Venezuela: la rivoluzione ha vinto ancora. E piomba il silenzio

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27/10/2017 Giulio Chinappi 1889

Per mesi, i mass media occidentali ci hanno mostrato l’immagine propagandistica di un Venezuela al collasso, di un presidente, Nicolás Maduro, incapace di governare il Paese, di un opposizione (rigorosamente liberista e filostatunitense) pronta a prendere le redini della potenza petrolifera ipoteticamente più grande del mondo. I cantori ditirambici della fine della rivoluzione bolivariana ci hanno poi venduto un referendum fasullo come atto di democrazia, ma sono stati messi a tacere in successione dalle elezioni per la Costituente, volute dallo stesso Maduro, e dai recenti risultati delle elezioni regionali. Bene, vuol dire che ne parleremo noi.

Venezuela Nicolas Maduro

18 STATI SU 23 PER I BOLIVARIANI

Il 15 ottobre, i cittadini venezuelani sono stati chiamati alle urne per le elezioni impropriamente dette regionali (in realtà statali, visto che il Venezuela è un’entità federale composta da ventitré stati federati). Per oltre un anno, i sondaggi diffusi dalle agenzie più amate dalla stampa occidentale ci hanno dato schiaccianti vittorie dell’opposizione, fino agli ultimi dati che davano la coalizione MUD (Mesa de la Unidad Democrática, o soi-disant tale) al 59.2% contro il 30.5% del GPP (Gran Polo Patriótico), che riunisce il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) e le altre principali forze politiche che sostengono il governo bolivariano.

Il responso delle urne è però stato del tutto differente. Innanzi tutto, vale la pena di sottolineare come alle urne si sia recato il 61.14% degli aventi diritto, un risultato che fa registrare un netto incremento rispetto a cinque anni fa, quando, per lo stesso tipo di consultazione elettorale, l’affluenza fu pari al 53.94%, dando ulteriore legittimazione al risultato del voto. In secondo luogo, il GPP ha trionfato su tutti i fronti, vincendo in diciotto dei ventitré stati che compongono il Venezuela (compreso quello disputatissimo di Bolívar, dove nessuno dei due candidati principali è riuscito ad arrivare alla maggioranza assoluta), solamente due in meno rispetto al 2012.

Su base nazionale, il GPP, seppur in leggero calo, ha ottenuto il 52.7% dei consensi con 5.8 milioni di preferenze, mentre il MUD è rimasto stabile, conquistando il voto di 4.9 milioni di venezuelani, pari al 45.1%. Dati che ovviamente non hanno fatto piacere all’opposizione, la quale si è appellata a brogli e ad altri fattori che appaiono quanto meno incongruenti se sventolati da chi, solamente poco tempo fa, ha messo in piedi un referendum-farsa anticostituzionale e dalla scarsa partecipazione popolare facendolo passare per un atto di democrazia.

State GPP candidate % MUD candidate %
Amazonas Miguel Rodríguez 60.09% Bernabé Gutiérrez 31.08%
Anzoátegui Aristóbulo Isturiz 47.06% Antonio Barreto Sira 51.69%
Apure Ramón Carrizales 52.13% José Montilla 31.79%
Aragua Rodolfo Marco Torres 57.02% Ismael García 39.43%
Barinas Argenis Chávez 53.11% Freddy Superlano 44.14%
Bolívar Justo Noguera 49.09% Andrés Velásquez 48.83%
Carabobo Rafael Lacava 52.75% Alejandro Feo La Cruz 45.62%
Cojedes Margaud Godoy 55.68% Alberto Galindez 42.71%
Delta Amacuro Lisetta Hernández 60.24% Larissa González 38.14%
Falcón Víctor Clark 52.44% Eliézer Sirit 43.93%
Guárico José Vásquez 61.77% Pedro Loreto 37.29%
Lara Carmen Meléndez 58.33% Henri Falcón 40.27%
Mérida Yeison Guzmán 46.54% Ramón Guevara 50.82%
Miranda Héctor Rodríguez 52.78% Carlos Ocariz 45.67%
Monagas Yelitza Santaella 54.07% Guillermo Call 43.83%
Nueva Esparta Carlos Mata Figueroa 47.40% Alfredo Díaz 51.87%
Portuguesa Rafael Calles 64.51% María Beatriz Martínez 32.94%
Sucre Edwin Rojas 59.79% Robert Alcalá 38.86%
Táchira José Vielma Mora 35.41% Laidy Gómez 63.27%
Trujillo Henry Rangel Silva 59.75% Carlos González 37.74%
Vargas José García Carneiro 52.98% José Manuel Olivares 45.57%
Yaracuy Julio León Heredia 62.13% Luis Parra 35.56%
Zulia Francisco Arias Cárdenas 47.38% Juan Pablo Guanipa 51.35%

Venezuela

UN’ALTRA BATTUTA D’ARRESTO PER L’IMPERIALISMO USA

Come in occasione delle elezioni per la Costituente, questo risultato si è rivelato disastroso non solo per l’oramai disgregata opposizione interna, ma anche per i burattinai che ne tengono i fili, quelli che hanno sede a Washington. Il sogno di rovesciare il governo del Paese che detiene il maggior numero di risorse petrolifere stimate al mondo (anche più dell’Arabia Saudita) per instaurare un governo fantoccio sta lentamente svanendo, ed il Venezuela rischia di diventare la più grande sconfitta per l’imperialismo a stelle e strisce nel nuovo millennio.

