Speranza e dubbi dell’accordo Fatah-Hamas

Ottobre 16, 2017
Attilio De Alberi
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Negli ultimi giorni si è assistito a un grosso passo avanti nell’ennesimo tentativo di riconciliazione tra al-Fatah e Hamas, che comprende anche una riunificazione politico-amministrativa, sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, di Gaza con la Cisgiordania.

Il premier dell’ANP Rami Hamdallah è andato in visita ufficiale a Gaza dove ha tenuto una seduta del suo governo – la prima da due anni – e ha annunciato che i suoi ministri avrebbero assunto la gestione amministrativa della Striscia. Praticamente ad Hamas rimarrebbe in mano soltanto il Ministero degli Interni.

L’accordo definitivo è stato appena siglato, alla fine della settimana scorsa, al Cairo, presso il quartier generale dei servizi segreti egiziani, e prevede l’arrivo di 3000 poliziotti dell’ANP a Gaza e la presa di controllo della striscia a partire dal 1° dicembre.

Dietro questo tentativo c’è anche l’intento di far risollevare, anche grazie a donazioni straniere, la situazione economica, sociale e sanitaria della Striscia. Gaza è in ginocchio: non solo ha il più alto tasso di disoccupazione al mondo, ma enormi problemi per ciò che riguarda la fornitura di acqua ed elettricità, oltre che alla diffusione di malattie tra la popolazione.

Rimane tuttora sul tavolo un contenzioso non da poco: lo scioglimento, voluto da al-Fatah, delle Brigate Ezzedin al Quassam, il braccio armato di Hamas. Gli islamisti si oppongono a questo, mentre Abu Mazen, il presidente dell’ANP, ha dichiarato che a Gaza non saranno tollerate armi illegali. Alla fin fine il nodo principale rimane appunto il controllo militare di Gaza.

Bisognerà vedere se questa trattativa, dietro alla quale c’è il vistoso zampino dell’Egitto di al-Sisi, e che ha stimolato una reazione pubblica da parte di Netanyahu, concentrato soprattutto nella demilitarizzazione di Hamas, avrà un successo duraturo, visto il record di fallimenti passati. Il più recente e clamoroso rimane quello del 2014, laddove gli accordi firmati tra le due parti non portarono ad alcuna implementazione operativa.

Discute di questo Mark LeVine, professore di Storia presso l’University of Southern California a Irvine, ed esperto della questione palestinese. La sua visione è piuttosto pessimista, soprattutto nel contesto dei rapporti di forza tra i palestinesi e lo stato d’Israele.

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L’INTERVISTA:

Rispetto ai previ tentativi di una rappacificazione tra al-Fatah e Hamas questo le pare più solido?

Non cerdo, perché praticamente questo accordo, se portato fino in fondo, implicherebbe la fine di Hamas come forza politica-militare.

Ma in realtà Hamas non ha mostrato una grande capacità nel governare fin da quando ha preso il controllo della striscia di Gaza.

No, e infatti la sua è stata più una forza di occupazione, per giunta corrotta, che non ha saputo gestire civilmente la Striscia: è più nota per le detenzioni, per la repressione, che per la sua capacità amministrativa. Questo è in ampio contrasto con quello che ha saputo fare, per esempio, Hezbollah con la comunità palestinese nel sud del Libano.

Infatti uno degli ostacoli è proprio la problematica legata allo scioglimento delle Brigate Ezzedin al Quassam.

Sì, perché lo scioglimento di queste brigate renderebbe Hamas una forza praticamente irrilevante, soprattutto per ciò che riguarda l’opposizione all’espansionismo stile apartheid di Israele.

Ma questo nuovo tentativo di stabilire un’unità viene visto anche come un passo avanti per la causa palestinese.

Realisticamente parlando, nulla, in questo momento storico, può rendere i palestinesi e la loro causa più forti di fronte al potere e all’arroganza degli israeliani.

Perché?

Semplicemente perché è troppo tardi e non c’è nulla che i palestinesi possono fare per opporre resistenza ad Israele.

Quindi si parla di uno stallo totale?

Da un certo punto di vista non si può parlare di stallo, visto che Israele procede bene e tranquillamente con i suoi piani di colonizzazione della Cisgiordania, al tempo stesso lentamente, ma sicuramente, smantellando ciò che rimane della resistenza palestinese.

E con l’amministrazione Trump le cose sono peggiorate?

Non so fino a che punto questo si può dire. Sì, il nuovo ambasciatore USA in Israele afferma che secondo lui le colonie israeliane in Cisgiordania non sono “territori occupati”, ma retrospettivamente non è che Obama abbia fatto più di tanto, operativamente, a favore della causa palestinese. Il governo americano, in pratica, continua a dare soldi e armi ad Israele.

Cosa dire del pesante coinvolgimento dell’Egitto di al-Sisi in questa nuova trattativa al Fatah-Hamas?

Bisogna ricordare che gli egiziani e gli israeliani hanno lavorato assieme negli ultimi 10 anni – ora Al-Sisi e Netanyahu si parlano regolarmente – e il presente governo egiziano nutre di una forte avversità nei riguardi di Hamas, visto come un’estensione della Fratellanza Mussulmana e ha praticamente sigillato la frontiera sud di Gaza.

Quindi, al di là della retorica ufficiale, questo accordo è forse un tentativo di appeasement nei confronti di Israele?

Sì, perché dietro il tentativo di rinnovata unità tra le due fazioni palestinesi c’è anche il tentativo di de-militarizzare Hamas, visto che ciò che continua a differenziarla dall’Autorità Palestinese è la sua volontà e capacità di opporre ad Israele una qualche forma di opposizione armata.

Ma alla fin fine c’è qualcosa di nuovo in queste trattative?

Ripeto, si cerca di raggiungere una forma di “evirazione” di Hamas, nel senso che rappresenterebbe la fine del suo ruolo nella politica palestinese com’è attualmente configurato. Potrebbe però sempre operare in un ruolo di resistenza puramente civile.

Ma ci sono delle resistenze al suo interno verso questo nuovo sviluppo.

Sì, e infatti gli elementi che si oppongono a questo nuovo ruolo più pacifico potrebbero muoversi verso posizioni oltranziste vicine ad al-Quaeda o a DAESH.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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