“In cammino”

Novembre 20, 2020
Rosanna Gaddi
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Un sottile raggio di sole si fa spazio tra le persiane e gioca a nascondino con le tende color panna che ovattano la camera da letto. Il pulviscolo vaga senza gravità e conferisce intorno a me un’aura magica, di sospensione temporale, come se tutto fosse racchiuso in una bolla di silenzio. Gli occhi tentano di aprirsi lentamente per accogliere un nuovo giorno, per accompagnare la calma e la fatica del mio percorso esistenziale. Le ciglia sono dure, non vogliono staccarsi per continuare a immaginare le stelle brillare. Dopo un po’ si lasciano andare al colore caldo dell’alba autunnale.

Io sono qui, sono in questo momento, sono io e faccio parte del tutto.

Lo ripeto mentalmente mentre con delicatezza muovo la testa prima a sinistra, poi a destra, lasciandomi avvolgere dalla morbidezza del cuscino.

Decido di alzarmi.

Non voglio fare tardi, sebbene il tepore del letto mi stringa volentieri alle braccia di Morfeo.

Appoggio i piedi a terra, prima il sinistro, poi il destro, sulle assi di legno del pavimento spartano. Trattengono il mio peso accompagnandolo con mugolii e dando voce alla camminata verso il lavabo. L’acqua è gelida, piena di entusiasmo, di vitalità. Temporeggio, ma alla fine cedo al coraggio. Il mio corpo si sveglia definitivamente. Vado alla finestra, sposto la tenda e controllo il cielo: è uggioso.

Potrebbe piovere.

Temo, ma non desisto.

Un calzino alla volta per coccolare la parte più esposta e più forte, la mia radice che si offre e si consuma. Le mia vesciche, protette dal cotone, sono sparite. Mi rincuora l’umore. So che potrò fare tanto. So che gli scarponi questa volta saranno amorevoli, come sarà amorevole ogni tessuto riposto con cura a fine giornata. Ho bisogno di riscaldare corpo e anima, di darmi energia per affrontare senza filtri l’ennesima prova. Metto a fare il caffè e scaldo il latte.

Ho bisogno di pianificare i passi che distribuirò.

Ricordo la colazione fatta a casa prima di andare a scuola. Era indispensabile per dare senso alla giornata, per dare un’indicazione alla fortuna o alla sfortuna e per valutare come avrei affrontato il mondo.

E’ questo il segreto del primo pasto del mattino: prendersi il tempo prima di perderlo nei meandri degli impegni e direzionare il cuore.

Preparo accuratamente lo zaino. Prendo il plaid scozzese a quadri rossi. Spero di non dimenticare nulla, ma anche se dimenticassi qualcosa la stessa dimenticanza avrebbe una ragione; l’incerto. Sarebbe una bellissima resistenza.

Ore 6.15. E’ ora.

La neve soffice riflette la luce del piccolo sole. I miei pensieri prendono vita trasformandosi in parole e si fermano su pagine ingiallite che qualcuno prima o poi leggerà.

Il mio cuore ne sente la presenza.

Lascio il mio rifugio volgendo un ultimo sguardo a quel letto, alcova di speranze e illusioni.

Dove sei?

Apro la porta e quel gesto mi ricorda il guardiano dell’eremo, controllore del centro nevralgico di antiche credenze. Camminava con le mani nelle mani incrociate dietro la schiena, la testa bassa, gli occhiali gialli calati sul naso e il passo lento di chi era appesantito da mille pensieri. Ogni volta che ci incontravamo mi osservava senza guardarmi negli occhi, quasi a voler dire qualcosa senza voce. Sorrideva timidamente. Anche io, dentro me, sorridevo per il piacere di fermare lo scorrere del tempo insieme a lui.

Quale enorme valore ha un incontro!

Le sue zone oscure da sbiancare e liberare del passato doloroso, esattamente come le mie.

Mi incammino.

La radura mi osserva mentre prosegue silenziosa la sua metamorfosi, e io, accompagnata dalla calma, muovo un passo dopo l’altro. Mi pare di scorgere da lontano ogni tanto qualche animale selvatico. Ben presto le ombre prendono il sopravvento.

Mi sento osservata.

Tra gli alti tronchi di alberi scarni che hanno fatto a botte col vento e col gelo fa capolino di tanto in tanto una piccola foglia verde. Un cinguettio lontano interrompe il respiro.

Dentro me un mormorio di emozioni, percezioni, sensazioni.

Il mio percorso attraversa lo spazio, si annida nel cuore, sconfigge il tempo, solleva certezze, affoga paure.

Quanta inutile perdita di giorni preziosi.

Tutto si risveglia. La temperatura si alza e si affaccia tra i miei occhi.

L’odore di salsedine mi ricorda i castelli di sabbia, questo irrefrenabile desiderio di costruire rifugi, luoghi fantastici e salvifici che celebrano onore e gloria, che narrano amori interminabili.

Sono sulla spiaggia e gioco con te che hai sempre fatto parte di tutti i miei sogni e ora sei realtà. Il benessere si snoda tra le dita dei piedi. Soffice e calda sabbia in cui affondare ansie e farle scomparire per sempre.

Siamo esseri fluidi, mutevoli eppure sempre fedeli a sé stessi e ai nostri cuori. Come ruscelli ci muoviamo, impetuosi, verso un orizzonte infinito, verso il tutto. Noi che siamo niente diventiamo ogni cosa, prendiamo ogni forma, continuamente, restando unici e un unico corpo, un’unica anima piena di vita. Quanta tenerezza, mai più sprecata!

Siamo impegnati in un lungo viaggio che attraverserà senza sosta le età della terra e del cielo.

Mi tuffo.

Ti tocco. Entro in te e ti lascio entrare.

Mi faccio portare fin dove arriverai.

Il mio cammino non ha fine.

L'AUTORE
Laureata in Storia & Filosofia. Insegnante di Scuola dell’Infanzia. Scrive favole per bambini, racconti e romanzi. Sindacalista per vocazione, chitarrista per passione, cura rassegne di cortometraggi e collabora con critici e artisti. Ha pubblicato una raccolta di favole “Un Totem da Favola” e un romanzo intimista “Diario Terapeutico del Male”.
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