Un principio macroeconomico importante: ogni spesa genera reddito

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21/01/2016 Team Young 658
L’economia haaccresciutola sua presenza nelle nostre vite. Termini, immagini e concetti legati all’economia sono sempre più diffusi nei dibattiti degli esperti, nelle pratiche commerciali, sui media. Sono tutti frammenti che provengono daun puzzle complesso di idee, teorie e visioni del mondo che abbiamo bisogno di ricostruire. E solo cercando e mettendo insieme i vari frammenti è possibile ricomporre il quadro generale e comprendere in maniera profonda il mondo nel quale viviamo oggi. “Ogni frammento può dar luogo all’unione”, il nostro vuole essereun esperimento di sinergia editoriale: troverai le nostre rubriche disseminate fra varie testate giornalistiche che accoglieranno laricerca dell’immagine finale. Se non vorrai smarrire nessun frammento potrai al seguente link registrarti e visualizzare il nostro archivio che aggiorneremo periodicamente (link squeeze page) e potrai visualizzare i siti nei quali troverai le nostre rubriche.

Abbiamo visto che il PIL può essere espresso come la somma della produzione totale in un dato periodo  di  tempo.  Tale  somma  viene  espressa  in  termini  monetari  e  rappresenta  la  spesa complessiva  per  l’acquisto  di  beni  e  servizi  nell’economia  e,  contemporaneamente,  costituisce anche il reddito complessivo “creato” da quella economia. Pertanto, da questa premessa possiamo derivare  uno  dei  principi  fondamentali  della  macro-economia:  la  spesa  di  qualcuno  è  sempre  il reddito di qualcun altro. In un’economia monetaria infatti ogni spesa si tramuta necessariamente e sempre  in  reddito.  E,  non  per  caso,  il  reddito  complessivo  prodotto  da  un’economia  equivale sempre  alla  spesa  complessiva  effettuata  da  tutti  i  soggetti  che  compongono  quell’economia. Motivo per cui il PIL non solo misura simultaneamente non solo il reddito complessivo ma anche la spesa  complessiva,  dal  momento  che  non  può  esserci  reddito  per  qualcuno  senza  una  spesa equivalente da parte di qualcun altro.Come sottolineava anche lo stesso John Maynard Keynes: “Ogni volta che qualcuno taglia la sua spesa,  sia  come  individuo,  sia  come  Consiglio  comunale o come  Ministero,  il  mattino  successivo sicuramente qualcuno troverà il suo reddito decurtato”.Vediamo    quindi    come    questo    semplice   principio    ci    permetterà    di    cogliere    interazioni macroeconomiche fondamentali e spiegarci come la ricchezza viene accumulata dalla famiglie nel corso del tempo.

Il sistema di contabilità nazionale suddivide la produzione di una nazione in quattro categorie principali, che riflettono il tentativo di operare una distinzione tra i vari beni e servizi prodotti e tra idiversi gruppi di acquirenti finali. Le componenti principali del PIL (a loro volta scomponibili in sotto-categorie) sono: consumi (C), investimenti (I), spesa pubblica (G), esportazioni (X) e importazioni (M) e possono essere formalizzate algebricamente nella seguente equazione: 

