Omm’icron ‘O Malament’

Gennaio 26, 2022
Rosanna Gaddi
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All’inizio di questa maledettissima pandemia fu detto “Ne usciremo migliori”, eppure l’umanità tutto sembrava fuorché essere diventata migliore. I cattivi e i cinici si erano incattiviti ulteriormente e i buoni e i sensibili erano diventati ancora più cazzoni. Io, ovviamente, appartenevo a quest’ultima categoria.

Nel corso dell’epidemia avevamo attraversato varie fasi. Dall’angoscia per una fine imminente, alla fame di cose mai assaporate per la paura di non averne più la possibilità, passando attraverso la rabbia e la frustrazione per arrivare alla stasi catatonica per questa fine che non arrivava mai e per questa vita che non riprendeva.

Fu in una di queste fasi, forse la seconda, che incontrai ‘o malament’.

Lo immaginai con sembianze umane, ma totalmente svuotato di umanità. Era povero, non di beni materiali, come nessun altro al mondo. Lui mancava di valori. Piangeva la sua miseria ergendosi a vittima di un sistema che non aveva saputo valorizzare le sue incredibili doti, così ben celate che non si sarebbero potute trovare nemmeno con una radiografia!

Quale fu il mio ruolo in questa storia? Accogliere e raccogliere il suo lerciume cercando di risollevargli la vita, fallita su tutti i fronti. E lì si perpetuò il mio errore nella ricerca “antropologica” che non riuscì a decollare a causa di un’assoluta povertà intellettiva del soggetto oggetto di studio.
Sì perché il soggetto aveva difficoltà logiche e relazionali, incapacità di comprensione di testo, tendenza a comportamenti aggressivi, dipendenza da sostanze chimiche stupefacenti e alcool, paranoia, fervida fantasia distruttiva, ossessioni di possesso compulsivo, invidia, sadismo, disturbo narcisistico della personalità, schizofrenia, tendenza alla menzogna, falsata personalità borderline in cui alternava estremo egocentrismo ed estremo disprezzo di sé (solo a parole per vittimismo), desiderio misto al bisogno di imporre la propria mascolinità tossica e quel po’ di cattiveria ereditata che non guasta mai.

Avevo deciso che mi sarei interfacciata con questo strano essere per poter delineare il tipo di personalità di uno dei personaggi del prossimo lavoro, pertanto lo avevo identificato come soggetto di studio e lo stavo “sfruttando”, a volte prendendomi gioco di lui.

Attraverso l’osservazione e uno scambio comunicativo (a tratti estremamente difficile) cercavo la giusta classificazione della categoria diagnostica del suo disturbo mentale indotto dall’assunzione reiterata di sostanze. Questo mio interesse proveniva dalla totale mancanza nella mia vita di contatti con reietti della società. Del resto avevo vissuto fino a quel momento una vita protetta e ben definita, fatta esclusivamente di cultura e arte, di scambi comunicativi con menti eccelse e persone reali dai solidi valori. Mi ero tenuta sempre alla larga da discutibile dignità e avrei fatto bene a continuare.

I concetti clinici e scientifici implicati nella categorizzazione delle condizioni come disturbi mentali avrebbero soddisfatto la mia curiosità? Certamente dentro di me nutrivo un’insana ricerca dell’oscuro e, lo ammetto, la noia mi aveva scatenato fame di novità. Mi fu subito chiaro che non ero indifferente al soggetto. Passava gran parte del tempo a pavoneggiarsi nella speranza di risultare interessante. In realtà ciò che mi interessava erano i segreti che avrebbe potuto rilevarmi su alcune persone che aveva avuto modo di frequentare e così fece. Voleva fare colpo a tutti i costi, ma aveva scelto il modo sbagliato: calunniava e criticava chiunque. Sospettava di continui tradimenti. La sua sospettosità era alla base di molti disagi, una sorta di “fobia sociale”. Gli ripetevo che se sospettava significava che temeva, senza prove fondate, sulla base di semplici indizi, reali o presunti, che da una persona, da un evento, o da un’entità superiore potesse derivare un danno o un pericolo per se stesso o per i propri interessi. Il suo atteggiamento era quello di colui che avvertiva la realtà con timore e sentimenti ostili, maturati da esperienze negative effettivamente vissute o anche solo immaginate. Le sue inscalfibili certezze rendevano il proprio dubbio sensato e giustificato ed erano la fonte del pensiero paranoico, pensiero che convertiva la conoscenza soggettiva in oggettiva, cioè in Verità Assoluta. La miscela di paura e dubbio, che diventavano diffidenza e sospettosità nella relazione tra sé e gli altri, condite con rabbia e vergogna, si esprimeva con la reazione di chi si difende preventivamente, con l’evitamento o l’isolamento (magari si fosse isolato da solo!); con la reazione di chi si difende attaccando, sia verbalmente che fisicamente; e con la reazione di chi delira. Il soggetto reagiva in modo eccessivo al minimo incontro/scontro che decodificava come un’aggressione. L’umore tendeva spesso alla depressione e si difendeva spesso contro qualcosa che esisteva solo nella sua mente. Non avevo dubbi, aveva un disturbo delirante, un delirio paranoico. Mi restava di capire se fosse di tipo erotomanico o misto. Con il passar del tempo mi sembrò anche molto vicino alle caratteristiche cliniche del disturbo di personalità. Sì, ma quale?! E come non associare la componente dell’uso e abuso di alcool e sostanze stupefacenti?! La sua esistenza era costellata di condotte misogine, violente, omofobe e aggressive. Il concetto di mascolinità tossica avrebbe potuto in parte ricordarlo, sebbene Bliss non lo aveva fondato per tale scopo. Il movimento mitopoietico promuoveva il ritorno a una spiritualità maschile che salvasse il mascolino profondo, una mascolinità protettiva e guerriera, dalla mascolinità tossica. L’attuale uso del termine derivava invece da una errata interpretazione sulla mascolinità egemonica di Connell. Egli la teorizzava come il prodotto di relazioni e comportamenti di genere. La mascolinità tossica stabiliva un insieme di attributi maschili fissi, dannosi tanto per le donne quanto per gli uomini stessi. Il mio obiettivo sarebbe stato, quindi, quello di liberare i maschi dalla tossicità che condizionava i loro atteggiamenti e modi di pensare, per creare un nuovo essenzialismo. Tutto questo dando per scontato che quell’essere potesse classificarsi come maschile! Riflettevo dunque sulla non esistenza della mascolinità se non come frutto di una costruzione sociale, derivante dai condizionamenti della famiglia, della scuola, dei gruppi dei pari, dei media e di altre influenze esterne più o meno dannose.  Decisi che avrei usato il soggetto di studio anche per studiare il patriarcato conclamato e medievale presente nel suo luogo di formazione, una formazione ristretta e minima, senza evoluzione.