Per capire, una volta per tutte, come agiscono gli Stati Uniti sullo scacchiere globale, si può fare riferimento alle parole di George Frost Kennan, figura chiave del Dipartimento di Stato degli USA nel secondo dopoguerra. Nel documento intitolato Policy Planning Study 23, Kennan scriveva: “La nostra attenzione deve essere concentrata ovunque sui nostri obiettivi nazionali immediati […]. Dobbiamo smetterla di parlare di obiettivi vaghi e irreali come i diritti umani, il miglioramento delle condizioni di vita e la democratizzazione. […] Meno saremo ostacolati da slogan idealistici, meglio sarà”. Come fa notare Noam Chomsky, il documento è stato a lungo tenuto top secret: “Per rasserenare il pubblico, era necessario strombazzare gli ‘slogan idealistici’ (come accade costantemente anche adesso), ma in quel caso di pianificatori stavano parlando tra di loro”.

In pratica, quello che ci sta dicendo, è che ogni volta che sentiamo parlare dai mezzi di comunicazione ufficiali di “diritti umani e democratizzazione”, in realtà si tratta solamente di una copertura per occuparsi dei “nostri obiettivi nazionali immediati, ovvero quelli degli Stati Uniti. Il caso del Venezuela non fa certo eccezione, soprattutto in un continente, come l’America Latina, che per Washington ha sempre rappresentato il proprio backyard, il giardino di casa. Lo stesso Kennan si riferiva a questa terra, che si estende dal Messico alla Patagonia e che ha la sfortuna di trovarsi sullo stesso continente degli Stati Uniti, non con un termine geografico, ma parlando de “le nostre materie prime”.

Un altro punto che Chomsky mette in evidenza, è l’utilizzazione dell’accusa di “comunismo” nei confronti dei Paesi terzi da parte degli Stati Uniti, un espediente utilizzato soprattutto ai tempi della guerra fredda – ed è facile capirne le ragioni – ma ancora oggi assolutamente in voga. “Qualunque siano le idee politiche delle persone che sostengono una responsabilità diretta del governo per il benessere delle persone”, scrive l’accademico di Philadelphia, “i pianificatori statunitensi lo chiameranno comunismo”. Tornando ancora una volta alle parole di Kennan, per gli Stati Uniti “è meglio avere un regime forte al potere che un governo liberale che sia indulgente e penetrato dai comunisti”.

Possiamo dunque affermare che il governo venezuelano di Chávez e Maduro corrisponde perfettamente alle definizioni di “comunismo” appena fornite. Le vere colpe di Caracas, per parlare schiettamente, sono quelle di aver tentato di mettere in piedi politiche per ridurre la diseguaglianza e la povertà nel Paese, e quelle di aver permesso l’accesso alla sanità ed all’istruzione alle fasce della popolazione più svantaggiate. Ma, cosa ancora più grave, il governo bolivariano si è macchiato dell’inammissibile reato di aver leso gli interessi degli Stati Uniti nel campo petrolifero ed in altri settori dell’economia, procedendo ad un’ondata di nazionalizzazioni, che in realtà avrebbe meritato di essere molto più ampia nel cammino verso una società socialista. Tutti fatti altamente inaccettabili per Washington.

IL VENEZUELA CONTRO LA GUERRA ECONOMICA

Della guerra economica che è stata dichiarata dagli Stati Uniti contro il Venezuela ne abbiamo già parlato, ma vale sempre la pena ripetersi: dal commercio al settore bancario e finanziario, tutto è stato programmato per creare una crisi ad hoc nel Paese sudamericano, al fine di addossare poi le colpe al governo di Maduro. Le contromisure per frenare questo crimine economico secondo solamente all’embargo contro Cuba sono al momento al vaglio del presidente e dell’ANC (Asamblea Nacional Constituyente), presieduta da Delcy Rodríguez.

Popolo venezuelano, attiviamoci per la difesa della nostra patria, per la difesa del salario dei lavoratori”, ha arringato Rodríguez attraverso i media nazionali. “Vogliamo dire alle forze imperialiste che non regaleremo nessuno dei nostri salari, e che difenderemo il Venezuela. Ci metteremo in moto come popolo contro la guerra economica”. Neanche l’inflazione galoppante causata dal blocco delle importazioni venezuelane (almeno per le classi economicamente più deboli) ha però permesso all’opposizione di fermare un progetto, come quello della rivoluzione bolivariana, che va ben oltre il qui ed ora.

Altro membro dell’ANC, Francisco Ameliach ha proposto inoltre di anticipare le elezioni municipali. “Su 334 municipi, la rivoluzione ha vinto in 249 di questi, ovvero il 75%. Con la vittoria in diciotto dei ventitré stati, il governo controlla il 78% del territorio nazionale”, ha dichiarato attraverso il programma radiofonico “Hablando de Poder”. “Questa si chiama coscienza, potere popolare”. Gli fa eco il Ministro dell’Economia, Elias Jaua Milano: “Abbiamo vinto perché siamo un popolo con dignità che ha saputo reagire per respingere la banda dei governi imperialisti e dei loro lacché oligarchi del continente“.

Insomma, per la rivoluzione bolivariana è arrivata l’ennesima vittoria elettorale sin dall’elezione di Hugo Chávez nel 1998. L’opposizione, invece, continua ad accumulare derrotas e fallimenti sia dal punto di vista elettorale che nell’attuazione dei suoi piani sovversivi, tanto da spaccarsi ancora una volta nel momento di decidere se i propri governatori eletti dovessero o meno prestare giuramento di fronte all’Assemblea Nazionale Costituente. E, mentre ci avviciniamo al ventennio dall’inizio del chavismo, il Venezuela si prepara alle elezioni presidenziali del prossimo anno.

BIBLIOGRAFIA

CHOMSKY, Noam (1992), What Uncle Sam Really Wants
KENNAN, George (1948), Policy Planning Study 23

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web.

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