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Lilith, la Gatta della Grotta

Postato il Giugno 23, 2026 Team Young 0

Per leggere questo articolo ti servono: 8 minuti

di Rosanna Gaddi

Eccovi, voi che camminate dritti. Vi credete i padroni del mondo. Misurate il tempo in minuti, il valore della vita in pezzi di carta e nel luccichio effimero di cose che la polvere manderà giù in un sospiro. Siete ciechi e sordi, ma non sapete di esserlo; anzi, siete convinti che niente e nessuno valga più di voi.

Noi gatti, invece, il tempo lo abitiamo. Siamo il silenzio che osserva, siamo l’ombra che sa.

Io sono Lilith, la gatta della Grotta, la guardiana della strega temuta e mai vista. Dalle mie pupille verticali vedo tutto ciò che vi sfugge, mi oriento nel presente mentre percorro al buio i labirinti della Terra. Tutto lascia una traccia, e io la sento, la seguo. Vado.

Eccola la mia umana speciale, nata tra i monti. Morgana Valdemina Spirale vive qui con me, nelle viscere umide e profonde delle Grotte di Borgio Verezzi. Qui, dove le stalattiti pendono come lacrime cristalline sulle guance di bambini delusi, tinte di un rosa ferrigno e di bagliori turchesi sotto le lampade alogene che filtrano l’umidità eterna. La roccia profuma di un mare antico e salato: il mare di Verezzi. Nel vostro mondo di sopra la chiamereste pazza o strega, appunto.

Un tempo, le Basure del savonese evocavano riti infernali nei boschi di castagni sopra il borgo. Ma ora l’uomo ha forgiato il suo inferno in superficie: l’avidità che indurisce i cuori come il cemento delle autostrade liguri, il frastuono frenetico che divora l’anima. Le streghe hanno voltato pagina, stanche di tenebre distruttive.

In questa strana piega del multiverso la mia Basura ha scelto di rifugiarsi qui, cambiando casa, spostandosi di pochi chilometri. Ha scelto di trasferirsi nel microcosmo in cui l’uomo che amava è rimasto congelato, in un altrove inarrivabile, lasciandola sola a immaginare una vita di figli, di anelli e di musica mai suonata. Ma io so qual è la verità. La verità è che il suo uomo è rimasto a proteggere la Grotta, e lei ha trasformato questo luogo. La grotta non è una fuga. La grotta è un Tempio.

Lei, Valdemina, si offre al dolore del mondo. Nuda, sulla pietra viva, avvolta in un manto nero come la notte carsica, sente il peso di sopra crollarle dentro l’anima come una frana continua. Le correnti d’aria che scendono dai cunicoli le portano l’eco delle vostre bassezze, il veleno di chi sputa sentenze nell’ombra, la sofferenza silenziosa che vi consuma. Tutta questa cecità le scava il petto. Tutta questa disumanità la affonda. I suoi capelli setosi le scivolano sulle spalle come alghe marine, e le sue mani sottili profumano di sale e iodio mentre accoglie questo urto. Preferisce il sottomondo.

Io le siedo accanto, insieme alle mie sorelle, un branco di gatte stregate che sono l’eco delle leggende di Ellera. Con i nostri occhi verdi sfavillanti come smeraldi emersi dal fango nel buio, illuminiamo le pareti, ci accovacciamo silenziose sulle concrezioni millenarie e le sfioriamo le caviglie con la coda. Le trasmettiamo la nostra calma millenaria e la riscaldiamo con il nostro respiro.

Lei non risponde alla rabbia del mondo con la rabbia. Lei è fanciulla, madre e vecchia saggia. Lei incanta, protegge e rinasce. Il suo nome è triplice, come triplice la sua natura. Evoca il mito, le nebbie e l’illusione liquida, ha sostanza minerale ed è il movimento infinito, la via d’uscita dal labirinto di roccia verso la luce. Il suo nome è Armonia.

La sua magia è un Amore radicale, una forza primordiale che si è cristallizzata nello spazio sacro della grotta, nel tempo eterno. Il suo gesto è Amore puro, assoluto e viscerale, così da essere l’unico, vero motore di salvezza per la vostra specie decadente. Nei meandri si percepisce un sentimento arcano entrare sotto la pelle dei visitatori, risalire lungo le vene, irradiarsi negli occhi e fermarsi sulla lingua.

Qui il cuore si ferma. Lo sentite? Percepite questa presenza? La vedete? Le vostre capacità sensoriali vedono l’ombra di corpi che si abbracciano? Sono come piccole stelle che illuminano tutt’intorno.

Il nostro compito inizia al solstizio d’estate, il 21 giugno, quando, al vespro, arrivate voi turisti, con i passi rumorosi e i cuori pesanti come ciottoli di fiume, e attraversate inconsapevoli le porte cosmiche dimensionali. Avanzate ignari tra la grandiosa Sala dei Concerti, dall’acustica perfetta, piena zeppa di stalattiti e stalagmiti dalle forme sinuose e irregolari, immerse nei colori vivaci. Proseguite per la Sala del Paesaggio Lunare, con migliaia di spaghetti pendenti nati da uno stillicidio d’acqua e da pareti ricche di sfumature vive. Vi inchinate al Re e alla Regina nella Sala del Castello, immersi nella meraviglia delle cascate di colore e iniziate, forse, a percepire la presenza di energie alchemiche (i Niphargus) nel Lago delle Fate. Vi si apre agli occhi uno specchio turchese immobile, dove ogni goccia dal soffitto rompe l’idillio con un plop ritmico: è la Sala del Piede di Gulliver. Imponenti colonne si stagliano come mille Torri di Babele che mescolano mente, anima, corpo e cuore in un unico e tortuoso cammino verso la conoscenza.

