In Macedonia il referendum sul cambio di nome

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27/09/2018 Giulio Chinappi 1470

Domenica 30 settembre, si terrà in Macedonia un referendum per il cambiamento del nome ufficiale del Paese, in base agli accordi stipulati di recente con la Grecia.

LA DISPUTA TRA GRECIA E MACEDONIA

Lo scorso 17 giugno, le rive del lago Prespa, le cui acque si dividono tra Grecia, Macedonia ed Albania, hanno visto lo svolgimento di uno storico incontro tra i rappresentanti del governo ellenico e gli omologhi macedoni. Il summit ha infatti visto protagonisti i rispettivi ministri degli Esteri Nikos Kotzias e Nikola Dimitrov, nonché i due capi del governo Alexis Tsipras e Zoran Zaev. In ballo c’era il nome della stessa Macedonia, nodo cruciale della cosiddetta “questione macedone” che, in seguito ad un referendum popolare confermativo da tenersi in entrambi i Paesi, potrà cambiare il proprio nome in “Repubblica di Macedonia del Nord”.

Per capire la portata di questo avvenimento, che a molti potrebbe sembrare di secondaria importanza, bisogna ripercorrere la storia del contenzioso tra Atene e Skopje. La Macedonia, in realtà, rivendicava questa denominazione da tempo: tuttavia, finché rimase inserita nell’ambito della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia, questo non rappresentò un vero e proprio problema. La situazione si modificò radicalmente l’8 settembre 1991, quando un referendum sancì l’indipendenza di questa entità dalla Jugoslavia, con la conseguente proclamazione della Repubblica di Macedonia.

La Grecia, a quel punto, sollevò non poche rimostranze:

  • secondo la versione greca, il nome “Macedonia” farebbe parte esclusivamente dell’eredità storico-culturale ellenica, ed il governo di Skopje se ne sarebbe appropriato indebitamente;
  • i greci, inoltre, temevano che questa denominazione potesse nascondere future pretese territoriali, visto che la stessa Grecia include tre regioni denominate “Macedonia” (Macedonia Occidentale, Macedonia Centrale, Macedonia Orientale), e che la Macedonia storica includeva anche alcune aree di Serbia, Albania e Bulgaria;
  • infine, la Grecia protestò per l‘adozione di una bandiera che su cui campeggiava la Stella di Vergina, simbolo della dinastia di Filippo il Macedone, padre di Alessandro Magno, considerata, anche in questo caso, un’appropriazione indebita
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Le proteste della Grecia portarono ad un primo compromesso nell’aprile del 1993, quando la Macedonia fu ammessa all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la denominazione provvisoria di Ex Repubblica Jugoslavia di Macedonia (in inglese Former Yugoslav Republic of Macedonia, da cui deriva l’acronimo FYROM).

Un altro passo in avanti fu fatto il 13 settembre 1995, quando i due Paesi firmarono un accordo a New York che portò alla modifica della bandiera adottata dalla Macedonia, con la sostituzione della Stella di Vergina con il “nuovo sole della libertà” (un riferimento alle parole dell’inno nazionale), e la conseguente adozione, tramite modifica costituzionale, della bandiera ancora oggi in vigore.

A sinistra, la bandiera della Macedonia raffigurante la Stella di Vergina, utilizzata dal 1992 al 1995; a destra quella adottata dopo l’accordo con la Grecia nel 1995, raffigurante il “nuovo sole della libertà”.

Nel corso degli anni, poi, la Grecia ha proposto diverse volte alla Macedonia di cambiare nome, utilizzando le denominazioni di “Repubblica di Skopje“, dal nome della capitale, o di “Repubblica del Vardar“, dal nome del fiume principale del Paese, denominazione utilizzata anche per indicare la provincia corrispondente all’interno del Regno di Jugoslavia tra il 1929 ed il 1941. Tutte queste soluzioni, però, incontrarono il netto dissenso dei governi macedoni nel corso degli anni.

Dopo aver per anni rifiutato l’esistenza di uno Stato indipendente chiamato Macedonia, nel 2008 la Grecia ha ufficialmente modificato la propria posizione, affermando di essere disponibile ad accettare una soluzione di compromesso, che affiancasse al nome “Macedonia” una qualche specificazione, e proponendo i nomi di “Alta Macedonia”, “Nuova Macedonia” o “Macedonia-Skopje”. Per giungere ad un accordo definitivo, tuttavia, ci sono voluti ben dieci anni, fino all’incontro dello scorso 17 giugno.