IL (Y) = C + I + G + X – M
Analizziamo adesso voce per voce le varie componenti.
Quando si parla di consumi si fa riferimento a tutti quei beni e servizi finali acquistati dai consumatori (per esempio vacanze, biglietti del treno, cibo; viene invece escluso l’acquisto di nuove abitazioni che rientra sotto la voce investimenti). In genere, il gruppo che acquista il maggior numero di beni e servizi di consumo sono le famiglie, proprio perché sono le famiglie che solitamente acquistano quei beni e servizi necessari al nutrimento o al sostentamento. Pertanto, non casualmente i consumi sono la componente generalmente più grande del PIL, perché costituiscono per la maggior parte beni e servizi di sostentamento indispensabili.
La voce investimenti è data dalla somma di tre componenti: l’investimento produttivo o non immobiliare da parte delle imprese, l’investimento in scorte di magazzino e l’investimento immobiliare da parte delle famiglie e in edifici non residenziali da parte delle imprese.Alcuni esempi di investimento produttivo sono l’acquisto di macchinari, d’impianti, di computer. E, in generale, di tutti quei beni che consentono all’impresa di produrre di più nel futuro (i beni intermedi come elettricità, materie prime, servizi di marketing rientrano nella categoria dei beni e servizi intermedi e quindi vengono esclusi dal calcolo).
L’investimento in scorte di magazzino da parte delle imprese, invece, comprende tutti quei beni che sono stati prodotti ma che non vengono venduti nel periodo contabile preso in esame. Può accadere che nel corso di un anno non tutta la produzione venga venduta, in quel caso le scorte di magazzino aumenteranno. Viceversa, se in un certo periodo le vendite eccedono la produzione, le scorte si ridurranno e quindi l’investimento in scorte risulterà negativo.
Nella terza sotto-categoria rientrano, infine, l’investimento immobiliare da parte delle famiglie comprende l’acquisto di nuove case o appartamenti e di edifici non residenziali da parte delle imprese. Mentre, non  rientra sotto questa voce l’acquisto di edifici già esistenti così come l’acquisto di terreni.
Infine, è bene puntualizzare che gli economisti utilizzano il termine investimento in senso più stretto di quanto non avvenga comunemente (per esempio sulla stampa finanziaria).  Per investimenti infatti gli economisti intendono l’acquisto di nuovi beni capitali (case, edifici, macchinari). Questi investimenti non vanno confusi con l’acquisto di azioni, titoli o oro che rientrano sotto la voce investimenti finanziari e non sono compresi e conteggiati nel PIL.
Passiamo, adesso, alla voce spesa pubblica. Al suo interno rientrano tutti i beni e servizi finali acquistati dallo Stato o dagli enti pubblici. I beni comprendono, per esempio, l’acquisto di un aeroplano, di una nave, la stampante per un ufficio pubblico. Mentre i servizi  comprendono tutti quelle prestazioni erogate dagli impiegati pubblici. Convenzionalmente si ritiene, infatti, che quei servizi vengano “acquistati” dallo Stato, che retribuisce i propri dipendenti per i servizi che essi offrono allo Stato stesso, che può così erogarli e fornirli al pubblico. Dalla spesa pubblica vengono poi escluse alcune voci di spesa da parte dello Stato come i trasferimenti (assistenza sanitaria o sociale) e gli interessi pagati sul debito pubblico. Questo perché i trasferimenti da parte del governo, da un lato, non rappresentano l’acquisto di beni e servizi finali, dall’altro, il denaro derivante da essi viene poi speso e quindi rientra generalmente nella voce consumi. Questo implica che se i trasferimenti fossero conteggiati nel PIL come spesa pubblica, ciò equivarrebbe a calcolare due volte la stessa spesa sotto voci diverse. E lo stesso criterio si applica alla voce spesa per interessi pagati sul debito pubblico, dal momento che si tratta di reddito da interesse che viene comunque trasferito a famiglie e imprese e quindi rispeso (quantomeno in parte) nell’economia. Infine, la voce spesa pubblica comprende anche la spesa in investimenti effettuata da parte dello Stato (infrastrutture, ospedali, aeroporti…). Questo tipo di spese sono comprese sotto la voce spesa pubblica e non rientrano sotto la voce Investimenti (che attiene solo alla spesa in investimenti da parte di famiglie e imprese).
La somma di queste prime tre componenti del PIL (C + I + G) rappresenta la spesa in beni e servizi effettuata a livello nazionale o interno da parte dei residenti e quindi prende in nome di domanda interna. Questo dato è importante perché ci dice a quanto ammonta la produzione, la spesa e il reddito prodotto internamente da una nazione. Per ottenere la spesa totale mancano altre due componenti che riguardano però i rapporti con il resto del mondo.Le esportazioni sono tutti quei beni e servizi che un paese vende al resto del mondo o, visto dal punto di vista speculare ma opposto, che il resto del mondo acquista da un determinato paese. Le importazioni sono invece tutti quei beni e servizi che vengono acquistati dall’estero o che il resto del mondo vende a un paese specifico (per questo nell’equazione del PIL le importazioni vengono riportate con il segno meno, proprio perché quando un paese importa qualcosa parte del reddito nazionale finisce all’estero ed “esce” dal paese). La differenza fra esportazioni (X) e importazioni (M) viene definita esportazioni nette o saldo commerciale (NX): se le esportazioni eccedono le importazioni il paese registra un avanzo commerciale, viceversa, se le importazioni eccedono le esportazioni il paese presenta un disavanzo commerciale.La somma delle cinque voci che abbiamo appena esaminato rappresenta il PIL, possiamo adesso comprendere il significato dell’equazione da cui eravamo partiti all’inizio del paragrafo:
PIL (Y) = C + I + G + X – M
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