Lei emerge piano dall’oscurità assoluta e dal silenzio profondo della Sala del Presepe, dove un lento stillicidio, regolare e silenzioso, ha formato spaghetti lunghi tre metri. L’odore è neutro, purissimo, minerale. Blocca. È allora che si compie il Matrimonio Sacro tra la rugiada dell’umidità lunare e il logos radiante del sole. Ogni passo che vi lasciate alle spalle è un passo verso la vostra purificazione, è un passo di libertà.

L’umana speciale non brandisce zanne o incantesimi oscuri. I suoi occhi, profondi come gli abissi sotto il Borgio, si posano su di voi con tenerezza materna per aiutarvi. Io e le mie sorelle ci insidiamo tra le vostre gambe, scovando i vostri ricordi sepolti con la precisione chirurgica del nostro istinto. Vi sfioriamo non per spaventarvi, ma per azionare l’incantesimo. Usiamo il peso che vi portate dentro non per farvi piangere, ma per spezzare le vostre catene, incidendo i lutti non elaborati e le ferite passate come le gocce delle stalattiti che, pazienti, erodono la roccia fino a rivelarne il cuore tenero.

Senza la vostra discesa nella materia, in quella luce che rivela l’ombra, l’anima non potrebbe fare esperienza della separazione né, di conseguenza, conoscersi. Il solstizio d’estate segna l’inizio del suo sacrificio: l’accettazione del limite temporale per trasmutare la materia in spirito. In questo contesto, la Grotta si fa utero cosmico e laboratorio alchemico — uno spazio sacro in cui l’essenza, sperduta nella molteplicità del mondo manifesto, sperimenta l’oscurità necessaria a risvegliare la volontà cosciente e intraprendere il viaggio di ritorno all’Unità originaria. Questo luogo sotterraneo, per quanto buio, è intriso di bellezza; un grembo in cui le anime scendono nel cosmo materiale per poi risalire, richiamate dall’acqua, principio del corpo.

Lo so, vi sembro parlare con la sapienza polverosa di un vecchio alchimista, ma dopotutto sono io la guardiana. La Grotta è il vostro specchio. Vi costringe a guardarvi dentro, vi obbliga e vi aiuta a riconoscere la vostra prigionia e a desiderare la liberazione. Per farlo usa il tramite della strega, come Virgilio con Dante. La Grotta non è una fuga, la Grotta è un Tempio: è il luogo eterno dell’anima, è tomba e utero, è riordino del caos della propria interiorità frammentata, è disvelamento, è ricostruzione.

Non siete soli. Ci siamo noi, i gatti, e c’è soprattutto lei, la strega. Il vostro cammino è guidato dai suoni che sbocciano come fiori nell’umida oscurità. Le gocciolanti stalattiti intonano una sinfonia arcaica, impulsi magnetici, echi riverberanti che pulsano nel vuoto della pietra. Le nostre fusa feline vibrano come accordi tellurici, fondendosi in armonie sotterranee. Ogni vostro passo diventa una trama di vibrazioni e suoni primordiali, in cui la mia strega vi spinge oltre voi stessi.

Vi costringe a compiere il superamento, a generare l’uomo nuovo. Non un tiranno che schiaccia gli altri per nascondere la propria fragilità, ma una creatura finalmente sovrana, capace di guardare l’abisso del proprio dolore senza farsi inghiottire dalla paura. Vi insegna la fiera dignità di abitare il vuoto, la forza di camminare l’uno accanto all’altro senza che nessuno debba sovrastare il passo dell’altro, liberi dalla schiavitù del proprio egoismo.

Mentre vi muovete tra i sentieri impervi, il nostro passaggio ravviva la scintilla assopita nei vostri petti. Il dolore vi ha chiusi come una fessura calcarea, ma l’energia che custodite dentro può aprirvi a una nuova consapevolezza, fluida e inarrestabile come questa acqua sotterranea. Un fulgido, invisibile Grande Mezzogiorno vi illumina nel profondo della terra.

Voi ve ne andate, e noi gatte ci dileguiamo nelle fessure segrete, lasciando un calore profondo nel vostro petto. Emergete da questo portale trasformati, pronti a camminare retti nel mondo di sopra, tra gli ulivi e il blu del mare.

Quando la mia strega torna infine nel profondo e si siede sul trono di roccia nella maestosa Sala del Castello, sorride nell’ombra. È sfinita per aver guidato la cura delle vostre anime cieche. Io finalmente salto sulle sue gambe. Lì, tra le sue braccia, e nell’abbraccio invisibile del suo uomo che è rimasto a proteggere il cuore della montagna, il caos del mondo svanisce. In silenzio, lei sussurra una preghiera al Dio delle strade perdute. Non chiede la distruzione dei malvagi, ma che l’humanità compia il suo salto evolutivo, smettendo di strisciare nel fango dell’avidità.

Noi gatte restiamo qui, dove l’essere è vero e non servono maschere. Continueremo a guidare i vostri passi nel buio. Perché finché ci sarà una strega nella grotta capace di amare con questa spietata purezza, e un gatto a custodire il suo segreto, per voi ci sarà sempre una possibilità di salvezza.

 

 

 

“Dei due ingressi, quello rivolto a Borea è per gli uomini che scendono, quello rivolto a Noto, più divino, è per gli dei: per questa via non passano gli uomini, ma è la strada degli immortali.”

– Porfirio, L’antro delle Ninfe


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