Messico: storica vittoria di López Obrador, rotto il monopolio della destra

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04/07/2018 Giulio Chinappi 1144

Domenica 1° luglio, si sono svolte le elezioni presidenziali in Messico, l’undicesimo Paese più popolato al mondo con i suoi 117 milioni di abitanti (quasi il doppio dell’Italia) ed il quattordicesimo più grande del pianeta per estensione (oltre sei volte l’Italia). In programma c’erano anche le elezioni legislative per il rinnovo dei 128 membri del Senato (Cámara de Senadores del Honorable Congreso de la Unión) e dei 500 membri della Camera dei Deputati (Cámara de Diputados). Si votava, infine, anche per il governo di nove dei trentuno Stati federati che costituiscono il Messico.

LÓPEZ OBRADOR NUOVO PRESIDENTE DEL PAESE

I sondaggi lo davano per vincitore, ma la storia del Messico ci insegna che spesso le previsioni della vigilia possono essere sovvertite da brogli e affini. Questa volta, però, nonostante le tante violenze registrate nel corso della campagna elettorale e fino a poche ore prima delle operazioni di voto, il responso delle urne ha premiato il sessantaquattrenne Andrés Manuel López Obrador, candidato di centro-sinistra che ha dunque interrotto un monopolio dei partiti di destra che durava da decenni. AMLO, come viene chiamato dai suoi sostenitori, si presentava come candidato della coalizione Juntos Haremos Historia (Insieme Faremo la Storia), composta dai partiti di sinistra MORENA (Movimiento Regeneración Nacional – Movimento Rigenerazione Nazionale) e PT (Partido del Trabajo – Partito del Lavoro), un tempo di ispirazione maoista, ma anche dalla formazione cristiano-evangelica PES (Partido Encuentro Social – Partito Incontro Sociale).

I dati dell’Instituto Nacional Electoral (INE), che ha registrato un’affluenza alle urne pari al 63.44% sui quasi novanta milioni di aventi diritto, in leggera crescita rispetto ai dati di sei anni fa, hanno confermato il successo di López Obrador, che, con oltre il 93% delle schede scrutinate, ha superato la barriera dei ventiquattro milioni di voti, ottenendo il 52.96% delle preferenze. Un risultato assolutamente straordinario per un candidato di sinistra, che ha invece ridotto ai minimi storici i partiti della destra liberista.

Ricardo Anaya, trentanovenne che ha già ricoperto la carica di Presidente della Camera dei Deputati, si è infatti fermato al 22.49%, sostenuto dalla coalizione Por México al Frente, composta dal PAN (Partido Acción Nacional – Partito d’Azione Nazionale), forza di ispirazione conservatrice e liberista che ha governato dal 2000 al 2012 con i presidenti Vicente Fox e Felipe Calderón, e da due partiti che si dichiarano di sinistra come i socialdemocratici del PRD (Partido de la Revolución Democrática) ed il Movimiento Ciudadano.

Ma a fracassare è stato soprattutto il PRI (Partido Revolucionario Institucional – Partito Rivoluzionario Istituzionale), al governo quasi ininterrottamente sin dal 1924 (tranne la succitata parentesi del PAN). La forza del presidente uscente Enrique Peña Nieto, che secondo la Costituzione non poteva chiedere un secondo mandato, si presentava sotto l’egida della coalizione Todos por México (Tutti per il Messico), insieme al PVEM (Partido Verde Ecologista de México) ed al PNA (Partido Nueva Alianza), a sostegno della candidatura del quarantanovenne José Antonio Meade, che in passato aveva ricoperto diverse cariche ministeriali. Con il 16.40% delle preferenze, però, Meade ha ottenuto il peggior risultato nella storia per un candidato del PRI.

