Convivere con la malinconia da sconfitta politica [ INTERVISTA]

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23/10/2015 Attilio De Alberi
Il significato più ampio delle recenti elezioni in Catalogna e in Portogallo

Nessun uomo è un’Isola, intero a se stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente” è l’incipit dei celebrato versi di John Donne, poeta inglese del ‘600.

Molti ne ricorderanno forse la parte finale che recita “Ogni morte di un uomo mi diminuisce perché io partecipo all’Umanità. E quindi non mandare a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te“. Ciò grazie soprattutto al più recente Hemingway che, appunto, intitolò il suo famoso romanzo epico sulla Guerra Civile Spagnola Per chi suona la campana.

Più che mai queste parole hanno una valenza sia politica che esistenziale, nel nostro mondo tormentato da divisioni, da conflitti, da crisi economiche e umanitarie e, last but not least, da barbari atti di terrore puro. A meno che uno voglia rintanarsi nel suo buco privato d’ignoranza e/o indifferenza.

Uno dei motivi per cui Syriza in Grecia è stata alla fin fine sconfitta (almeno per ora) nel suo programma di rinnovamento radicale in Grecia, è stato il suo fondamentale isolamento di fronte alla soverchiante potenza di un’Europa dominata sia da un’ideologia neo-liberale che da un’attitudine anti-democratica che si può riassumere nella confessione fatta a Varoufakis da Schauble, il Ministro delle Finanze tedesco: ”A me le decisioni dei singoli popoli non m’interessano”.

Molti hanno sperato, e forse tuttora sperano, che una vittoria di Podemos in Spagna possa cambiare lo scenario politico europeo e quindi far capire a persone come Schauble & Co. che la Grecia di Tsipras non è isolata nel suo esperimento, temporaneamente (si spera) archiviato nel freezer del de facto ‘Sì’ al Terzo Memorandum della Troika.

Già la coerente presenza di un applauditissimo Julio Iglesias ad Atene nelle elezioni sia a gennaio che a settembre (laddove el colita ha paragonato il compagno Tsipras a un leone circondato da gladiatori) ci fa capire l’importanza della Spagna nel gioco a scacchi Europeo tra le forze dell’austerity e quelle del rinnovamento economico e sociale. Il grido pieno di speranza è: “Syriza, Podemos, venceremos”.

E molti hanno festeggiato l’affermazione del radicale Jeremy Corbyn come nuovo leader di un Partito Laburista evirato dal blairismo – lo stesso blairismo à la Renzi che ha, in buona parte, svuotato il PD della sua piccola grande anima democratico-comunista.

Ma poi è arrivata la doccia fredda delle elezioni in Catalogna, seguite con grandissima attenzione in tutta la Spagna (ma anche in Europa) come test per le elezioni politiche a livello nazionale in arrivo tra meno di due mesi.

Da un lato in queste elezioni, che sono anche state una specie di plebiscito sull’indipendenza, Arturo Mas della CDC (Convergencia Democratica de Cataalunya, il principale partito della destra indipendentista e neo-liberale, con un passato, e un presente, di corruzione) ne è uscito indebolito e difficilmente potrà riproporsi come presidente, come anche indeboliti sono risultati il Partito Popolare di Rajoy e il Partito Socialista.

D’altro canto il vero sconfitto è stato proprio Podemos, unitosi a Isquierda Unida nella coalizione Catalunya si que es pot, che si è aggiudicato solo 11 seggi. Intanto è saltato alla ribalta il CUP, un movimento di estrema sinistra che insiste su un’uscita dall’euro: quasi un equivalente del greco Unità Popolare, nato quest’estate dalla scissione di Syriza. Ma il vero vincitore della consultazione è stato Ciutadans (a livello nazionale noto come Ciudadanos), il nuovo partito populista di centro-destra da molti visto come antidoto al radicalismo di Podemos, divenuto il principale partito di opposizione nel parlamento di Barcellona.

In altre parole, i risultati in Catalogna riflettono e confermano il frazionamento del quadro politico spagnolo in generale. E Podemos, dopo essersi affermato gloriosamente nelle elezioni locali di Barcellona e di Madrid a giugno, dovrà lavorare non poco per affermarsi nelle elezioni spagnole di dicembre e tentare addirittura il sorpasso.I sondaggi infatti parlano di un misero 15,5%.

Parliamo di tutto questo e altro con Thomas Jeffrey Miley, sociologo californiano presso l’Università di Cambridge ed esperto di politica iberica.

Quanto è seria la questione dell’indipendenza catalana nel contesto generale della politica spagnola?

Per capire la questione dell’indipendenza bisogna fare un passo indietro e guardare alla costituzione spagnola nata negli anni ‘80 con la fine del franchismo. Fu un capolavoro del compromesso tra le vecchie tendenze conservatrici ed essenzialmente accentratrici del regime fascista, e le nuove istanze progressiste tenute a freno da decenni di dittatura.

Quindi, fondamentalmente, una costituzione aperta alle esigenze di autonomia provenienti da parti diverse della penisola e non solo dalla Catalogna?

Sì, una costituzione che, non dimentichiamo, venne votata con una grossa maggioranza dalla popolazione stessa della Catalogna, composta, tra l’altro, non solo da catalani, ma da molti immigrati provenienti dal resto del paese.

Cosa ha ottenuto negli anni la Catalogna da tutto questo?

Ha ottenuto molto: una totale autonomia in molti campi a cominciare dall’educazione e della tutela dell’ordine, per fare due esempi.

