Perché è giusto pubblicare le immagini dei bambini siriani

Settembre 3, 2015
Sergio Ferraris
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famiglia Ferraris

Penso ai bimbi che muoiono ed io, che sono padre di due bambini, non trovo nulla di più “innaturale” su cui riflettere. Ma la storia dei bimbi siriani morti annegati, e delle loro immagini, è troppo.

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Ero in vacanza sul mare Tirreno quando mi sono apparse sul monitor le prime immagini, quelle che vedete di seguito. Ho percepito subito un contrasto immediato, colmo di malessere: i miei piccoli giocavano, tremendamente simili a quelli siriani, tra le onde e avevo di fronte le immagini di altri piccoli che nello stesso mare avevano trovato la morte, vittime di una guerra.

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Violenta e vigliacca come tutte le guerre. Ma non solo. L’abbigliamento di quei piccoli sulla spiaggia del Libano mi era familiare; lo sentivo vicino. Sandali, magliette, pannolini. Sono tutti oggetti appunto molto familiari a qualsiasi genitore. Ho deciso di condividere le immagini e lo rivendico, senza la sfocatura che tra l’altro non sarebbe imposta dalla Carta di Treviso, come ha di recente confermato anche il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino. Ho condiviso la foto perché l’intento di un giornalista è quello di informare e ho voluto tenere in chiaro i visi perché negare l’identità sarebbe stato violare ancora una volta quelle persone, negandogli anche il volto. E fin qui la cronaca delle immagini.

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L’inferno social

Sui social poi si è scatenato l’inferno sul quale secondo me è bene riflettere. Le accuse di mancanza di rispetto sono piovute da ogni parte e anche dai gruppi giornalistici dove si invocava la “non pubblicazione” e la “non condivisione”. Un dibattito che fatto specialmente da operatori dell’informazione mi ha lasciato basito. E sul quale ho voluto riflettere. Oggi per la prima volta immagini di guerra “disturbano” e addirittura dei giornalisti vorrebbero censurale o lo fanno, come nel caso dell‘Ansa. Ma di quale “disturbo” stiamo parlando? Secondo me si tratta di un “disturbo” antropologico che ci porta a rimuovere la rappresentazione della morte, lontani come siamo dalla guerra da oltre 70 anni. È un disturbo da ignoranza, da mancanza di memoria e di storia che, e qui è la cosa grave, ha influenzato anche gli operatori dell’informazione, i quali dovrebbero, per primi, avere gli strumenti per offrire, e non per negare, l’informazione ai lettori.

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Anche perché i giornalisti hanno un ruolo importante nella formazione dell’opinione pubblica. E ai colleghi che hanno commentato che quelle foto “non aggiungono nulla all’informazione” sarebbe utile ricordare quanta influenza abbiano avuto le immagini del Vietnam sull’opinione pubblica interna, oppure il fatto che la, disastrosa operazione Onu in Somalia, Restore Hope, sia scattata dopo la pubblicazione di alcuni reportage sulla carestia nel Corno d’Africa.

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Il problema vero è che si vuole esorcizzare la morte, anche quando causata dalla guerra, attraverso la negazione dell’iconografia stessa della morte. Compiendo così un triplice attentato: al diritto dei cittadini a formarsi un’opinione, che poi diventa l’opinione pubblica e alla memoria collettiva, che avrà sempre meno immagini da eleggere a icone e nelle quali riconoscersi. In ultimo alla storia, che così non avrebbe più scatti indimenticabili da consegnare ai posteri.

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Storia dimenticata

Già, perché noi giornalisti, schiacciati dalla cronaca del mordi e fuggi, non pensiamo che giorno dopo giorno tracciamo pezzi di storia. Non realizziamo il fatto che per gli storici del prossimo secolo saremo la prima fonte accessibile e, forse, perfettamente conservata. E in nome del disturbo dovremmo negare l’informazione con tutto ciò che ne consegue. Cosa sarebbe successo se non avessimo avuto le immagini scattate dall’Armata Rossa al loro ingresso ad Auschwitz, per esempio?

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Forse il giornalismo sta prendendo una scorciatoia “comoda”, ragionando più secondo il senso comune che con gli strumenti dell’informazione. Ma poi arriva un’altra foto. Ancora più “normale”. Quella del piccolo “addormentato” sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, accarezzato dall’abbraccio delicato ma mortale delle onde. Disteso, con grazia, come se si potesse rialzare sorridendo, così come fa il mio piccolo di tre anni, cercando mentre sorride il mio sguardo.

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Ecco allora che “Il Manifesto” titola la sua prima pagina con questa frase, molto evocativa:”Niente asilo” e ci ributta in faccia la quotidianità dei nostri bambini vicina a quella dei bimbi siriani. Fatta di morte, violenza e sopraffazioni. Ho comprato il Manifesto. Oggi se lo meritano.

Update: Nel frattempo sono uscite le immagini del bimbo con il fratellino, morto anche lui nel naufragio. Le pubblichiamo perchè il contrasto tra le immagini è netto ed atroce e perchè ritengo che sia un modo per ricordarlo. Il bambino aveva tre anni e si chiamava Aylan Kurdi ed è fotografato con il fratello maggiore Galip. L’intera storia la trovate sul Post. Ed è da leggere per capire.

Update: Ho cambiato l’immagine in evidenza per una riflessione con Arianna Ciccone, sul diritto di pubblicare, ma anche sul diritto del lettore, se vedere o non vedere, quando subisce un flusso sui social. L’immagine in evidenza è quella che viene condivisa nei post dei social.

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L'AUTORE
Sergio Ferraris è giornalista professionista e scrive di scienza e tecnologia mettendole caparbiamente in relazione ai problemi ecologici e a quelli sociali. Si occupa di questioni energetiche, con particolare attenzione alle rinnovabili, la ricerca e alle problematiche legate a nucleare e alle fonti fossili.
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