In corsa per la presidenza c’era anche l’indipendente Jaime Rodríguez Calderón, sessantenne già governatore dello Stato di Nuevo León, che ha ottenuto il 5.13% dei voti, mentre ha annunciato il proprio ritiro poco prima delle operazioni di voto l’unica donna candidata, Margarita Zavala, cinquantenne moglie dell’ex presidente Felipe Calderón, in carica dal 2006 al 2012 per il PAN.

Da sottolineare anche che AMLO ha ottenuto la vittoria in tutti i trentuno Stati federati messicani, tranne quello di Guanajuato, dove Anaya ha conquistato la maggioranza.

SUCCESSO DELLA SINISTRA ALLE LEGISLATIVE E ALLE ELEZIONI LOCALI

Se la vittoria – anzi, il trionfo – alle presidenziali da parte di Andrés Manuel López Obrador rappresenta già un risultato storico, questo è stato ribadito anche dai risultati delle elezioni legislative per il rinnovo dei 128 membri del Senato (Cámara de Senadores del Honorable Congreso de la Unión) e dei 500 membri della Camera dei Deputati (Cámara de Diputados).

Per quanto riguarda la Camera dei Deputati, trecento seggi vengono assegnati in base ai risultati degli altrettanti collegi elettorali con il metodo del first-past-the-post, mentre i restanti duecento seggi vengono distribuiti proporzionalmente sulla base di cinque collegi regionali, con il metodo del quoziente e dei più alti resti. Secondo la Costituzione, nessun partito può superare i trecento seggi, indipendentemente dal numero di voti ottenuti.

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Anche il Senato viene eletto con un sistema elettorale misto. Novantasei senatori, infatti, vengono eletti su base statuale, con ognuno degli Stati federati messicani che ne elegge tre, ed i restanti trentadue che vengono eletti su base nazionale con un sistema proporzionale. In ciascuno Stato, due seggi vengono assegnati al partito che riceve il maggior numero di voti, ed un seggio finisce alla forza politica che si classifica seconda.

Attualmente, non sono ancora stati resi noti i risultati definitivi e la conseguente distribuzione dei seggi, ma MORENA, il partito del nuovo presidente, viene accreditato del 37.53% al Senato e del 37.24% alla Camera dei Deputati, in entrambi i casi ottenendo più del doppio delle preferenze del secondo partito classificato, il PAN, che si attesta rispettivamente sul 17.71% e sul 18.06%.

Come anticipato, poi, si votava, infine anche per il governo di nove dei trentuno Stati federati che costituiscono il Messico. I primi risultati a giungere sono stati proprio quelli della capitale, Città del Messico, dove la candidata sostenuta dalla coalizione di AMLO, Claudia Sheinbaum Pardo è stata eletta con il 47%. I candidati di Juntos Haremos Historia hanno trionfato anche in Chiapas, a Veracruz, Tabasco e Morelos, dove il nuovo governatore sarà l’ex attaccante della nazionale di calcio Cuauhtémoc Blanco. Il PAN, invece, si è imposto negli stati di Guanajuato, Puebla e Yucatán. Vittoria del Movimiento Ciudadano, infine, a Jalisco, mentre resta clamorosamente a bocca asciutta il PRI.

MISSIONE DIFFICILE PER IL NUOVO PRESIDENTE

Ottenuta la storica vittoria elettorale, arriva ora il compito più difficile per Andrés Manuel López Obrador, che assumerà ufficialmetne il ruolo di capo di stato a partire da dicembre, in un Paese che viene da trent’anni di liberalizzazioni selvagge e di sostanziale asservimento agli interessi degli Stati Uniti. Non è un caso, del resto, che molti abbiano deciso di votare per AMLO ritenendolo l’unico in grado di tenere testa a Donald Trump ed alle sue folli politiche antimessicane.

