I problemi nella partita a ping-pong tra USA e Corea del Nord

Maggio 18, 2018
Attilio De Alberi
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Donald Trump è molto orgoglioso del fatto che qualcuno pensi a lui come un candidato al Premio Nobel per la pace. L’ideona era stata lanciata dal leader Moon Jae-in di fronte ai passi in avanti, in realtà fatti soprattutto grazie a lui, ma attribuiti anche alla Casa Bianca, verso un accordo con la Corea del Nord.

Però non c’è solo la spinosa questione coreana nella vasta gamma delle problematiche a livello internazionale.

Basti pensare al ritiro dell’accordo sul nucleare con l’Iran, con il quale “The Donald” ha capovolto la politica di rappacificazione inaugurata dall’amministrazione Obama. Il presidente moderato iraniano se ne appena uscito con una battuta sulla decisione americana: l’insistente “iranofobia” dovrebbe esser sostituita dalla “trumpfobia”.

Inevitabilmente bisogna aggiungere alle iniziative “pacifiche” di Trump quella di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, che mostra un totale supporto ad Israele, in un quadro mediorientale dove, oltre al totale stallo di un accordo duraturo con i palestinesi, bisogna aggiungere un potenziale conflitto con l’Iran. E oltre alle dimostrazioni a Gaza con l’orrido massacro coinciso con l’inaugurazione dell’ambasciata da parte della diletta figlia Ivanka, bisogna registrare tutta una serie di minacce lanciate da tutte le varie organizzazioni jihadiste, da al-Qaeda all’ISIS che hanno fatto seguito all’evento.

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Poi, magari per controbilanciare le accuse a Trump relative al Russiagate, proprio in questi giorni il presidente USA se l’è presa con i russi, incaricando la sua amministrazione gli eventuali responsabili della violazione da parte di Mosca del Trattato sui missili a corto e medio raggio, e di sottoporgli un nuovo pacchetto di sanzioni. Tutto questo come se il chiaro “accerchiamento” dell’orso russo via NATO e l’espulsione di 60 diplomatici dopo il caso Skripal non bastasse a distruggere l’equilibrio raggiunto con la fine della Prima Guerra Fredda.

E, se vogliamo, possiamo aggiungere a questo inquietante calderone la politica trumpiana nei confronti di Cuba, laddove si è fatto un grave passo indietro rispetto alla politica di rappacificazione di Obama, e le continue minacce rivolte al governo di Maduro in Venezuela.

Ma al di là della valutazione circa l’idoneità della candidatura di Trump al Premio Nobel per la Pace, che se vista nel retroscena della sua politica internazionale nel suo complesso sembra quasi, e più che mai, una barzelletta, vale la pena concentrarsi proprio sulle trattative tra gli USA ed il regime del giovane dittatore nord coreano Kim Jong-un, che dovrebbero condurre ad un suo incontro con il presidente USA tra poche settimane a Singapore.

Infatti, proprio negli ultimi giorni, si è avuta una battuta d’arresto nel processo diplomatico grazie all’infelice uscita di John Bolton, il ben noto falco recentemente nominato da Trump a Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Costui ha voluto fare un paragone tra la Libia e la Corea del Nord, entrambi, un tempo, nella lista dei cosiddetti “stati canaglia” insieme all’Iran, e Cuba, affermando che ciò che si fece con Gheddafi si dovrebbe fare anche con Kim Jong-un, ossia spingerlo alla denuclearizzazione. E questo ha preoccupato non poco il leader nord coreano, che si è chiesto se non rischia di fare la stessa fine di quello libico. Come ben sappiamo, pur essendo riusciti gli USA nel loro intento, poi il paese nordafricano venne attaccato, e Gheddafi, oltre ad essere spodestato, venne pure brutalmente ucciso.

Tale preoccupazione va ben oltre quella nei riguardi dell’esercitazione militare congiunta delle forze USA e sud coreane dei giorni scorsi. Anche perché, in un recente incontro tra il Segretario di Stato americano Mike Pompeo e Kin Jong-un, quest’ultimo aveva detto ufficialmente che era pronto a chiudere un occhio di fronte a queste manovre, comunque già pianificate da tempo e a scopo puramente difensivo. Poco dopo l’ultima visita di Pompeo a Pyongyang, il leader nord coreano ha contraddetto quest’attitudine conciliatoria, criticando l’esercitazione, e come “riparazione” ha ottenuto che ne venissero esentati i B-52.