GLI AVVENIMENTI DOPO L’ACCORDO DEL 17 GIUGNO

L’accordo stipulato, tuttavia, ha suscitato diverse polemiche soprattutto in Grecia, dove Kyriakos Mitsotakis, presidente del partito di destra Nuova Democrazia (ND, in greco: Νέα Δημοκρατία – NΔ, Nea Dimokratia) ha addirittura annunciato la presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti del governo guidato da Alexis Tsipras. Secondo Mitsoakis, questo accordo porterebbe al riconoscimento di una lingua e di una etnia macedone, andando a ledere la Grecia. Contrarie anche le altre forze di opposizione come il Pasok (Movimento Socialista Panellenico, in greco: Πανελλήνιο Σοσιαλιστικό Κίνημα – ΠΑΣΟΚ, Panellinio Sosialistiko Kinima) e la nuova coalizione di centro-sinistra Kinal (Movimento per il Cambiamento, in greco Κίνημα Αλλαγής – ΚΙΝΑΛ, Kinima Allagis).

La mozione di sfiducia proposta da Mitsoakis non ha comunque portato a nulla, dato che Anel (Greci Indipendenti, in greco: Ανεξάρτητοι Έλληνες – ΑΝΕΛ, Anexartitoi Ellines), partito della destra nazionalista ed euroscettica, non ha votato per la mozione nonostante la propria contrarietà all’accordo con la Macedonia: alla fine, i voti contrari alla mozione di sfiducia sono stati 153, quelli favorevoli 127.

Il 20 giugno, invece, è arrivata l’approvazione dell’accordo da parte del parlamento macedone, con una maggioranza di 69 voti sui 120 seggi che compongono la Sobranie (Собрание на Република Македонија – Assemblea della Repubblica di Macedonia), nonostante il parere negativo da parte del capo di Stato, Gjorge Ivanov. Il primo ministro Zaev, invece, ha sottolineato che la Grecia non avrà nulla da temere, in quanto la Macedonia non nutre alcuna pretesa territoriale, di eredità culturale o di modifica dei confini vigenti.

IL REFERENDUM E L’ITER PER IL CAMBIAMENTO DI NOME

Nonostante l’accordo stipulato dai due governi, il nuovo nome della Macedonia è ancora lontano dal diventare realtà. Per l’entrata in vigore dell’accordo, infatti, bisognerà lo svolgimento di un referendum popolare confermativo in entrambi i Paesi.

In Macedonia, nonostante alcune manifestazioni contrarie, la maggioranza della popolazione sembra favorevole al cambiamento. Secondo gli ultimi sondaggi, oltre il 40% degli intervistati ha affermato di voler votare affermativamente al referendum di domenica prossima, numeri che diventano una maggioranza assoluta se si pensa che oltre il 20% ha risposto di essere indeciso o che non andrà a votare. A sostenere il referendum sono naturalmente le forze di governo, mentre il principale partito di opposizione, l’Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone – Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone (in macedone: Внатрешна македонска револуционерна организација – Демократска партија за македонско национално единство; Vnatrešna Makedonska Revolucionerna Organizacija – Demokratska Partija za Makedonsko Nacionalno Edinstvo, VMRO-DPMNE), si è detto contrario. Alcuni documenti resi pubblici da WikiLeaks, tuttavia, hanno dimostrato che in passato, quando si trovava al governo, anche VMRO-DPMNE si era detto favorevole all’accordo con la Grecia.

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Ammesso che i cittadini macedoni accettino la proposta referendaria, i problemi potrebbero arrivare da Atene. Secondo i sondaggi ellenici, infatti, la netta maggioranza dei greci, tra il 68% ed il 73%, sarebbe contraria alla nuova denominazione della Macedonia. In balia delle polemiche interne, la Grecia, del resto, non ha ancora indetto il proprio referendum omologo a quello macedone.

Ad osservare l’esito dei referendum, ad ogni modo, non saranno solo greci e macedoni, ma tutto il continente ed anche la sponda occidentale dell’Oceano Atlantico: il raggiungimento di un consenso tra Atene e Skopje circa il nome da utilizzare è una prerogativa imprescindibile per il possibile ingresso della Macedonia nella Nato e nell’Unione Europea, visto che la Grecia fa parte di entrambi gli organismi internazionali e si opporrebbe all’ingresso di uno Stato con il quale ha una disputa in corso. Proprio questo ha portato i comunisti del KKE (Partito Comunista di Grecia; in greco: Κομμουνιστικό Κόμμα Ελλάδας, Kommounistiko Komma Elladas) a schierarsi contro l’accordo, in quanto parte del progetto espansionistico dell’Unione Europea e del Patto Atlantico verso oriente.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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