La tradizione che difendiamo

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18/12/2015 Angelo Gabrielli 932

Che tradizione difende chi urla “l’Italia agli italiani”, “tornatevene a casa vostra”? Ma che tradizione ha difeso anche chi negli anni ha permesso che la festa della povertà diventasse la celebrazione dell’opulenza e del consumismo?

Si assiste ultimamente a numerose crociate in difesa delle nostre tradizioni religiose, in particolare del presepio. Mi è così sorta spontanea la riflessione su quanto la nostra cultura sia pronta a difendere la propria identità quando il presunto attacco dovrebbe arrivare dall’esterno e su quanto invece sia stata e sia ancora sprovveduta nei confronti di subdole aggressioni interne. Ma cosa si intende tramandare attraverso la tradizione del presepio? Una storia di fede innanzitutto, di accettazione, di scelta, di coraggio, di cambiamento e uscita dagli schemi sociali.

Ovviamente la “fede” nella nostra società è stata passata al filtro dell’illuminismo, del positivismo, del materialismo e non ha più l’autenticità che caratterizzava le prime comunità cristiane e nemmeno, che ci piaccia o no, quella che distingue culture contemporanee lontane dalla nostra. Con gli occhi moderni di chi ha una fede “filtrata” non si può non riconoscere che Maria ha accolto la vita che le cresceva in grembo ma non ha subito passivamente il suo destino, l’ha anzi plasmato.

E che dire di Giuseppe che sceglie di ignorare le convenienze sociali? Entrambi, da quel momento, assumono un ruolo inedito, nuovo, per cui non hanno alcun riferimento sociale. Più laicamente potremmo dire che agiscono secondo coscienza? Tramandiamo una storia di povertà e di estraneità, di rifiuto, accoglienza e generosità, di essenzialità. I pastori condividono i frutti del lavoro con questa famiglia estranea, senza casa e bisognosa. Condividono l’essenziale per sopravvivere. Tramandiamo una storia in cui l’abilità principale non sta nell’astuzia o nell’intelligenza, nella rispettabilità o giustizia, ma nella capacità di riconoscere: primo fra tutto il sommo bene nell’indifeso. Gli studiosi si inchinano. I potenti temono quel bambino come i nostri governi temono infiltrati terroristi fra i profughi; così 800 bambini trovano la morte nel mare che dovrebbe salvarli, moderna strage degli innocenti. Non poteva che essere Francesco, povero per scelta, a istituire il presepio, la nostra tradizione. Non può essere che Jorge, Francesco per scelta, a riportare l’attenzione sugli ultimi, sui poveri, sui profughi e bisognosi.

Che tradizione difende chi urla “l’Italia agli italiani”, “tornatevene a casa vostra”? Ma che tradizione ha difeso anche chi negli anni ha permesso che la festa della povertà diventasse la celebrazione dell’opulenza e del consumismo, offuscata solo dalla crisi economica e non certo da un ripensamento ? Perché non si indigna nessuno quando importiamo ogni tradizione anglosassone e germanica, svuotata di significato e riempita di consumo e permettiamo che i nostri bambini si preparino al Natale con un calendario che li invita a mangiare dal primo dicembre (giacché non era sufficiente il periodo natalizio)? È questo l’avvento? Che tradizione ha difeso chi ha ridotto il Natale a cenoni sfarzosi, a regali dimenticati il giorno dopo? Che tradizione difende chi pensa che la scelta di Giuseppe sia stata da “fesso”? chi pensa che Maria sia stata una donna “passiva”? chi non condivide la generosità dei pastori? chi crede che i potenti e gli studiosi non debbano inchinarsi alla vita, all’umile, al debole, all’indifeso?

L'AUTORE
Le rive sono l'approdo sicuro. Separano, ma anche uniscono. Mettono a contatto elementi diversi, contaminandoli senza snaturarli. E' un punto di arrivo, ma anche di partenza.

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