L’incubo delle sette in Giappone

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28/10/2015 Francesco Di Paola 2193

Tra le tante esperienze vissute in Giappone quella di qualche giorno fa è sicuramente una fra le più singolari e bizzarre di tutte.

Ho conosciuto Akina ad una festa. All’apparenza una ragazza giapponese come tante: carina, attenta al look e con un lavoro part-time in un negozio di dolci. Al primo incontro io e Akina non abbiamo avuto una conversazione intensa, anzi, a dire il vero è stata molto fugace ma abbastanza lunga da permetterci lo scambio di contatti su Line (un’app molto popolare in Giappone, simile al nostro Whatsapp).

Il giorno seguente ricevo un messaggio scritto in un pessimo inglese nel quale mi si invitava ad uscire per prendere un caffè insieme. “Che bello” penso io, “sono in Giappone da sole due settimane e già ho un appuntamento.” Ma quello che mi si profilava all’orizzonte era ben lungi dall’essere un appuntamento. Arrivato nei pressi della stazione centrale di Kyoto trovo Akina e una sua amica. “Ecco fatto” penso io, “ha portato un amica, niente appuntamento romantico. Se non altro avrò modo di praticare la lingua e di bere una buona cioccolata calda.” Entriamo in un grazioso caffè dal nome italiano nei pressi della stazione e iniziamo a conversare. All’inizio si parla del più e del meno: film, viaggi, origini, lavoro. Improvvisamente però l’amica di Akina comincia a pormi strane domande che faccio fatica a comprendere. Comincia a chiedermi se credo in Dio e a quale religione sia devoto (Cristianesimo o altro). Io da ateo quale sono mi limito, con il mio scarso giapponese, a esporgli il mio punto di vista. A questo punto Akina e la sua amica cominciano a raccontarmi una storia bizzarra e quanto mai surreale. La storia ha per protagonista un illustre sconosciuto, un tal dei tali amico di amici con alle spalle una sfilza di peripezie da fiction. Era stato allontanato dalla sua amata, perso il lavoro e gli era stato diagnosticato il cancro ma alla fine l’aveva spuntata grazie ad una preghiera che puntualmente recitava ogni mattina. Un lieto fine inaspettato degno di una favola.

Con i miei scarsi strumenti linguistici ho faticato a trovare il nesso della conversazione e dove volesse condurmi. I miei dubbi dissipati solo quando mi è stata presentata la suddetta preghiera sotto il naso. La preghiera era il famoso Nam men myoho renge kyo di Nichiren. Nichiren fu una delle figure più importanti del buddismo giapponese, fondatore di quella dottrina che appunto viene chiamata buddismo Nichiren. Attualmente in Giappone esistono vare scuole di pensiero (leggasi “sette”) che seguono la dottrina Nichiren in diversi modi. Alcune di queste come la Soga Gakkai sono passate agli onori della cronaca e sono facilmente rintracciabili volumi su queste organizzazioni anche in Italia.

Quando ho finalmente realizzato che Akina e la sua amica erano in realtà due adepte di una setta buddista e che il loro invito era in realtà un astuto tentativo di conversione era ormai troppo tardi. Certo, ero pur sempre libero di alzarmi e andarmene senza batter ciglio, ma all’inizio incuriosito un po’ dalla cosa (e anche un po’ divertito) ho cercato di assecondare le mie due interlocutrici. E’ stato allora che le ragazze mi hanno raccontato la teoria secondo cui un’imminente terza guerra mondiale sarebbe alle porte. Secondo le ragazze infatti una guerra tra Cina e Usa è inevitabile ed essa degenererà in un apocalittico olocausto atomico. Secondo la leggenda, nel 1253 Nichiren profetizzò l’imminente invasione del Giappone da parte dei mongoli. Fu solo quando tale invasione si verificò (1274) che a Nichiren venne concesso di tornare dall’suo esilio. La Cina attuale sarebbe l’erede di quello che un tempo fu l’impero mongolo della dinastia Yuan e ben presto ci sarà un nuovo tentativo di invasione. A riprova delle loro tesi le ragazze mi hanno mostrato alcuni giornali con immagini degli armamenti missilistici cinesi e mappe delle postazioni missilistiche di Pechino puntate sul Giappone.

