Il Franco CFA è peggio dell’Euro

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28/06/2018 Giulio Chinappi 2261

Una valuta utilizzata da numerosi Paesi, ma che non viene emessa e non è controllabile da parte degli Stati che la utilizzano: a tutti verrebbe in mente l’Euro, ma in questo caso stiamo parlando del Franco CFA, retaggio dell’impero coloniale francese che ancora oggi continua a condizionare le economie di numerosi Paesi africani.

BREVE STORIA DEL FRANCO CFA

Le origini del Franco CFA risalgono al 26 dicembre 1945, quando la Francia ratificò gli accordi di Bretton Woods, stipulati con il fine di definire un sistema di regole e procedure per controllare la politica monetaria internazionale. Il governo francese, guidato da Charles de Gaulle, si incaricò dunque di garantire la stabilità finanziaria delle sue colonie africane, emettendo il Franco CFA, acronimo che all’epoca stava per Colonie francesi d’Africa (Colonies françaises d’Afrique), nome poi modificato nel 1958 come Franco della Comunità francese d’Africa (Communauté française d’Afrique).

Con l’ondata delle indipendenze africane scompariranno molte delle strutture create per l’amministrazione coloniale, ma non il Franco CFA. Già negli anni ’60, iniziano a nascere delle perplessità circa la permanenza di questa valuta, che manteneva dei legami, sulla carta superati, tra l’ex madrepatria e le ex colonie. Gli Stati della “Zona CFA”, pur indipendenti, si trovano così privati di una delle prerogative degli Stati indipendenti, quella di emettere moneta. Il tasso di cambio, inoltre, essendo legato al Franco Francese, rispondeva alle esigenze della Francia, e non a quelle dei Paesi africani. In effetti, la Guinea (1960), il Mali (1962), la Mauritania (1973) ed il Madagascar (1973) decideranno di abbandonare l’utilizzo del Franco CFA, iniziando ad emettere le proprie valute nazionali.

Gli anni ’80, tuttavia, segnarono una rinascita per la Zona CFA: una pesante crisi economica porterà il Mali sull’orlo della bancarotta, fino a quando, nel 1984, il governo di Bamako deciderà di tornare al Franco CFA. Alla Zona CFA, inoltre, si aggiungeranno due nuovi Paesi che non facevano parte dell’ex impero coloniale francese: la Guinea Equatoriale (1985), ex colonia spagnola, e la Guinea Bissau (1997), ex colonia portoghese.

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IL FRANCO CFA OGGI

La Zona CFA è oggi suddivisa in due grandi gruppi:

  • il Franco della comunità finanziaria in Africa (communauté financière en Afrique), per gli otto Paesi facenti parte dell’UEMOA (Unione economia e monetaria dell’Africa occidentale – Union économique et monétaire ouest-africaine): Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo;
  • il Franco della cooperazione finanziaria in Africa centrale (coopération financière en Afrique centrale), per i sei Paesi facenti parte della CEMAC (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale – Communauté économique et monétaire de l’Afrique centrale): Camerun, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Ciad.

A questi due grandi gruppi va poi aggiunto il caso delle isole Comore, che, seppur emesso dalla Banca Centrale delle Comore, dipendeva per il suo tasso di cambio dal Franco francese, ed oggi resta legato all’Euro, con meccanismi simili a quelli esistenti per il Franco CFA.

Quali sono, dunque, le principali conseguenze del Franco CFA sulle economie dei Paesi africani che utilizzano questa valuta?

Partiamo innanzi tutto dal tasso di cambio, fissato prima in parità con il Franco francese ed oggi legato all’Euro in base al cambio della valuta europea con l’ex valuta di Parigi. Secondo i fautori del Franco CFA, ciò permetterebbe ai Paesi della Zona CFA di beneficiare di una credibilità internazionale che manca, invece, agli altri Paesi africani. Tuttavia, il Franco CFA ha un tasso di cambio troppo svantaggioso per dei Paesi dell’economia tutt’altro che solida, e non dà ai governi la possibilità di procedere a politiche monetarie di svalutazione competitiva per incoraggiare le esportazioni.

Alcuni governi, poi, hanno criticato che la messa in comune delle riserve abbia avvantaggiato solamente alcuni Paesi, senza dimenticare dimenticare che i Paesi della Zona CFA sono obbligati a depositare la metà delle proprie riserve presso il Tesoro francese: si tratta, ad oggi, di oltre 14 miliardi di Euro. Questo sistema, inoltre, obbliga i Paesi ad effettuare transazioni quasi esclusivamente con gli altri Stati della Zona CFA e con la Francia, rendendo difficili i rapporti economici e finanziari con Paesi terzi.

