Le categorie Destra e Sinistra sono ancora valide?

Maggio 23, 2018
Attilio De Alberi
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Mentre il Movimento Cinque Stelle rifiuta la distinzione tra destra e sinistra autodefinendosi un partito post-ideologico, non pochi osservatori, tra i quali il sociologo Domenico De Masi, descrivono il nuovo governo gialloverde in fieri come quello più a destra in Italia dal 1946.

Il rifiuto di una distinzione tra destra e sinistra in realtà non è una novità di ora, e già negli anni 60 il politologo Giorgio Galli cominciava a parlarne. E, inevitabilmente, quest’approccio si è poi acuito a partire dal 1989, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Al tempo stesso, Yanis Varoufakis in un recente accorato editoriale su The Guardian parla dell’attualità del Manifesto del Partito Comunista, e quindi, a modo suo, sottolinea come questa distinzione non sia obsoleta, ma anzi più che mai valida.

E come ben si sa, non pochi partiti tradizionalmente di sinistra in Europa, a cominciare dal nostrano Partito Democratico, sono stati criticati proprio per aver tradito gli ideali di sinistra ai quali originariamente s’ispiravano e di aver abbracciato l’ideologia neo-liberista.

Discute di questo con YOUng Angelo D’Orsi, professore di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Torino, secondo il quale esiste tutt’oggi una differenza tra destra e sinistra: “questa dev’essere riaffermata vigorosamente, con urgenza”. Secondo D’Orsi “ci sono due elementi di fondo che possono aiutarci a fare questa distinzione: il primo, quello canonico, è l’uguaglianza, nel senso che tutto ciò che va verso le riduzioni delle disuguaglianze è di sinistra, il secondo è il giudizio sulla guerra, fenomeno che negli ultimi 25-30 anni ci appare come normale ed accettabile, mentre in realtà l’unica guerra accettabile è quella sociale, mentre le guerre nazionali sono inaccettabili, anche perché vedono un uso spregiudicato dei popoli da parte dei loro governanti”.

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Antonio Gramsci (1891-1937), politician; before adhering to the Socialist Party, then one of the founders of the Italian Communist Party in 1921. Portrait in photograph, 1921. (Photo by Fototeca Gilardi/Getty Images)

L’INTERVISTA:

Qual è il tuo responso all’affermazione di De Masi secondo il quale un governo Lega-M5S sarebbe il governo più a destra in Italia dal 1946?

Vorrei vedere prima cosa fanno prima di dire se è più a destra dei governi precedenti. Abbiamo avuto governi di destra negli ultimi 20 anni, anche quando guidati dal PD. Alcune delle cose dette nel programma proposto in questi giorni sono degne di attenzione.

Per esempio?

Penso a quelle di politica estera o alla potenziale eliminazione della TAV. Dire che sarebbe un governo più a destra solo perché c’è la Lega non basta. Aggiungerei che certe analisi fatte sul M5S sono un po’ superficiali: si tratta di un movimento composito, in cui c’è un po’ di tutto. Non è un caso se il tracollo del PD è anche dovuto a un trasferimento di voti a favore del M5S.

Ma al di là della massa dei suoi elettori, i leader M5S definiscono il loro movimento come post-ideologico.

Dire, come spesso sentiamo, che le ideologie sono morte, è già di per sé una professione ideologica, ed è una professione ideologica di destra. Ed anche dire che non c’è differenza tra destra e sinistra è un’affermazione che viene inequivocabilmente dalla destra. Però, ripeto, prima di criticare un governo dovremo vedere quale sarà il programma e soprattutto quali saranno le realizzazioni.

Ma al tempo stesso si fa osservare che certe forze di destra, a cominciare dallo stesso, Trump, almeno nelle loro promesse, cercano di compensare l’insoddisfazione popolare generata proprio da partiti che si definiscono di sinistra.

E’ evidente che nella misura in cui si lascia scoperto un certo territorio, quel territorio viene occupato da altri. E’ una legge quasi fisica, direi.

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Com’è avvenuto tutto questo?

La sinistra ha abbandonato la sua ragion d’essere da molti decenni.

Da quando, secondo te?

Possiamo prendere la data canonica 1989, ma potremmo anche andare prima. Nel 1989 il Partito Comunista fece harakiri, però in realtà l’abbandono delle politiche di sinistra parte già dall’inizio degli anni ’80. Berlinguer si è barcamenato tra l’attaccamento al passato ed un ammodernamento come tentativo di farsi accettare dai poteri forti. Quando Berlinguer denunciava la corruzione dei partiti, parlava anche della corruzione del suo partito, pur non potendolo dire chiaramente.

Ma, retrospettivamente, quello che più ha nociuto il comunismo, come ideale almeno, non è stata la deviazione autoritaria e dittatoriale tipica dello stalinismo?

