Memorie e pensieri di un bambino ateo

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03/12/2015 2471

Foto: Adam Schilling (Flickr)

Periodicamente in Italia si presenta la polemica sulla laicità dello Stato, in particolare della scuola. Credo che la questione, presentata come una forma di rispetto per i musulmani, sia fondamentalmente posta male. Non solo perché è scorretto considerare le persone di fede islamica come eterni ospiti  – e gli europei convertiti? E i bosniaci? – argomento di cui si parla in maniera interessante su État d’exception (in francese, qui). Ma soprattutto perché in questo modo si esclude dal quadro un’altra categoria di persone, non meno importante né inconsistente: quella degli atei, di cui faccio parte da sempre, da quando ero bambino.

È importante sottolineare  che quella di non seguire la religione cattolica non è stata una scelta imposta: al contrario, i miei genitori mi hanno sempre lasciato la totale libertà di scelta, a partire dal battesimo. E non mi mancavano sicuramente gli stimoli da quel punto di vista: tutti i miei amici e compagni di classe delle elementari andavano al catechismo e si professavano credenti, così come la maggior parte della mia famiglia. Insomma, non sono cresciuto a Leningrado.

Non ricordo come e perché mi sono affermato da sempre come ateo. Potrei aver letto qualcosa, ascoltato dei discorsi in televisione, o semplicemente deciso che volevo essere diverso dagli altri, una tendenza che ho sempre avuto. Mi piaceva l’idea di sentirmi quello furbo, quello che aveva capito tutto meglio degli altri – dovevo essere un bambino insopportabile. Alle signore che mi chiedevano chi o cosa potesse guarire dalle malattie la mia replica composta era sempre  “ le medicine” ; al paventato inferno fatto di diavoli che mi avrebbero punto il sedere del maestro che mi intimava di credere rispondevo  serafico ” tanto sono già morto”. Non ero un bambino prodigio, ero solo un tipo testardo e, come si dice in sardo, atrevessu (a rovescio).

Questo mi ha aiutato a non cedere alla tentazione della conversione, a non soccombere ai pressanti inviti al catechismo, a non pensare alla prospettiva dei lussuosi regali legati ai vari sacramenti, che per la mia esperienza personale sono il fattore trainante della “fede” di bambini e bambine. Ho resistito per 5 anni all’insegnamento della Bibbia come se fosse un’allegra favoletta, ho fatto i disegnini per la Pasqua e per il Natale, con Gesù e quant’altro, perché il mio essere ateo era considerato una bizzarra bambinata e non una presa di posizione seria – poi qualcuno mi spiegherà quanto può essere realistica, invece, la fede di un bambino.
Certo, l’insegnamento della religione è facoltativo. Avrei potuto scegliere di rinunciare ad un’ora di scuola – pagata comunque dalle tasse dei miei genitori – e trasformarmi nella mitologica figura di quello che non fa religione. Alle medie avevo fatto questa scelta: per un anno sono uscito prima da scuola, gli altri due li ho passati in una specie di ampio ripostiglio dove potevo liberamente perdere tempo con una mia compagna di classe di fede evangelica. Ovviamente nessuna attività alternativa era prevista per noi, e perché avrebbero dovuto inventarsela, visto che eravamo così pochi? Al liceo, infine, dopo un paio d’anni abdicai alla rinuncia, un po’ perché l’ora di religione era di fatto una chiacchierata sul più e sul meno, un po’ perché non trovavo sensato né interessante poter uscire un’ora da solo a non far nulla.

Mi sono convinto che il problema risieda nel dare per scontato il crocifisso, la cui presenza non rappresenta di per sé un problema – sebbene per molti e molte sia un simbolo di oppressione – una prassi che casomai si può contestare, ovviamente passando per la persona strana. Come se io, in quanto ateo, fossi un ospite un po’ bislacco, come se a me mancasse qualcosa, quel qualcosa che i credenti hanno in più , rispettabile di certo, ma non necessaria né automatica.
La parola ateo nemmeno mi piace: mi ricorda troppo da vicino chi pensa che chiunque sia un credente sia un malato mentale e che la sola razionalità sia sufficiente alla persona umana. Non voglio dilungarmi a discutere delle implicazioni filosofiche dele mie affermazioni, ritengo però necessario sottolineare questo passaggio. Apprezzo il fatto che la spiritualità e la religiosità spingano molte persone a fare del bene e ad agire per cambiare in meglio la società, e apprezzo i tanti e le tante che hanno dato un significato politico radicale alle religioni monoteiste, anche perché ritengo che la religione sia fondamentalmente un’istanza politica, un’ideologia che come tale può essere oppressiva o rivoluzionaria (leggere Q di Luther Blisset per approfondire).

Ecco il punto centrale della questione: se la religione debba essere insegnata come parte fondamentale della storia del pensiero umano o se, invece, il suo insegnamento debba essere una propaganda della religione considerata maggioritaria. Non può darsi che lo Stato consideri questa ipotesi meramente empirica come un dato oggettivo immutabile e ritenga quindi necessario preparare bambini e bambine a una società cattolica. La stessa idea che, a mio parere,  svilisce il valore di una religione che ha avuto una forza dirompente nel rivoluzionare la società in cui è nata. Il fatto che la maggioranza degli italiani siano cattolici non rende necessario né auspicabile la presenza costante di simboli e insegnamenti di questa dottrina, semmai è vero il contrario, che questa presenza costante ha aiutato a mantenere una maggioranza cattolica.

Non sono un fanatico razionalista e sarebbe un errore grave vietare oppure ridicolizzare la religione in quanto tale; credo però che ogni persona abbia il diritto di cercare – e anche di non cercare-  la propria spiritualità senza percorsi preferenziali suggeriti non solo dalla società, ma anche dalle istituzioni statali.

L'AUTORE

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