Il successo di AMLO si può spiegare poi con la crescente povertà registrata in Messico negli ultimi anni di forte liberalizzazione, in particolare da quanto il Paese ha stipulato il trattato di libero scambio con Stati Uniti e Canada (NAFTANorth American Free Trade Agreement), che si è rivelato naturalmente più svantaggioso proprio per l’economia più vulnerabile delle tre, quella messicana, divenuta mera fornitrice di manodopera a basso costo per le multinazionali statunitensi. Secondo gli ultimi dati, l’85% dei messicani vive in uno stato di povertà relativa o assoluta ed il potere d’acquisto è sceso del 71.3% negli ultimi trent’anni, mentre la ricchezza è andata sempre più accentrandosi nelle mani delle famiglie della grande oligarchia industriale e fondiaria, rendendo il Messico uno dei Paesi con il tasso di diseguaglianza più elevato al mondo (indice di Gini pari al 48.2%).

Non è un caso che il programma di López Obrador si ispiri alla figura di Lázaro Cárdenas, presidente dal 1934 al 1940, considerato dagli oppositori come un populista, ma ricordato da molti messicani come il miglior presidente di sempre, che ha saputo incarnare veramente i valori della rivoluzione messicana di inizio XX secolo. Pur non essendo un programma puramente socialista e non prevedendo un ribaltamento del sistema vigente, quello di AMLO rappresenta sicuramente un momento di rottura con i tre decenni di sfrenato neoliberismo: i punti forti della sua campagna elettorale sono stati la lotta alla corruzione, l’istruzione pubblica per tutti, l’assistenza sanitaria universale, le politiche di occupazione e l’aumento delle pensioni e dei sussidi alla maternità.

I critici, invece, hanno affermato che nel programma di López Obrador si respirerebbe un’eccessiva aria di nostalgia dei tempi che furono, quelli appunto di Lázaro Cárdenas e di altri presidenti come Luis Echeverría, in carica dal 1970 al 1976, periodi nei quali le condizioni materiali di vita dei messicani erano sicuramente migliori, ma – affermano sempre gli oppositori – vigeva un autoritarismo contrario ai principi democratici. Altri, invece, hanno tirato fuori il solito paragone insensato con il Venezuela – già utilizzato dalla destra nella campagna elettorale colombiana – affermando che la vittoria della sinistra avrebbe portato il Messico nella stessa situazione del Paese di Nicolás Maduro. I sostenitori di AMLO, dal canto loro, hanno giustamente fatto notare come gli ultimi trent’anni di liberismo economico non abbiano affatto rappresentato un’epoca democratica, ma solamente un periodo di democrazia di facciata e di sofferenze per le classi sociali meno abbienti, in particolare quelle delle zone rurali, e come il miglioramento delle condizioni materiali di vita delle persone sia una priorità assoluta.

Dal nostro punto di vista, vogliamo sottolineare ancora una volta, al fine di non essere fraintesi, come quello proposto da López Obrador e dalla coalizione Juntos Haremos Historia non sia un cambiamento radicale, ma allo stesso tempo AMLO rappresenta al momento l’unica alternativa concreta per tentare quanto meno di arginare il neoliberismo che sta imperversando in Messico. Sebbene in programma non vi siano né riforme agraria né nazionalizzazioni, ma solo alcune revisioni in settori strategici come quello petrolifero, la vittoria di López Obrador rappresenta comunque un risultato epocale e segnerebbe un’importante inversione di rotta rispetto all’ultimo trentennio, ponendosi in questo modo come possibile inizio per la costruzione di un Messico più attento alle esigenze delle classi popolari e meno genuflesso agli interessi delle oligarchie.

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Vista l’aria che si respira in America Latina, con numerosi Paesi che negli ultimi anni sono passati, attraverso il voto o attraverso colpi di stato, da governi di sinistra a governi di destra, il successo di AMLO potrebbe dare inizio ad una nuova svolta anche a livello continentale, ed allo stesso tempo gli avvenimenti di Paesi come Honduras, Paraguay, Brasile, dove sono stati registrati altrettanti golpe, e l’ostilità nei confronti del Venezuela e del Nicaragua spiegano pienamente l’atteggiamento prudente assunto per il momento dal nuovo capo di stato messicano.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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