Beh, in realtà “comunismo” era diventata una brutta parola già nel 1917: il comunismo nella versione bolscevica per le democrazie liberali era un bambino da strozzare nella culla. Nei confronti dell’URSS venne creato subito un cordone sanitario, e poi cominciò la guerra civile con i suoi due milioni e mezzo di morti. Guerra fatta nascere da una controrivoluzione interna appoggiata dalle potenze straniere capitaliste che inviarono uomini e mezzi per supportarla. Il comunismo rimane una bella parola, soprattutto se andiamo a vedere le esperienze comuniste non assimilabili allo stalinismo.

Esempi?

Rosa Luxemburg e lo stesso Antonio Gramsci: tentativi di comunismo sconfitto, ma con delle pregnanze forti. Penso che oggi guardare a Gramsci possa aiutare ad uscire dalle demonizzazioni nei confronti del comunismo.

Perché Gramsci in particolare?

Lui definisce appunto il comunismo come “umanismo assoluto”.

Gramsci insisteva anche molto sull’educazione delle masse, mentre oggi i partiti di sinistra sembrano aver abbandonato questa missione. Questo non lascia spazio alla demagogia?

Un partito non dovrebbe mai rinunciare alla parte pedagogica. Il PCI ci aveva provato, ed il suo è stato un grande tentativo d’imitare la chiesa cattolica. Gramsci, non a caso, chiedeva di guardare a quest’ultima proprio per il suo lavoro di costruzione egemonica. Ma partire dagli anni ’80, con la Thatcher e Reagan si è voluto relegare la sinistra tra le anticaglie della storia, imponendo invece una politica, ed un’ideologia privatistica, che demonizza tutto ciò che è pubblico. E questo ha finito per produrre quella che viene chiamata “post-democrazia”.

Cosa s’intende esattamente per “post-democrazia”?

Si ha una post-democrazia quando della democrazia rimangono gli aspetti esterni, cioè il guscio, ma questo guscio viene riempito da altri contenuti. E a questo punto si cerca anche d’intaccare il guscio.

Un esempio?

Il tentativo di “riforma” costituzionale come tentativo di cambiare anche le regole del gioco. Esisteva già, di fatto, una costituzione materiale diversa da quella formale che veniva sempre più relegata al regno degli ideali. Anche se la riforma è stata bloccata, a livello politico non se n’è tratta nessuna conseguenza. Non solo il comunismo ed il socialismo sono finiti tra i ferrivecchi, ma anche la stessa democrazia.

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Perché?

Perché è vista come un ostacolo alla governabilità: è quest’ultima che ha sostituito la democrazia.

E cosa dire allora di queste ultime votazioni online organizzate dal M5S e quelle via gazebo dalla Lega?

Questi sono simulacri di una falsa democrazia, di una falsa libertà. Se poi andiamo a vedere i numeri, qual è la percentuale dei votanti M5S? Ridicola. Queste votazioni sull’accordo Lega-M5S esprimono più che altro il desiderio di andare al governo, a prescindere dagli obiettivi e dai risultati, di entrare nella cosiddetta stanza dei bottoni.

La soluzione non potrebbe essere la ricreazione di una cultura di sinistra da parte di quelle forze che si definiscono tali?

Risponderei con uno slogan: “L’unica soluzione è la rivoluzione”. Non so dire esattamente che tipo di rivoluzione, ma ritornando a Gramsci, ricordiamo che quando era in carcere e meditava sulla sconfitta del partito comunista e del movimento proletario in occidente, usava le categorie di ‘guerra di posizione’ e di ‘guerra di movimento’.

In pratica cosa intendeva?

Che il modello di rivoluzione bolscevica non era applicabile alle società a capitalismo maturo. Tutto il suo lavoro in carcere era diretto alla ricerca di un’alternativa rivoluzionaria, cioè di un modello in cui la classe subalterna per diventare dominante deve prima diventare dirigente.

In che modo?

Elaborando un progetto egemonico capace di scalzare l’egemonia che subisce. D’altra parte le rivoluzioni serie hanno avuto una lunga preparazione, un lungo lavorio culturale ed ideologico. E questo vale per la stessa rivoluzione bolscevica. I soviet avevano lavorato come una talpa già a partire dal 1905.

Ciò che sembra mancare oggi è una visione alternativa tra i subalterni, a partire dai giovani. Ognuno sembra solo concentrato sui propri comprensibili problemi materiali.

Il processo post-democratico fa sì che si stia perdendo il ruolo del cittadino, sostituito da quello del suddito. Secondo il mio maestro Bobbio in una democrazia deve aumentare il tasso di eguaglianza sul piano politico, economico e culturale. Ma ora stiamo andando nella direzione opposta. Penso alla descrizione dell’operaio della Ford fatta da Gramsci come di “un gorilla ammaestrato”. Il sistema non ti costringe a fare certe cose, ma piuttosto t’induce a farle attraverso la persuasione.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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