Fidel Castro, limiti e grandezza

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04/12/2016 Attilio De Alberi

Fidel Castro ha lasciato un’impronta indelebile e positiva non solo nel suo paese, ma perlomeno in tutta l’America Latina. Rimangono comunque alcune ombre nel suo operato.

Mentre una Cuba in lutto nazionale per nove giorni per la morte di Fidel Castro si prepara per la cerimonia di domenica 4 dicembre, quando le sue ceneri troveranno riposo nel cimitero di Santa Ifigenia, a Santiago, dove si trovano anche i resti di José Martì, il grande eroe dell’indipendenza dell’isola, è atterrato a l’Avana anche il primo aereo di linea USA. La morte del Lider Maximo s’innesta in un periodo di grande incertezza, soprattutto per ciò che riguarda da un lato la situazione economica, minacciata dalla potenziale interruzione del flusso di petrolio da un Venezuela forse tra poco non più in mano all’amico chavista Maduro, e dall’altro da un’America con un Trump non esattamente entusiasta verso la politica di apertura verso il vicino comunista.

È indicativo l’ennesimo tweet di The Donald che minaccia di far saltare l’accordo obamiano “se Cuba non intende scendere a patti col popolo cubano, con gli esuli cubano-americani e con gli Stati Uniti”. Per non dimenticare poi la nomina dell’anti-castrista DOC Claver-Carone nel suo staff di transizione del Dipartimento del Tesoro, visto che è proprio quest’ultimo ad applicare le  misure extra-territoriali dell’embargo.

Su quest’ultimo punto sarà interessante vedere fino a che punto il processo di apertura verso Cuba potrà essere boicottato, visto che giornalmente il business USA, grande e piccolo, fa la fila ad Avana per esaminare le possibilità pratica di rientrare finalmente nell’isola una volta che, come si spera, il bloqueo vecchio di 60 anni venga eliminato, Congresso americano permettendo. Si è già espresso contrario a un nuovo congelamento John Cavulich, del US-Cuba Trade Council, che ha dichiarato: “La comunità imprenditoriale vorrebbe che non cambiasse nulla.”

E naturalmente a questi quesiti prettamente mercantili, si accompagna un altro grande interrogativo: che tipo di assetto politico avrà Cuba, una volta morto Fidel e poi quando, tra non molto, il fratello Raul a sua volta si ritirerà dalla politica. E’ da vedere fino a che punto l’eredità  non solo ideologica, ma anche fortemente indipendentista di Fidel e dei suoi compañeros potrà resistere al cambiamento, e in particolare proprio all’apertura verso il “gigante norte-americano”, come viene indicato il potente vicino dai cubani.

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(Bambine con i volti dipinti aspettano di veder passare le ceneri dell’ex Presidente Fidel Castro nel corso di un viaggio verso la città orientale di Santiago di Cuba, a Bayamo, Cuba. 2 dicembre 2016. REUTERS/Enrique De La Osa)

Parla di tutto questo a YOUNG, Antonio Moscato, storico specializzato nelle vicende di Cuba e dell’America Latina.

Indipendentemente dall’ideologia comunista Castro è stato visto dalla maggior parte dei cubani come un Padre della Patria a difesa dell’indipendenza dell’isola dall’ingerenza USA.

Questa è stata sempre la grossa attrattiva di Castro e non dimentichiamo che un forte desiderio di autonomia lui lo mostrò anche nei confronti dell’Unione Sovietica. Tutto era fuorché un fantoccio.

Per esempio?

Basti pensare all’intervento cubano in Angola, laddove Cuba non si muoveva certo come un vassallo di Mosca, ma era mosso da una semplice politica di contenimento dell’imperialismo americano.

E’ vero che Fidel Castro originariamente non era marxista-leninista?

In realtà no, anche se più tardi ha dichiarato il contrario. In realtà era eclettico. E anche in occasione della sua prima visita negli USA, dopo la revolucion, non si presentò come un comunista radicale.

Quindi in realtà il suo piano originario era quello di stabilire una forma di semplice democrazia in contrapposizione alla feroce dittatura di Batista?

Sì, il suo piano era semplicemente fare in modo che venisse applicata la Costituzione.

E quindi come entrò in collisione con gli USA?

Principalmente perché adottò subito una riforma agraria, applicata tra l’altro alle stesse terre di suo padre. La frequentazione dei contadini durante la sua marcia dalla Sierra Madre a l’Avana lo ispirò.

Quindi in realtà furono gli americani a dargli subito del comunista?

Sì, come avevano fatto poco tempo prima con Arbenz in Guatemala. Era un loro modo di etichettare chi introduceva politiche radicali contrarie allo status quo.

E non dimentichiamo che sotto Batista, Cuba era diventata più che mai praticamente una colonia americana e della Mafia…

Sì, anche se inizialmente Fidel forse poteva piacere di più del rozzo Batista, la sua spinta autonomista non poteva andar giù agli americani, che finirono per trattarlo con grande avversità.

A quanto pare lo stesso Che Guevara offrì a J.F. Kennedy una serie di proposte – la fine del tentativo di esportare la rivoluzione, la riduzione dei rapporti con l’URSS e una ricompensa per le nazionalizzazioni – e Kennedy rispose con la famosa Operazione Mangusta, il ripetuto tentativo di assassinare il leader cubano.

La cosa non deve sorprenderci di fronte alla notoria cecità USA, già applicata pochi anni prima nei confronti di Mao Zedong che aveva cercato di raggiungere un accordo, ma che era stato snobbato in favore di Chiang-Kai-Shek.

