Il popolo ha perso la testa

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Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero

Il popolo ha perso la testa. Crede di essere lo Stato. Possiamo lasciarglielo credere, ma non possiamo lasciare che lo sia davvero. Ha invaso le strade, saccheggia e distrugge, si fa beffe dei nostri poliziotti.

Ho ricevuto un ordine: far succedere qualcosa di scioccante. È il modo migliore per riportare l’ordine.

Hai presente quando in un locale affollato tutti gridano e inveiscono e non si capisce più cosa stiano dicendo? Se vuoi farli tacere e ricondurli alla ragione non serve gridare più forte, non ti sentirebbe nessuno.

Un colpo di pistola in aria, due, tre se necessario. Un petardo.

Allora vedi come si ammutoliscono tutti.

Ecco, mi ha detto colui che non posso nominare, fai conto di sparare un petardo in mezzo a una folla urlante e minacciosa.

Io? Un petardo? – ho risposto.

Sì, tu, voi. Metaforicamente.

Ah. Qualcosa di dirompente.

Sì. Fai esplodere il senso di appartenenza.

Alla nazione?

Sì. Fai percepire un pericolo più grande delle rivendicazioni della piazza. Ubi maior, minor cessat.

Credo di aver capito.

Bene. Trova tu il modo, non devo certo dirtelo io cosa devi fare. È affar tuo, è il tuo lavoro.

Già.

Ma sbrigati, le piazze non vogliono spegnersi e il mio tempo sta per  scadere. Io di più non posso fare. Hai idea della figura che sto facendo di fronte a tutto il mondo? Non un giorno di più, capito?

Credo di sì. Qualcosa di scioccante, come una scarica elettrica, un colpo di pistola alla nuca. Ci penso io. È il mio lavoro, dopo tutto.

Pluripregiudicato, origini nordafricane, musulmano, giovane, maschio, profilo ultracriminale. È un po’ che lo teniamo d’occhio. Se non lo abbiamo ancora arrestato è perché non sembra essere affiliato ad alcuna rete terroristica. Però, a guardare la sua foto segnaletica non si direbbe. Ha proprio i tratti somatici del terrorista. Direi che per la parte è perfetto.

Ho saputo che domani la polizia andrà a casa sua ad arrestarlo. Sappiamo tutto, noi. Possiamo tutto.

Ad esempio, possiamo fargli avere delle armi, anche in una città supercontrollata come Strasburgo.

Strasburgo. Sembra il luogo adatto per sparare il petardo. I mercatini di Natale, ad esempio.

Strasburgo va bene, perché si può attuare la strategia dell’incendio controllato. A volte serve bruciare le foreste, ma occorre fare attenzione che il fuoco distrugga solo ciò che vogliamo e non si propaghi in maniera imprevista. A Strasburgo ci sono così tanti poliziotti che un terrorista non può fare molto danno. Al massimo può ammazzare quattro o cinque persone. Non di più. Dopo viene sicuramente catturato o ucciso. Ucciso è meglio, ovviamente.

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Chi sono io? Sono un camaleonte. Ad esempio, ora posso trasformarmi in una cellula terroristica internazionale, entrare in contatto con il nostro soggetto a Strasburgo. So tutto di lui: dove sta, cosa fa, chi frequenta. Posso informarlo che la polizia sta per andare ad arrestarlo, spingerlo a colpire il nemico, subito, prima che sia catturato. Posso tutto, io.

Va’ e spara in mezzo alla folla, disonora quello che loro chiamano Natale. Fallo per i fratelli siriani morti in guerra per mano degli occidentali. Accetta il martirio, che farà di te un eroe, anziché marcire in una prigione francese.

E lui domani, all’arrivo degli agenti, non si farà trovare in casa, al mattino sarà già fuori, in strada, nascosto come un lupo che attende l’oscurità per attaccare.

 

 

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