Con la coda dell’occhio ho sbirciato il nome della testata : di quotidiani famosi in Giappone ce ne sono tanti, ma il quotidiano in questione non lo avevo mai sentito. È stato solo quando mi sono documentato che ho avuto la conferma definitiva che le mie due “amiche” erano in realtà adepte di una setta. Sto parlando del Kensho Shinbun, principale mezzo d’informazione della Kenshokai, una setta buddista ispirata al credo Nichiren.

Nata nel 1942, la Kenshokai è considerata la portavoce dell’ala più nazionalista del buddismo Nichiren. Secondo tale credo, Nichiren sarebbe il vero Buddha –  non Sakyamuni – e  i suoi adepti sono convinti che i giapponesi siano l’unico vero popolo eletto chiamato a condurre alla salvezza il mondo mediante il Sutra del loto. Tale convinzione ha trovato terreno fertile nella crescente ondata di nazionalismo che affligge il Giappone da qualche anno. Ciò ha permesso alla Kenshokai di crescere enormemente e di diventare, dopo la Soka Gakkai, una delle principali e più potenti sette dell’arcipelago nipponico.

In Giappone la religione è sempre stata vista in maniera differente che in occidente. Fin dalle origini il popolo giapponese è sempre stato permissivo , se non curioso, nei confronti dei nuovi credo. Con la sola eccezione del cattolicesimo, questo approccio morbido ha permesso la diffusione di svariate scuole di pensiero e dottrine buddiste nel corso dei secoli. Un’ accelerazione del fenomeno si è riscontrata a partire dalla metà del secolo scorso con un boom di nuove istituzioni religiose derivanti del buddismo Nichiren. Molte di esse non godono di buona fama né all’estero né in patria. Basti pensare alla stessa Soka Gakkai o alla setta Aumn Shirikyo, responsabile dell’attentato alla metropolitana di Tokyo del 1995. Il problema delle sette in Giappone è così sentito da influenzare anche la letteratura contemporanea. I protagonisti del celebre romanzo 1Q84 dello scrittore Murakami Haruki sono infatti esponenti di una misteriosa e occulta setta segreta.

Nel fingermi interessato ai loro discorsi forse mi sono spinto oltre. Akina e la sua amica infatti nel vedermi tanto incuriosito alle loro storie di un’imminente apocalisse nucleare insistevano nel farmi notare come la loro preghiera fosse in realtà l’unico mezzo verso la salvezza eterna (in fondo non è così in tutte le religioni?). Alle loro poco convincenti spiegazioni io rispondevo con un sonoro “sou desu ka?” (Veramente?), o ancora “Sugoi” (Incredibile!). Tuttavia qualche sou desu ka e sugoi di troppo deve aver fatto credere alle due che io fossi pronto per il passo successivo, ovvero abbracciare la setta. E’ solo quando hanno insistito che le accompagnassi a visitare la loro sede che ho cominciato a preoccuparmi. Non che le due mi abbiano in qualche modo minacciato sia chiaro, ma la loro insistenza era veramente tenace. A quel punto ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque nella mia posizione: ho fatto lo straniero scemo. Improvvisamente era come se avessi perso la mia abilità con la lingua giapponese. Alle loro insistenti richieste opponevo il mio “Wakaranai” (non ho capito) e anche quando tentavano di spiegarsi in inglese si scontravano immancabilmente con il mio “Wakaranai” o “Zenzen wakaranai” (non ho capito un tubo!)

Ormai era diventata una guerra ad oltranza. Tuttavia dopo intensi botta e risposta a suon di Wakaranai sono riuscito a defilarmi e a darmela a gambe. In Giappone quello delle sette è un problema molto sentito. Alcune di esse sono talmente potenti da influire sulle scelte politiche del paese e altre si sono macchiate di crimini odiosi ed efferati, su tutti cito l’attentato con il gas Sarin ala metropolitana di Tokyo del 1995, ad opera di esponenti dalla setta Aumn Shirikyo , costato la vita a 12 persone.

Nella comune convinzione i problemi del Giappone sono legati alla situazione economica, ai terremoti, al nucleare e alla catastrofe di Fukushima. In realtà il vero problema sono le sette e il tenace lavaggio del cervello operato sulle nuove generazioni.

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