Niente di nuovo sotto il sole della Cambogia

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01/08/2018 Giulio Chinappi 1168

Le elezioni generali tenutesi in Cambogia lo scorso 29 luglio hanno rafforzato ulteriormente il potere del Partito Popolare Cambogiano e del primo ministro Hun Sen.

METAMORFOSI DEL PARTITO POPOLARE CAMBOGIANO

Il Partito Popolare Cambogiano (Kanakpak Pracheachon Kâmpuchéa), la forza politica dominante nella piccola monarchia dell’Asia sud-orientale, altro non è che l’erede indegno del Partito Rivoluzionario del Popolo Kampucheano, partito comunista egemone all’interno della Repubblica Popolare della Kampuchea dal 1981 al 1991. Il PRKP assunse in fatti il potere in seguito alla guerra tra Cambogia e Vietnam, che terminò con la fine del regime degli Khmer rossi di Pol Pot, in quella che veniva chiamata all’epoca Kampuchea Democratica.

Il Vietnam sconfisse Pol Pot nel 1979, e, dopo una breve transizione, lasciò il potere nelle mani del PRKP, che istituì un regime comunista alleato dell’Unione Sovietica e dello stesso Vietnam. Tuttavia, all’inizio degli anni ’90, la crisi del sistema sovietico spinse il PRKP a rivedere le proprie posizioni, trasformandosi nell’attuale Partito Popolare Cambogiano. La Cambogia, dopo una breve fase di trasizione nella quale assunse il nome di Stato di Cambogia, tornò ad essere una monarchia, e nel settembre 1993 il sovrano Norodom Sihanouk riprese ufficialmente il trono del Regno di Cambogia.

In tutto questo, il Partito Popolare Cambogiano non si limitò solamente a cambiare nome, ma svolse anche una metamorfosi politica: abbandonò il marxismo-leninismo, spostandosi non su posizioni socialdemocratiche, come ad esempio fecero molti partiti comunisti dell’Europa orientale, ma convertendosi al centrismo politico ed al liberismo economico, rendendo la Cambogia uno dei Paesi più liberisti del Sud-Est Asiatico, e facendo schizzare alle stelle gli indici di diseguaglianza.

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Come il partito, anche i suoi esponenti politi furono protagonisti dello stesso mutamento. Hun Sen, oggi sessantacinquenne, fu inizialmente esponente di spicco delle Forze armate rivoluzionarie popolari della Kampuchea e poi ricoprì diversi incarichi importanti ai tempi del comunismo, come quelli di ministro degli Esteri e di primo ministro sin dal 1985. Nel 1993, dopo il ripristino della monarchia, cedette provvisoriamente il potere a Norodom Ranariddh, esponente del FUNCINPEC (acronimo del francese Front Uni National pour un Cambodge Indépendant, Neutre, Pacifique Et Coopératif), il Fronte unito nazionale per una Cambogia indipendente, neutrale, pacifica e cooperativa.

Pochi mesi dopo, nel settembre del 1993, i due partiti politici principali strinsero un’alleanza, che permise a Hun Sen di diventare “secondo primo ministro”, mentre il mandato di “primo primo ministro” rimase nelle mani degli uomini del FUNCINPEC, prima con Norodom Ranariddh e poi con Ung Huot. Le elezioni del 1998, tuttavia, sancirono la rinnovata vittoria del Partito Popolare Cambogiano, che di fatto tornò da allora ad essere il partito egemone del Paese sotto nuove spoglie, ed Hun Sen riprese saldamente il potere fra le sue mani.

I CONTESTATI RISULTATI ELETTORALI

Da quando la Cambogia è tornata ad assumere la forma monarchica, il Partito Popolare Cambogiano non ha fatto altro che aumentare i propri consensi, grazie ad una campagna elettorale permanente in tutto il Paese. Su ogni strada, da quelle cittadine a quelle delle aree più rurali, infatti, si possono facilmente vedere cartelloni, insegne e striscioni del partito di governo, mentre è quasi impossibile trovare tracce delle altre forze politiche. Insomma, Hun Sen è riuscito ad istituire un monopolio politico di fatto del suo partito, oramai pienamente riconvertitosi alla causa liberista, nonostante una democrazia di facciata che permette elezioni “libere” ogni cinque anni.

