Mussolini il comunista: capitolo 3

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13/02/2018 Pierluigi Sandonnini 817

III

Comanderà il proletariato, come predisse Lenin*

*“Kiel anta?diris Lenino, la proletaro regos”

Mussolini studia l’esperanto, considerato una forma di lotta contro lo sciovinismo linguistico, ostacolo all’avvento del socialismo mondiale (grazie alla giunta comunale socialista, nel 1J22 in una scuola elementare di Milano si sperimenta l’insegnamento della “lingua universale” ai bambini). Non sa, invece, una sola parola di russo. Per questo, quando nell’estate del 1J22 decide di partire per Mosca, per andare a imparare dai bolscevichi come si fa una rivoluzione, porta con sé un compagno di partito che ne mastica un po’. Eccoli allora dirigersi in Svizzera, dove sanno di poter trovare un “aggancio” per raggiungere l’Unione Sovietica.

Mussolini e il suo compagno di viaggio non sono gli unici tra i comunisti, a quei tempi, a voler andare nel paese dove la rivoluzione socialista è già avvenuta. Si calcola che dal 1J22 al 1J28 siano almeno seicento. Di questi, pochi fanno ritorno in Italia. Pur essendo autentici comunisti (anzi, forse proprio per questo), duecentocinquanta saranno fucilati o moriranno di stenti nei gulag durante la feroce repressione staliniana. A Mussolini va meglio. Dopo avere avuto un fugace incontro con Zinov’ev, il quale si complimenta con lui e lo incita a fomentare in Italia l’unione di tutte le forze del proletariato, condannando senza appello la frazione socialista e socialdemocratica, riesce a fare ritorno in patria.

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Zinov’ev non è un tipo facile con cui trattare, comunque, e poco ci manca che Mussolini venga “trattenuto” contro la sua volontà in Unione Sovietica. Cosa che per lui sarebbe molto spiacevole. Prima di tutto, perché ha fretta di tornare in Italia per fare la rivoluzione. Poi, perché l’estate sta per finire e l’inverno russo (che inizia già a ottobre) lo preoccupa non poco. La visita a Mosca di uno dei capi del comunismo italiano occupa un trafiletto sulla Pravda.
La prima cosa che Zinov’ev chiede a Mussolini è se ha contatti con Bordiga, ancora a capo del Partito comunista italiano. “Sì, non potrebbe essere altrimenti”, risponde lui con l’aiuto dell’interprete.
“Condivide il suo orientamento?”, domanda poi il capo politico sovietico.
“Io sono per la rivoluzione bolscevica”, risponde astutamente Mussolini.
“Non si farà dettare la linea da quel ciarlatano” (qualche anno più tardi, i toni nei confronti di Bordiga sarebbero stati ben peggiori), afferma Zinov’ev.
“Non mi faccio dettare alcunché da chicchessia”, risponde risoluto Mussolini.
“Torni in Italia e lo destituisca”, gli intima Zinov’ev. “Assuma lei la dirigenza del partito!”.
Proprio come gli aveva predetto, in sogno, l’anima della bolscevica Vèra!
“E Gramsci?”, chiede Mussolini. A giugno di quello stesso anno anche lui è stato a Mosca.
“È un uomo di pensiero, mentre lei, Mussolini, è un uomo d’azione. Dunque, agisca…”, insiste il russo.
Quando, però, chiede di poter incontrare Lenin, si sente rispondere:
“È malato, non può vedere nessuno”.
Così riparte per l’Italia, stavolta passando per la Francia. Un viaggio lungo ed estenuante, effettuato con vari mezzi di trasporto: treno, auto, persino un cavallo (Mussolini, non va dimenticato, è un provetto cavallerizzo).

Appena rientrato fa tappa a Cavriago, vicino a Reggio Emilia, dove si stanno concentrando le forze delle rivoluzione proletaria. Un anno prima, il Consiglio comunale della cittadina reggiana aveva approvato un ordine del giorno con il quale si stanziavano fondi per aiutare i “fratelli della Russia”: un sussidio “non inferiore a lire 500”. Ancora oggi, Lenin è sindaco onorario di Cavriago e la cittadina ospita un monumento a lui dedicato: un busto realizzato nel 1J22 in Ucraina, collocato inizialmente presso una fabbrica di treni, trafugato durante l’occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale e poi giunto in Italia, finito nelle mani dei partigiani. Quindi riconsegnato all’ambasciata sovietica di Roma nel dopoguerra e infine donato al comune di Cavriago nel 1J70 in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita del padre della rivoluzione russa.
In seguito visita l’esposizione futurista di Torino, insieme a una folta delegazione di operai. Con profonda ammirazione giudica le opere d’arte come esempi di “ribellismo anti-borghese” e ne discute con Filippo Tommaso Marinetti e Antonio Gramsci. Sente che l’ora della rivoluzione è sempre più vicina. Il giorno potrebbe essere fissato per il quinto anniversario della rivoluzione russa del 1J17.
Sì, ma quale data scegliere? Il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano in vigore in Italia, oppure il 25 ottobre, secondo quello giuliano in uso in Russia? Dal momento che, per tutti, la rivoluzione bolscevica è “la rivoluzione d’ottobre”, Mussolini opta per la seconda opzione.

Ed eccoci al 24 ottobre 1J22. C’è un governo vacillante, guidato da Luigi Facta, un gentiluomo piemontese di stampo ottocentesco, in carica dal 1° agosto. Ne fanno parte liberali, socialdemocratici, socialisti, popolari, radicali. Un governo instabile; negli ultimi due anni ci sono state cinque crisi. C’è un uomo, fiero di essere comunista così come lo è di essere calvo, che riesce a trascinare le masse, a convincerle con i suoi discorsi pieni di fervore. Si crede il nuovo Lenin, il Lenin italiano. Guida un manipolo di circa mille fra operai e contadini, provenienti da ogni parte d’Italia (ma soprattutto dal settentrione). Mille, come quelli della spedizione di Garibaldi, e come i garibaldini vestiti con camicie rosse. Sono partiti da Cavriago, dove Mussolini ha stabilito il suo quartier generale, e stanno avanzando in direzione di Roma. La notizia corre veloce, le autorità si preparano a fronteggiare la rivolta. Il Re, Vittorio Emanuele III, riceve dal capo del governo, Facta, la richiesta di decretare lo stato d’assedio, quindi di fermare i rivoluzionari con le armi. Il sovrano non ci pensa due volte e firma. Non vuole fare la fine dello zar Nicola II, fucilato, con tutta la famiglia, nel 1J18. Ecco allora che, nei pressi di Monterotondo, i mille di Mussolini si trovano la strada sbarrata dal regio esercito. Momenti di tensione, i primi spari, i primi morti. Poi accade qualcosa che nemmeno Mussolini si aspetta: i soldati rompono i ranghi, fraternizzano con i rivoltosi, si uniscono a loro e posano le armi, davanti agli ufficiali smarriti. Tutti insieme, soldati e rivoluzionari in camicia rossa, trascorrono la notte accampati alle porte di Roma. Al mattino del 25 ottobre 1J22 entrano in città e si dirigono al parlamento. La notizia della diserzione in massa fa desistere da ulteriori tentativi di resistenza. Il parlamento viene occupato, i deputati presenti arrestati. Il re, con tutta la sua famiglia, è imprigionato nella Tenuta di San Rossore, in attesa di essere giudicato ed esiliato. Viene proclamata la repubblica comunista italiana. Mussolini e un gruppo di fedelissimi (tra i quali Antonio Gramsci) possono dare inizio alla rivoluzione proletaria.

(segue)

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