Il cavallo di battaglia dei secessionisti è l’accusa al governo di Madrid di “saccheggio fiscale”, in altre parole di succhiare i soldi alla Catalonia per poi usare i soldi altrove nel Paese.

C’è ovviamente del vero in tutto questo, ma, francamente, è un problema che può essere risolto senza ricorrere alla secessione tout court. Innanzitutto si potrebbe sottoporre la costituzione post-franchista a una revisione in un’ottica ancora più devoluzionistica dell’attuale. Ma il Partido Popular attualmente al potere ha in sé un DNA accentratore. Comunque, al di là di tutto questo, penso che tutta la retorica secessionista, assai invasiva nell’educazione e nei media catalani, sia anche una distrazione, in parte strumentale, rispetto a problemi più gravi come la crisi economica e le disuguaglianze sociali.

Come mai i Baschi, notoriamente aggressivi, anche militarmente, nelle loro istanze indipendentiste si sono dati una calmata?

La risposta a questa domanda suffraga la mia posizione. Il Paese Basco non solo gode di maggiore autonomia fiscale, ma ha anche adottato una politica economica diversa dal resto del paese. Non essendosi basato sulla speculazione immobiliare per crescere, non ha nemmeno sofferto le pesanti ripercussioni della susseguente bolla del 2008. In altre parole: quando la crisi economica morde meno, non c’è bisogno della chimera indipendentista.

Qual è la posizione di Podemos vìs-à-vìs la calda questione dell’indipendenza catalana?

In un certo qual senso ambigua. Da un lato, come partito progressista, non può non tener conto delle richieste di maggiore autonomia provenienti dalla Catalogna. Dall’altro, come partito nazionale ed essenzialmente castigliano, ha a cuore l’integrità del paese.

E il tema dell’uscita dall’euro?

Questo è uno degli obiettivi del CUP, il partito catalano indipendentista radicale. Ma in realtà la maggior parte della gente nella regione non vuole saperne di uscire dall’euro. Ecco perché c’è un’analogia con quello che avviene in Grecia. Solo una minoranza radicale auspica l’uscita dalla valuta comune. E Podemos, come Syriza, non è d’accordo.

Ma quanto realistico è il progetto indipendentista?

A parte il fatto che una buona fetta della popolazione catalana, ossia il 42%, è determinata a continuare a far parte dello stato spagnolo, rimane il fatto che una secessione sarebbe anti-costituzionale e non accettabile anche a livello europeo. Una cosa però è certa: questa lotta sacra per l’indipendenza non è destinata a scomparire, almeno nel breve termine, e l’unico modo per evitare sviluppi violenti, come nel Paese Basco di non molti anni fa, è una maggiore devoluzione accompagnata dallo sviluppo economico e da maggiore equità sociale.

Perché Podemos sta rallentando la sua corsa verso il potere?

A parte l’inaspettata crescita di Ciudadanos, ci sono elementi come la gerarchizzazione nell’ambito di un partito che si è allontanato in parte dalle sue radici movimentiste, quelle degli Indignados, accentrandosi nelle mani di Iglesias e la sua stretta cerchia di collaboratori. Come ha fatto notare Monedero, ex-leader del partito, Podemos dovrebbe dare più ascolto alla base. Un altro elemento è una certa riluttanza nel creare alleanze per andare al potere.

Alleanze con chi?

Le alleanze potrebbero essere con Isquierda Unida, il partito post-comunista spagnolo e, selettivamente, con lo stesso partito socialista. Infatti la candidata sindaco di Madrid ora amministra la capitale proprio grazie al supporto del PSOE.

Cos’hai da dire sui risultati delle elezioni in Portogallo?

L’avanzata del Bloco de Esquerda, l’equivalente portoghese di Syriza e Podemos, è un fatto positivo. In questo momento, nonostante le resistenze dell’establishment, non è ancora da escludere un’alleanza di governo operativa tra il Partito Socialista, il Partito Comunista e il Bloco de Esquerda onde mandare all’opposizione la coalizione di centro-destra, studente modello della Troika. Proprio ieri il presidente Silva ha affidato l’incarico al centro-destra, pur essendo questo in minoranza. La coalizione di sinistra ha già promesso la sfiducia, e il resto dell’Europa radical sta col fiato sospeso. Infatti, se venisse avviato, questo sarebbe un altro esperimento interessante sulle linee di ciò che è avvenuto con Syriza in Grecia, e potrebbe comunicare energia e speranza, oltre ad essere di esempio, ai “compagni” spagnoli che si stanno preparando per le elezioni di dicembre. Naturalmente rimane un’ala all’interno del PS che preferirebbe un accordo con i conservatori.

E già, suona familiare: noi in Italia ne sappiamo qualcosa.

Infatti, il problema è sempre lo stesso (conclude con un sorriso).

Come si può dedurre da questa intervista lo scenario generale della Sinistra (quella vera) nell’Europa del Sud non è esattamente incoraggiante. E non sappiamo come andrà a finire in Portogallo, in Spagna e soprattutto in Grecia. Ma forse bisogna accettare questa malinconia, e in senso junghiano, usarla a nostro vantaggio imparando dagli errori, e, senza aspettarsi esaltanti vittorie dietro l’angolo, non gettare la spugna. E poi mai dimenticare che l’isolamento è letale proprio perché, ricordando il buon vecchio zio Donne, è contrario alla nostra stessa natura umana.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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