Svezia e Lettonia, nuovi governi ancora in alto mare

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12/10/2018 Giulio Chinappi 1418

I due Paesi europei andati più recentemente alle elezioni, la Svezia e la Lettonia, fanno fatica a formare un nuovo governo.

SVEZIA: SITUAZIONE DI STALLO UN MESE DOPO LE ELEZIONI

È oramai passato più di un mese dalle elezioni legislative tenutesi in Svezia lo scorso 9 settembre. Il ritardo ha permesso al primo ministro in carica, Stefan Löfven, di superare i quattro anni netti di governo, festeggiati il 3 ottobre, piazzandosi al dodicesimo posto nella classifica storica dei premier più longevi del Paese.

Come oramai noto, il “problema” sorge per via della spettacolare ascesa dell’estrema destra dei Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna, SD), il partito di Jimmie Åkesson, che ha spezzato lo storico bipolarismo tra il centro-destra ed il centro-sinistra. Con i suoi 62 seggi sui 349 che compongono il Riksdag, il parlamento unicamerale della monarchia scandinava, SD ha acquisito un potere contrattuale non da poco di fronte al testa a testa tra la coalizione Rosso-Verde (De rödgröna) di Löfven e l’Alleanza (Alliansen) di Ulf Kristersson, separate da un solo seggio (rispettivamente 144 e 143).

Il processo per la formazione del governo ha avuto inizio subito dopo l’ufficializzazione dei risultati elettorali, ed inizialmente è stato richiesto a Löfven, in qualità di leader del partito con più voti, il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori di Svezia (Sveriges Socialdemokratiska Arbetareparti, SAP), di formare il governo. Löfven sperava di riuscire a cavarsela con un governo di minoranza come nella precedente legislatura, ma, questa volta, si è trovato di fronte al muro della coalizione di centro-destra, e non ha ottenuto la fiducia dal Riksdag.

Dopo il fallimento del leader socialdemocratico, la palla è passata a Kristersson, candidato del Partito Moderato (Moderata samlingspartiet, M) e del centro-destra, che avrà tempo fino al 16 ottobre per presentare una nuova maggioranza. Kristersson difficilmente potrà contare sull’appoggio dei partiti di centro-sinistra, visto il “no” espresso nei confronti di Löfven, ma allo stesso tempo ha detto di non essere intenzionato a coinvolgere nel governo l’estrema destra di Åkesson.

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Nonostante le dichiarazioni, in molti credono che alla fine sarà proprio un’alleanza Krsitersson-Åkesson a sciogliere il nodo della governabilità. Tobias Andersson, deputato neoeletto in seno ad SD, è stato esplicito nel predire la formazione del governo più a destra nella storia della Svezia: “Ulf è conscio del fatto che non potrà formare un governo senza l’appoggio dei Democratici Svedesi”, ha dichiarato. “Credo che proverà prima ad andare avanti con l’Alleanza, e poi sarà più facile dire ai suoi elettori che l’Alleanza non ha funzionato e che bisogna provare qualcosa di nuovo”.

L’unico freno alla formazione del nuovo governo sta in quella tacita conventio ad excludendum che esiste tutt’ora in molti Paesi europei circa i partiti dell’estrema destra nazionalista, da molti considerati come inammissibili nella formazione di un governo di un Paese democratico. Lo stesso Andersson ha ammesso: “Abbiamo bisogno ancora di un paio di anni per normalizzare e legittimare il nostro partito”. Fondato nel 1988 come federazione di numerose forze della destra nazionalista e neonazista, questa forza politica è rimasta infatti a lungo ai margini della vita politica, mancando l’ingresso in parlamento per oltre vent’anni. Il merito dell’ascesa – va detto – è sicuramente del leader Jimmie Åkesson, divenuto segretario del partito nel 2005, che da allora ha saputo modificare le posizioni di SD, abbandonando le vecchie radici neonaziste e la natura settaria, per concentrarsi su temi di interesse nazionale quali l’immigrazione e l’avversione per l’Unione Europea, fino a portare il partito alle porte del governo.

INIZIATE LE CONTRATTAZIONI IN LETTONIA

La situazione della Lettonia è certamente meno allarmante rispetto a quella svedese, visto che le elezioni legislative si sono tenute solamente lo scorso 6 ottobre. I risultati, tuttavia, non hanno fornito un quadro chiaro della situazione, con l’equilibrio che prevale tra le sette forze che sono riusciti ad eleggere dei propri rappresentanti in parlamento (Saeima).

Le contrattazioni, al momento, hanno escluso, come avvenuto spesso di recente, la forza politica più grande del Paese, il Partito Socialdemocratico “Armonia” (in lettone Sociāldemokrātiskā Partija “Saskaņa”, in russo Социал-демократическая партия «Согласие»). Primo partito sia nel 2014 che quest’anno, la forza guidata da Vjačeslavs Dombrovskis paga soprattutto il proprio orientamento filorusso, visto che “Armonia” ha la sua base elettorale proprio nella popolazione di etnia russa (circa un quarto dei due milioni di abitanti della Lettonia). Il pregiudizio nei confronti dei russi è evidentemente ancora troppo forte nella politica lettone, con il governo destinato a mantenere un orientamento filoeuropeista e filostatunitense (la Lettonia è anche membro della NATO).

A riunirsi attorno al tavolo delle trattative sono stati dunque A chi appartiene lo Stato? (Kam pieder valsts? – KPV LV), la nuova forza populista anti-establishment e parzialmente antieuropeista nata nel 2016, il Nuovo Partito Conservatore (Jaunā konservatīvā partija – JKP), Nuova Unità (Jaunā Vienotība), Alleanza Nazionale (Nacionālā Apvienība – NA) e la lista Attīstībai/Par!.

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Da notare dunque, che. oltre al Partito Socialdemocratico “Armonia”, l’altra forza ad essere stata categoricamente esclusa è stata l’Unione dei Verdi e dei Contadini (in lettone: Zaļo un Zemnieku savienība – ZZS), il partito del primo ministro uscente Māris Kučinskis, che però è uscito con le ossa rotte dalle urne, perdendo dieci punti percentuali ed altrettanti seggi.

Jānis Bordāns, leader del Nuovo Partito Conservatore, sembrerebbe il più indicato per guidare il nuovo governo, ma non è detto che KPV LV accetti. Aldis Gobzems, leader della forza politica più grande dell’eventuale coalizione di governo, infatti, potrebbe a ragione protestare contro la candidatura di Bordāns, ma allo stesso tempo un governo Gobzems non otterrebbe probabilmente l’avallo di tutti i cinque partiti citati. Gobzems, “accusato”, insieme al suo partito, di euroscetticismo, ci ha comunque tenuto a precisare di non avere nessuna intenzione di cambiare l’orientamento del Paese in politica estera.

Al momento, l’accordo principale tra i due partiti più importanti del potenziale governo riguarderebbe lo stop all’immigrazione, mentre restano molte le questioni in sospeso.

di GIULIO CHINAPPI


Immagini: in alto, Jimmie Åkesson, leader dei Democratici Svedesi, ed Ulf Kristersson, leader dell’Alleanza di centro-destra; in basso, Jānis Bordāns, principale candidato a guidare il nuovo governo in Lettonia.

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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