Subito dopo le operazioni di voto, Hun Sen ha annunciato la propria vittoria, affermando addirittura che il Partito Popolare Cambogiano avrebbe conquistato tutti i 125 seggi che compongono l’Assemblea Nazionale, la camera bassa del parlamento bicamerale del Paese (il Senato si elegge ogni sei anni, e l’ultima consultazione si è tenuta nello scorso febbraio). La tornata elettorale ha fatto registrare un’alta affluenza alle urne, pari all’82.17%, tredici punti percentuali in più rispetto a cinque anni fa, con quasi sette milioni di persone che si sono recate alle urne sugli 8.3 milioni di aventi diritto.

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Molti osservatori hanno messo in dubbio la legittimità del processo elettorale, in particolare a causa dell’altissimo numero di schede nulle, pari all’8.6% del totale, che potrebbero essere considerate come una testimonianza delle operazioni di brogli. Nonostante le alleanze e gli accordi economici esistenti con i Paesi occidentali, sono arrivate critiche anche da parte di Stati Uniti, Unione Europea, Canada ed Australia. In un comunicato ufficiale, la Casa Bianca ha fatto sapere che “le elezioni non sono state né libere né leali, e non rappresentano il volere del popolo cambogiano”: peccato che gli Stati Uniti abbiano sempre sostenuto il governo di Hun Sen da quando la Cambogia ha abbandonato il marxismo-leninismo, almeno fino al dicembre 2017, momento in cui Washington ha imposto le prime sanzioni a Phnom Penh, attraverso una mera restrizione dei visti.

Ad ogni modo, i risultati ufficiali, comunicati dal Comitato Elettorale Nazionale, non hanno visto una vittoria totale del Partito Popolare Cambogiano, come annunciato da Hun Sen, ma ci sono andati molto vicini. La forza poltiica del primo ministro in carica ha infatti raccolto il 76.78% dei consensi, ottenendo 114 seggi su 125, con una maggioranza mai vista dall’introduzione del pluripartitismo. Il FUNCIPEC di Norodom Ranariddh, escluso dal parlamento cinque anni fa, vi è rientrato con sei rappresentanti (5.88%), mentre cinque seggi sono andati al Partito della Lega per la Democrazia di Khem Veasna (4.86%).

A pesare sull’esito elettorale è stato soprattutto lo scioglimento del Partito del Salvataggio Nazionale della Cambogia, che nella precedente legislatura aveva rappresentato la principale forza di opposizione al potere di Hun Sen. Nel settembre 2017, tuttavia, il leader della minoranza parlamentare Kem Sokha è stato arrestato con l’accusa di aver ordito un colpo di stato contro il primo ministro in carica e, nel mese di novembre, la Corte Suprema della Cambogia ha sancito il dissolvimento del partito di opposizione ed il decadimento di tutti i suoi rappresentanti eletti. Solamente questo episodio ha risvegliato il senso critico degli occidentali nei confronti del governo di Hun Sen, con le simboliche sanzioni indicate in precedenza.

Ad ogni modo, va sottolineato come anche in presenza del partito di Sokha, Hun Sen avrebbe probabilmente trovato un modo per vincere, mantenendo solamente l’apparenza di una consultazione democratica ed aperta a tutte le forze politiche, quello che del resto era già accaduto cinque anni fa. Inoltre, dobbiamo affermare come tutte le forze politiche cambogiane, tanto di maggioranza quanto di opposizione, siano oggi totalmente fedeli al credo liberista ed al mantenimento del potere monarchico. Gli unici (e pochi) partiti che propongono un cambiamento di rotta, invece, sono ridotti a percentuali da prefisso telefonico, come il Partito Social-Democratico Alveare (0.88%), fondato dal giornalista radiofonico indipendente Mam Sonando.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web.

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