I CRITICI DEL FRANCO CFA

Già nel 1999, del resto, l’economista Nicolas Agbohou aveva pubblicato un libro dall’eloquente titolo “Il Franco CFA e l’Euro contro l’Africa”, nel quale prevedeva le conseguenze negative che la nascita della Zona Euro avrebbe avuto sui Paesi della Zona CFA. Secondo la sua tesi, il Franco CFA rappresenterebbe un freno alo sviluppo socio-economico degli Stati membri, esortando i governi africani ad abbandonare l’ordine monetario figlio del periodo coloniale ed a “prendere il proprio destino nelle proprie mani”.

Secondo il professor Agbohou, “non è possibile applicare delle politiche economiche senza la gestione della propria moneta. Il termine Franco CFA vuole ancora oggi dire Franco delle Colonie francesi d’Africa. Per continuare a derubare l’Africa dopo le indipendenze formali degli anni ’60, i colonizzatori francesi hanno ridefinito il Franco CFA come Franco della Comunità Francese d’Africa, ma è una pura farsa!”. Agbohou fa inoltre notare che “osservando le istituzioni della Zona CFA, in particolare i consigli d’amministrazione di tutte le banche centrali, notiamo che sono sempre presenti dei francesi, e che dispongono del diritto di veto. Il funzionamento del Franco CFA appartiene alla Francia che lo utilizza per i propri interessi e contro gli interessi degli Africani”.

Un altro economista africano che si batte per l’abbandono del Franco CFA è il togolese Kako Nubukpo, che proprio per le sue posizioni è stato cacciato lo scorso anno dall’Organizzazione internazionale della francofonia (Organisation internationale de la francophonie), l’organizzazione che racchiude tutti i Paesi di lingua francese, all’interno della quale si occupava dell’aspetto economico. Secondo Nubukpo, l’Africa ha innanzi tutto bisogno di una diversificazione economica, in quanto troppi Paesi sono oggi dipendenti dal prezzo sui mercati internazionali di una singola risorsa, come il petrolio. Ma Nubukpo afferma anche che “il Franco CFA rappresenta un freno alla competitività”, facendo notare che “i Paesi asiatici, che rappresentano il nostro modello in quest’ambito, hanno una moneta debole, che rappresenta un incentivo alla produzione locale, perché le importazioni sarebbero più care, ed incentiva le esportazioni, mentre una moneta forte scoraggia le esportazioni”.

Il tasso di cambio, come abbiamo già analizzato in precedenza, rappresenta un fattore estremamente importante, ma non l’unico: “Oggi, i Paesi della Zona CFA applicano delle politiche monetarie che potrebbero andar bene per dei Paesi ricchi, come la gestione dell’inflazione, mentre l’obiettivo dovrebbe essere quello della crescita. Inoltre, le banche centrali della Zona CFA continuano a depositare le loro riserve presso il Tesoro francese, anche oltre le quote che vengono richieste”. Significativa, poi, quest’ultima affermazione: “La classe media urbana beneficia del Franco CFA in quanto acquista prodotti importati e può depositare i propri risparmi nei Paesi della Zona Euro. Ma il 75% della popolazione della Zona CFA vive in aree rurali ed ha bisogno di una moneta competitiva. Il Franco CFA è la moneta delle élite”.

Le posizioni di Nubukpo sono molto interessanti anche per quanto riguarda gli altri aspetti dello sviluppo economico africano. Il professore togolese, che come abbiamo sottolineato in precedenza è il promotore di una differenziazione economica, ci tiene a sottolineare come lo sviluppo dell’Africa non possa seguire i modelli economici occidentali: “Alcuni pensano che lo sviluppo dell’Africa debba allinearsi al modello nordamericano, attraverso lo sviluppo di una classe media emergente”, mentre lo sviluppo dell’Africa si avrà solo attraverso “l’esportazione di prodotti trasformati” e “la riduzione delle diseguaglianze”.

BIBLIOGRAFIA

AGBOHOU, Nicolas (1999), “Le Franc CFA et l’Euro contre l’Afrique
GODEAU, Rémi (1995), “Le franc CFA: Pourquoi la dévaluation de 1994 a tout changé
NUBUKPO, Kako (2011), “L’improvisation économique en Afrique de l’Ouest, du coton au franc CFA
NUBUKPO, Kako et al. (2016), “Sortir l’Afrique de la servitude monétaire. À qui profite le franc CFA?

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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