamente?

A parte il Russiagate e gli altri scandali sulla testa di Trump, Netanyahu è sottoposto a ben tre inchieste per corruzione, e Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita, sta facendo una cosa molto delicata.

Quale?

Sta spostando l’equilibrio interno del regime, riducendo il potere del clero wahabita. Ma non è esattamente un modernizzatore.

Quindi cosa c’è dietro?

Ha un piano per cambiare le fonti di reddito per l’Arabia Saudita, nella prospettiva dell’esaurimento del petrolio, con lo scopo di permettere a tutti i principi del regime di continuare a guadagnare.

E a livello internazionale qual è la sua strategia?

Deve allinearsi con gli Stati Uniti contro l’Iran, visto che gli USA sotto Trump vedono l’Iran come sponsor del terrorismo, anche se questa è una bufala. E’ un modo per cancellare l’immagine dell’Arabia Saudita come il paese che ha finanziato la peggior feccia, da al-Qaeda all’ISIS, e posizionarsi come “buoni vecchi arabi”. Anche la nuova politica nei confronti delle donne, che ora possono guidare un’auto ed andare al cinema, è un modo per distinguersi dalla Repubblica Islamica iraniana.

Ma ora, a parte il conflitto a colpi di missile tra Israele e la Siria, con il chiaro obiettivo di colpire le forze iraniane alleate di Assad, esiste veramente un pericolo di una guerra tra lo stato ebraico e l’Iran?

Il rischio c’è perché la coalizione interna all’Iran è molto frammentata. Il premier Rohani sta cercando di far evolvere il paese, ma al tempo stesso tutto quello che riaccende la tensione da forza ai pasdaran più conservatori e meno moderati. Sia i pasdaran che Netanyahu giocano sull’orlo di un burrone. Rimane il fatto che sia Israele e l’Arabia Saudita da un lato, e l’Iran dall’altro, percepiscono gli altri come una minaccia esistenziale. Che sia vero o no, agiscono sulla base di questa logica.

E gli americani e i russi cosa possono fare?

Questi non controllano questi attori nel quadro mediorientale. C’è il rischio dell’intrappolamento.

Ossia?

E’ un rischio tipico delle alleanze internazionali, per cui l’alleato maggiore assume delle scelte prese dall’alleato minore, perché quest’ultimo sa di avere le spalle coperte. Basti pensare alle alleanze nel 1914, prima dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, come quella tra Serbia e Russia in opposizione a quella tra impero austro-ungarico e Germania. In pratica, c’è il pericolo che gli alleati minori facciano qualche stupidaggine, e finiscano per intrappolare gli alleati maggiori. E in questo momento particolare, chiaramente, Trump sta alimentando l’arroganza di Israele.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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