La buona scuola, le “deportazioni” e i negri da cortile

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10/09/2015 Germano Milite

Per noi, dopo il trasferimento a 800km, un anno di maternità, un anno di aspettativa e poi si spera di potersi riavvicinare a casa”. E’ il messaggio di un conoscente, che ha appena saputo che la sua ragazza da Napoli dovrà spostarsi a Como per insegnare.

Se pensate che casi come questo, (o come quello segnalato dalla collega Charlotte Matteini sul suo profilo) siano una rarità vi sbagliate di grosso. Perché l’Italia è un paese dove riforme sacrosante e doverose, proprio come quella della scuola, si trasformano spesso se non quasi sempre in un ottimo strumento per peggiorare ciò che pareva già difficilmente peggiorabile, per penalizzare chi era già penalizzato (insieme ai meritevoli) e per creare ulteriore caos e squilibrio.

La polemica nata su “La Buona Scuola” e quelle che con toni sia ironici che melodrammatici sono state definite come “deportazioni”, ci ha mostrato in tutta la sua deprimente quanto vigorosa potenza il mantra recitato dallo schiavo felice e dai suoi alleati, la consueta guerra tra poveri e poveracci per tozzi di pane sempre più piccoli e sempre più raffermi.

Il messaggio pateticamente retorico è il seguente: ”Non lamentarti e ringrazia di avere un lavoro fisso da poco più di 1000 euro al mese, con i tempi che corrono”. Ma la manfrina del “doversi sacrificare” e del non dover essere troppo “choosy”, pensando sempre e solo a chi sta peggio per non disturbare troppo chi sta meglio (senza meritarlo), ha francamente stancato.

Il parallelismo con i militari ed i corpi di polizia e con il discorso legato in senso molto (troppo) lato alla cosiddetta mobilità è poi alquanto grossolano, superficiale, ridicolo e quindi fuori luogo; prima di tutto perché quasi sempre i trasferimenti in caserme lontane li si subiscono quando si è molto giovani, senza famiglia, senza casa e mutuo da pagare. Poi perché non mi risulta esistano militari e poliziotti che, precari a 45 anni, magari con famiglia e mutuo di cui sopra già da pagare, vengano trasferiti a 800km da casa e debbano sostenere, per 1300 euro al mese, anche un altro fitto (magari una semplice stanza perché più di 3000 euro l’anno di spesa aggiuntiva non possono permetterseli). Quello militare e quello scolastico sono due settori e due tipologie di lavoro incredibilmente diverse, che non possono essere accomunate in nessun modo. Per carità: nessuno sostiene che sia una passeggiata, ma di sicuro partire a 22 anni per fare qualche anno fuori porta e poi comunque cercare di avere il trasferimento prima dei 30 non è paragonabile al farlo a 40 o 50 anni, con un’intera vita da stravolgere, 1300 euro al mese di compenso medio e nessuna caserma disponibile ad offrire almeno l’alloggio. E chi era in affitto condiviso con il proprio compagno? Si ritroverà a sostenere da solo l’intera spesa per il fitto e le bollette, con danno economico anche per il partner. Succede a tanti? Sì, certamente. E quindi? Solo perché la precarietà e la povertà sono sempre più diffuse, dovremmo accogliere entrambe con rassegnazione o addirittura con gratitudine? E, badate bene, lo scrivente parla da free lance che non ha un posto fisso da 4 anni, non da dipendente pubblico ignavo e parassita.

PEGGIO DEI NEGRI DA CORTILE

Qualche genio conformista ed amante dello status quo potrà dunque continuare ad asserire:”Oggi è così. Pensa a chi guadagna la metà da libero professionista”. Sì: da free lance ci penso a chi guadagna 600 euro al mese facendo il mio stesso lavoro, ma proprio non riesco a sentirmi una persona “fortunata” perché esiste qualcuno tanto più “sfigato” di me. Proprio non riesco a piegarmi a questa retorica dello schiavo felice, mansueto e pure fan del suo padrone, che riceve sempre meno ed è sempre più entusiasta e, se protesta, lo fa al massimo contro chi sta peggio di lui, magari con un post su Facebook collegandosi a scrocco dal Wi-fi del vicino perché non ha i soldi per un abbonamento dati. Non mi rincuora sapere che ci sono così tanti “negri da cortile”, come li definiva Malcom X, che in più tollerano l’aggravante del non ottenere comunque neppure lontanamente il trattamento dei veri negri da cortile di un tempo. Oggi abbiamo i negri da cortile che si comportano come tali pur trovandosi a dormire nel fango, a 500 km dalla casa padronale e con una vita già “rodata” da decenni che deve essere stravolta. Sarebbero solo tristi, se non avessero anche l’ardire di voler imporre la propria corsa al ribasso, la propria resa; la propria rassegnazione vigliacca al resto del mondo, rampognando chiunque abbia il coraggio (e magari le capacità) per dire: “Non ci sto, è inaccettabile”.

ELOGIO (INGENUO) ALLA MOBILITA’

Altro discorso mantrico che si legge negli ultimi tempi e quello, banalotto e qualunquista, che cita (dandola per regola di base addirittura auspicabile) la mobilità del lavoro e continuando a scambiare la cioccolata con il letame. Un conto è, infatti, trasferirsi da giovani e senza una vita radicata in una città o trasferirsi in età adulta, ma con condizioni economiche dignitose e con una famiglia che può seguirti, un altro è dover accettare a bocca chiusa una gestione intollerabile e folle dei posti vacanti. La stragrande maggioranza dei docenti ha accettato qualsiasi destinazione, dimostrando appunto che la voglia di lavorare c’è eccome. Aspettarsi che però tutti lo facciano addirittura con entusiasmo e nessuno si permetta di fiatare, è un pensiero che non so se definire più ottuso o più puerile…o più ipocrita.

LA GLOBALIZZAZIONE DELLA MEDIOCRITA’

Il successo endemico della globalizzazione economica, sociale e culturale che abbiamo e stiamo vivendo, sta probabilmente nella natura intrinsecamente globalista delle coscienze della maggioranza degli esseri umani. Amiamo le cose che sono uguali ovunque, amiamo gli “standard” e, a quanto pare, amiamo più di tutto gli standard al ribasso e le guerre tra disperati. Se noi siamo senza diritti e tutele, invece di batterci per riconquistare (o conquistare) i diritti perduti o anche solo desiderati ed estenderli, tendiamo a combattere affinché chi sta meglio di noi ci raggiunga. Tiriamo per le caviglie quelli che ci precedono, invece di tentare di raggiungerli. Storia vecchia, come la nostra scuola ed i docenti che la popolano, troppo spesso effettivamente ignavi ed allergici al (vero) aggiornamento, convinti che 20 o 30 anni di carriera possano renderli divinità intoccabili. Del resto anche quella degli insegnanti, come ogni categoria caduta in disgrazia (e tra queste c’è anche quella dei giornalisti, naturalmente) dopo lunghi periodi di prestigio sociale e professionale, ha enormi responsabilità e deve fare una profonda ed onesta autocritica prima di inveire contro i governi, i sindacati, i dirigenti scolastici, gli alunni, i genitori ecc. Ma da qui a godere per le loro sventure, giustificandole dietro un pietoso “così stan tutti”, perdonate l’invito al buon senso, c’è un abisso verso il quale dovremmo smettere di tendere in massa con tanta folle insistenza.

All’abisso non ci si può certo rassegnare, figuriamoci protendere.

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".

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