Gli uomini avrebbero riconosciuto prima o poi il loro privilegio, avrebbero fatto ammenda dei loro comportamenti tossici, avrebbero sviluppato il senso di colpa verso la propria misoginia interiorizzata, ne sarebbero usciti migliori?

Dopo poco tempo dovetti ricredermi sulla possibilità di un miglioramento e fare i conti con la realtà dei fatti. Il soggetto di studio non sarebbe mai migliorato, non avrebbe mai compreso realmente le mie parole, non avrebbe potuto modificare il suo comportamento oramai cristallizzato da anni e anni di sostanze chimiche e comportamenti volti alla violenza e alla menzogna. Nonostante i miei innumerevoli sforzi dovetti mollare la presa e accettare la disfatta. Decisi comunque di darmi delle possibilità e mi rivolsi a lui come fa un terapeuta a un paziente affetto da schizofrenia. In effetti aveva tutte le caratteristiche anche di quest’altro disturbo psichiatrico: psicosi da perdita del contatto con la realtà, allucinazioni con false percezioni, deliri che comportavano falsi convincimenti. Tra me e lui era un continuo rincorrersi e confondersi con non poche difficoltà relazionali. Comprendeva a stento il mio linguaggio, forse anche a causa di un deficit cognitivo che ne aveva compromesso il ragionamento e la capacità di soluzione dei problemi. Il suo comportamento disorganizzato e l’appiattimento dell’affettività, uniti al malfunzionamento occupazionale e sociale lo avevano ridotto a una vita ripetitiva e vuota, senza scopi e senza soddisfazioni… un po’ come tutte quelle persone che impiegano il loro tempo a fare cose senza senso e senza prospettive, non avendo sbocchi evolutivi. Mi guardavo intorno per capire le cause di tutte queste sue estreme difficoltà esistenziali, ma evidentemente aveva una componente genetica e ambientale e soprattutto da piccolo aveva ricevuto pochi no e pochissimi ceffoni! Una diagnosi e un trattamento precoce consistente in terapia farmacologica, cognitiva e riabilitazione psicosociale avrebbero potuto migliorarne il funzionamento a lungo termine, ma aveva la testa dura e si sa che ‘a lava’ a capa ‘o ciuccio se perde l’acqua e ‘o sapone!

Tutta questa mia ricerca mi stava portando lontano. Dovevo fare ritorno. Dovevo riprendere la mia attività principale senza farmi fagocitare da tutto quel male insidioso e sinuoso. La crudeltà mi aveva avviluppata. Dovevo fermarmi, respirare (con attenzione), sanificare la mia esistenza e sarei riuscita a ripulire la città inghiottita dalla coltre di polvere.

Aveva dunque ragione chi sosteneva che chi è vuoto sarebbe rimasto fermo nella sua presunzione di vuotezza? Che chi cammina nel buio, pur ricevendo in dono la luce, non avrebbe potuto mai vederla? Il male composto da cattiveria e presunzione continuava a incenerire gli sforzi di tutti gli operatori del bene, ma non si poteva abbandonare la nave al proprio destino. Andavano portati tutti in salvo, andava data loro la possibilità di una nuova vita, nonostante tutto. E così facemmo.

Bisognava agire.

Fu detto che ne saremmo usciti migliori e non fu così per tutti. I cattivi e i cinici rimasero quasi tutti cattivi e cinici e trovarono la morte, i buoni e i sensibili divennero ancora più buoni e sensibili e vissero per dare nuovi colori al mondo.

Il viaggio di ognuno di noi procede lungo un tortuoso cammino e si intreccia in continuazione con tante altre piccole e grandi umanità.

E’ scritto nel Talmud di Babilonia: “Chi salva una vita salva il mondo intero”.

Oggi c’è chi penserebbe che non ne vale la pena. Che il rischio è troppo alto e che in una qualsiasi tipologia di guerra la violenza non risparmia nessuno.

Salvare anche una sola vita è operare una interruzione, una rottura della morte e del male.

Abbiamo interrotto il percorso della morte.

La strada è ancora lunga.

Non smettiamo di farlo.

L'AUTORE
Laureata in Storia & Filosofia. Insegnante di Scuola dell’Infanzia. Scrive favole per bambini, racconti e romanzi. Sindacalista per vocazione, chitarrista per passione, cura rassegne di cortometraggi e collabora con critici e artisti. Ha pubblicato una raccolta di favole “Un Totem da Favola” e un romanzo intimista “Diario Terapeutico del Male”.
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