Ma in realtà è stata la dichiarazione di Bolton a fargli venire il sangue alla testa. Poi Trump si è in qualche modo scusato per l’uscita del suo consigliere, ma ormai il danno è stato fatto, e ci si chiede se l’incontro a Singapore avrà luogo, e, comunque, anche qualora dovesse venire confermato, se porterà ad un accordo operativo e duraturo.

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Comunque c’è anche un’altra questione in ballo. Trump, tra le sue continue dichiarazioni, ne ha fatto anche una “carina” sul futuro economico del Nord Corea promettendo, una volta che si sarà giunti ad un accordo, aiuti ed iniziative volte a far rinascere il paese asiatico.

Ed è qui che, come si suol dire, casca l’asino: cosa si aspetta Trump?
Forse la riunificazione dell’intera Corea, separata in due stati dalla fine della guerra nel 1953? La fine del regime comunista? Senz’altro farebbe molto comodo agli USA se ci fosse una riunificazione sotto il suo controllo, un po’ come quella tra la Germania Ovest e quella dell’Est alla fine della Prima Guerra Fredda. E, dettaglio non trascurabile, si fa notare che in questo modo, la sfera d’influenza USA arriverebbe, magari anche dal punto di vista militare, fino ai confini nord-orientali della Cina, il grande nemico-amico di Washington.

Quasi superfluo osservare che l’idea di un regime change non vada proprio a genio a Kim Jong-un che anzi, idealmente, sogna semmai una riunificazione più Vietnam style, laddove il regime comunista di Hanoi, una volta partite le truppe americane, prese il controllo del sud, cambiando pure ufficialmente il nome di Saigon in Ho Chi Minh City. Chiaramente si parla di un sogno. Il massimo a cui si può realisticamente mirare nella tribolata penisola è l’affermarsi di un clima di conciliazione a tutti i livelli, accompagnata anche, idealmente, dalla chiusura delle basi militari USA, presenti a sud della storica DMZ (Demilitarized Zone) sul 38° parallelo ormai da più di sessant’anni.

Fatte tutte queste considerazioni, bisogna ammettere che nella questione coreana Donald Trump ha cambiato molto la sua attitudine. Dopo aver bollato Kim Jong-un come “la creatura da Pyongyang e rocket man”, si è poi dato una calmata, anche visti i grandi progressi fatti nel dialogo tra le due Coree, culminati nello storico incontro sulla DMZ. Ammesso che l’incontro al vertice di Singapore a giugno abbia veramente luogo dopo gli ultimi bisticci, l’America potrebbe portare a casa qualche successo: non necessariamente la denuclearizzazione alla quale mira “The Donald”, ma almeno un controllo sull’uso dei missili coi quali Kim Jong-un recentemente piace tanto “giocare”. Al tempo stesso Trump, coerentemente con il suo stile, ha già dichiarato che se le cose non dovessero in qualche modo andare come vuole lui, potrebbero uscire dal meeting tout court.

Ma com’è stato fatto notare da certi analisti, a parte l’imprevedibilità umorale di Trump per il quale, tra l’altro, la miglior difesa rimane sempre l’attacco, la diplomazia dell’ex star dello show televisivo The Apprentice potrebbe essere descritta come diplotainment, unione delle due parole diplomacy ed entertainment (divertimento). Quello che conta per Trump, si fa notare, non è la sostanza, ma, appunto, lo show. Nel suo patologico narcisismo – interpretabile en passant come segno di essenziale insicurezza – quello che conta di più è fare impressione sugli altri, per poi subito auto-lodarsi a manetta.

Naturalmente, per par condicio, non si può non far notare come anche Kim Jong-un non sia da meno nella spettacolarità esagerata delle sue scelte. Esiste una forma di specularità tra i due personaggi, ma forse il giovane dittatore, nella sua relativa debolezza di fronte al gigante nordamericano, a modo suo, è più furbo e più strategico.

E a tutto questo bisogna forse aggiungere un altro inquietante elemento, ormai una costante della sua politica a livello internazionale. Tutte le sue mosse hanno anche un’altra funzione: servono come “armi di distrazione di massa” di fronte a tutti i suoi guai domestici (dal Russiagate, al caso Cohen, per citarne solo due) che continuano a mettere a repentaglio la sua eccentrica presidenza.

Come sempre, per chi vuole sollazzarsi con un po’ di satira politica, ecco due video sui recenti episodi di The Daily Show e di Late Night with Seth Meyers.

 

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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