Comunque, al di là delle sue qualità di difensore della patria, Castro è stato anche un personaggio autoritario…

In una sua confessione a Lee Iacocca, l’ex-capo della Chrisler, Castro ha dichiarato: ”La rivoluzione ci ha preso la mano”. In effetti, quando prese il potere ci furono molte esecuzioni sommarie.

E queste destarono scandalo negli USA.

Sì, però gli americani si dimenticavano di quanto avessero tollerato la violenza sistematica del loro protetto Batista.

La repressione comunque continuò nel tempo.

Sì, ma anche come reazione a ogni escalation da parte degli USA nei confronti del nuovo regime.

A parte ciò, qual è la maggior critica che si può muovere, retrospettivamente, a Castro?

Al di là della sua visione e della sua capacità di affrontare l’impossibile, direi che di economia non capiva molto.

Un esempio chiave?

La folle decisione, una volta partito Che Guevara, prima ministro dell’economia, di nazionalizzare anche le più piccole imprese contadine, commerciali, artigianali.

Con quali conseguenze?

Una diffusione del mercato nero e di una corruzione spaventosa.

Quindi non si può imputare solo al bloqueo la problematica economica dell’isola?

Diciamo che le sanzioni commerciali hanno in parte spinto verso contromisure forti. D’altra parte lo stesso Che aveva lanciato un warning: “Se già non riusciamo a trovare gli uomini giusti per guidare 1500 imprese nazionalizzate, come potremo trovarne per 150.000?”

Qualche esempio ancora più specifico?

Ci fu un periodo in cui ogni volta che visitavo Cuba mi si chiedeva di portare dell’aglio. Non c’era aglio perché un contadino si era arricchito con la vendita dell’aglio. Invece di confiscargli parte dei guadagni e distribuirli, lo vietarono tout court, contribuendo al mercato nero.

Altri errori nel campo economico?

Aver puntato troppo sul turismo di lusso.

Perché?

E’ qui che si annida più che mai la corruzione, oltre al bisogno d’importare certi prodotti per soddisfare questo tipo di attività.

Forse adesso un po’ meno, ma in ogni caso il regime di Castro si è distinto per la repressione dei dissidenti…

Sì, però Castro non era una nemmeno una specie di Ceasescu caraibico e nella mia esperienza diretta, sia nella provincia che ad Avana, all’università dove sono stato ospite, ho sempre incontrato anche apertura e tolleranza.

Si sta creando una classe dirigente, magari un po’ meno rigida e ortodossa, che possa succedere a Raul Castro?

Ci sono dei bellissimi cervelli che potrebbero guidare il paese, ma purtroppo sono stati finora tenuti a fare bassa manovalanza. Di solito si affermano i mediocri e chi mostra di avere delle idee autonome viene tendenzialmente segato.

In positivo c’è però il graduale e sempre più forte riavvicinamento alla Chiesa cattolica.

Sì, anche se bisognerebbe forse ridimensionare il fenomeno, nella misura in cui la Chiesa cattolica è una forza relativamente marginale nella cultura cubana: non è radicata nella società e non c’è un cattolicesimo popolare forte.

Esiste un’opposizione attiva e valida al regime?

Gli oppositori più visibili non contano nulla, mentre nel partito ci sono delle sfumature di pensiero diverso, anche se poi vengono smorzate in parte dalla retorica che si attiene alla linea ufficiale.

Un ritorno a una democrazia di stampo occidentale è impensabile?

Innanzitutto non sarebbe un ‘ritorno’ perché in realtà questo tipo di democrazia a Cuba non c’è mai stata. Realisticamente parlando, sarebbe già un passo avanti se si allentasse il controllo sulla stampa. I giornali ufficiali sono illeggibili e servono per incartare la frutta o il pesce.

Esiste tra la popolazione una coscienza politica?

Esiste un largo strato politicizzato cittadino, ma che parla un politichese o burocratese ortodosso. Nella provincia prevale più l’arte di arrangiarsi.

Cosa rimane quindi di positivo nell’esperienza castrista?

Alla fin fine essere riusciti a mantenere l’indipendenza del paese contro le ingerenze straniere, americane e russe che fossero, e aver mantenuto, nonostante la corruzione una buona dose di egalitarismo.

Rimane un sistema sanitario molto buono.

Era ottimo, ora è buono. Rimane comunque un alto livello sia nel campo del servizio che in quello della ricerca, anche se a volte abbelliscono le statistiche.

Nel campo della produzione cinematografica esiste una certa libertà di espressione.

Sì, il cinema cubano permette di capire bene la società al di là del politichese.

Ammesso e concesso che l’apertura iniziata da Obama non venga interrotta da Trump, esiste nel medio lungo termine la possibilità che Cuba ri-diventi una colonia USA?

E’ un timore fondato, anche perché esiste ormai una burocrazia che si è trasformata in borghesia.

In ogni caso gli investitori americani a cosa punterebbero?

Non certo a soddisfare gli interessi generali dell’isola, scommettendo più nel campo delle telecomunicazioni, anche per interessi politici, e sul turismo.

In ogni caso l’ondata reazionaria che investe ultimamente l’America Latina, dal Venezuela all’Argentina non potrà che isolare più che mai Cuba.

Certo, con una crisi di Maduro in Venezuela verrebbe a cambiare la modalità assai favorevole nella fornitura di petrolio, e non bisogna nemmeno sottovalutare il ruolo ormai ridotto del Brasile nell’aiutare l’economia cubana.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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