RD Congo: le forze di Kabila mantengono il controllo del parlamento

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18/01/2019 Giulio Chinappi

Dopo la vittoria di Félix Tshisekedi alle elezioni presidenziali, la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) ha pubblicato anche i risultati delle elezioni legislative nella Repubblica Democratica del Congo, che si sono tenute nella stessa giornata del 30 dicembre.

Félix Tshisekedi, leader dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (Union pour la Démocratie et le Progrès Social – UDPS) e vincitore delle elezioni presidenziali con il 38.6% dei consensi, entrerà in carica come nuovo capo di Stato della Repubblica Democratica del Congo il prossimo 22 gennaio (la data è stata posticipata di qualche giorno in seguito ai ritardi nell’ufficializzazione dei risultati). Il prossimo presidente, però, si troverà a dover scendere a compromessi, visto che le elezioni legislative non gli hanno sorriso altrettanto: il suo partito ha infatti ottenuto solamente trentadue seggi, che salgono a quarantasei se si considerano anche le altre forze facenti parte della coalizione che lo sostiene. Del tutto insufficienti, in un parlamento che di scranni ne conta ben cinquecento.

L’organo legislativo, infatti, resterà saldamente nelle mani degli uomini del presidente uscente Joseph Kabila, che ha però fallito nel proporre il suo braccio destro Emmanuel Ramazani Shadary come proprio successore. Se il candidato alla presidenza ha ottenuto solamente il 23.84% delle preferenze, il partito di Kabila, denominato Partito del Popolo per la Ricostruzione e la Democrazia (Parti du Peuple pour la Reconstruction et la Démocratie – PPRD), ha mantenuto il primato con quarantotto seggi, ma soprattutto la coalizione che ha sostenuto la lunga presidenza di Kabila ha conservato la maggioranza assoluta a quota 350.

Da tenere in considerazione, poi, ci saranno anche i 94 seggi della coalizione “Lamuka”, quella che alle presidenziali sosteneva Martin Fayulu, arrivato secondo con il 34.83%, ma a suo dire sconfitto grazie ai brogli e ad un accordo sottobanco che avrebbe visto come protagonisti Kabila e Tshisekedi. Fayulu era sostenuto anche dalla potentissima Chiesa Cattolica congolese, riunita nella CENCO (Conférence Episcopale Nationale du Congo), che ha diffuso dei propri dati – alquanto opinabili – secondo i quali Fayulu avrebbe dovuto vincere con oltre il 60% delle preferenze.

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Tra le forze non inserite in nessuna delle tre grandi coalizioni, il Partito Popolare per la Pace e la Democrazia ha guadagnato venti seggi, mentre dieci seggi sono stati conquistati dall’Unione per la Nazione Congolese (Union pour la nation congolaise), forza che ha appoggiato Tshisekedi e che è guidata da Vital Kamerhe, colui che dal 22 gennaio dovrebbe ottenere l’incarico di primo ministro, e che in passato aveva ricoperto il ruolo di ministro della Ricostruzione sotto Laurent Kabila, il padre di Joseph. Nel 2011, inoltre, Kamerhe si era candidato in prima persona alla presidenza, ottenendo il 7.74% delle preferenze. Da segnalare anche che quindici seggi non sono stati ancora assegnati, visto che le elezioni sono state rinviate in alcune aree del Paese che si trovano in situazioni particolarmente difficili.

Sia i dati precedentemente esposti che le proteste da parte dei candidati sconfitti nella corsa alla presidenza (soprattutto Fayulu, meno Ramazani Shadari), vanno a suffragare dunque la necessità di trovare un compromesso tra le forze politiche per permettere al Congo di portare a compimento il primo passaggio di potere senza spargimenti di sangue nella sua storia indipendente. La storia recente del Paese, al contrario, è sempre stata molto cruenta, sin dall’inizio della colonizzazione belga. Dopo una cruenta lotta per l’indipendenza e l’emergere del primo presidente Patrice Lumumba, questi fu tradito ed assassinato nel 1961, e sostituito dal suo ex collaboratore Joseph-Désiré Mobutu, che mantenne un potere dittatoriale fino al 1997 con il nome, come accennato in precedenza, di Mobutu Sese Seko. Mobutu, che rinominò il Paese come Zaire, fu deposto da Laurent-Désiré Kabila con un colpo di Stato militare, approfittando dei conflitti che imperversavano in Congo e nei Paesi limitrofi (Uganda e Ruanda), che appoggiarono il suo operato. Mobutu fuggì in Marocco, dove morì di cancro poco tempo dopo, mentre Kabila, fu ucciso in occasione di un golpe nel 2001, venendo poi sostituito dal figlio.

Le ragioni precedentemente esposte fanno capire perché molti osservatori internazionali, ed in particolare la Comunità per lo sviluppo dell’Africa Australe (Southern African Development Community – SADC), della quale fanno parte quindici Stati compresa la Repubblica Sudafricana, abbiano proposto un governo di unità nazionale come soluzione, anziché proseguire sulla strada dello scontro frontale, come sembra invece voler fare Fayulu con i suoi ricorsi a raffica. Kabila, invece, ha affermato di essere pronto ad assicurare il passaggio di consegne in maniera pacifica.

Non dimentichiamo, del resto, che secondo diverse organizzazioni internazionali, la Repubblica Democratica del Congo è attualmente attraversata da ben sei conflitti diversi:

  • l’insurrezione delle Forze Democratiche Alleate, iniziata nel 1996, che ha causato oltre temila morti;
  • il conflitto dell’Ituri, iniziato nel 1999, con oltre sessantamila morti;
  • il conflitto del Kivu, cominciato nel 2004, causa di circa dodicimila decessi;
  • gli scontri tra le etnie Batwa e Luba, che hanno causato la morte di oltre cinquecento persone dal 2013;
  • la ribellione della milizia Kamwina Nsapu, che dal 2016 ha causato circa ottocento decessi;
  • l’insurrezione dell’esercito di Resistenza del Signore, il conflitto più antico e sanguinoso, che dal 1987 ha causato oltre centomila morti e che si estende fino alla Repubblica Centrafricana, anche se sembra aver perso di intensità negli ultimi anni.

Negli ultimi giorni, inoltre, sono stati resi noti i dati di alcuni scontri fra le comunità di Banunu e Batende, che avrebbero causato circa novecento morti e sedicimila sfollati. Michelle Bachelet, ex presidente del Cile ed oggi Alto commissario per i Diritti umani delle Nazioni Unite, ha dichiarato che non è certo che gli scontri, risalenti a metà dicembre, possano essere collegati con quelle che sarebbero state le imminenti elezioni.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato in "Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale" all'Università "La Sapienza" di Roma, e successivamente in "Scienze della Popolazione e dello Sviluppo" presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate online. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam", Paese nel quale risiede tuttora.

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