Governo Lega-5Stelle: una “pacchia” per i ricchi e una fregatura per i lavoratori

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27/06/2018 Giulio Chinappi 15940

Al di là della questione migranti, utilizzata come mero catalizzatore d’attenzione per il popolo gregario, il nuovo governo sta rivelando sempre più il suo vero volto nell’ambito delle politiche economiche e del lavoro.

In campagna elettorale avevano promesso, tra le altre cose, l’abolizione della legge Fornero, misura che sarebbe stata sacrosanta per ristabilire i più elementari diritti dei lavoratori. Peccato, però, che dopo aver ottenuto lo scettro del comando abbiano deciso di cambiare le carte in tavola, dimostrando di avere poca dimestichezza con il mantenimento delle promesse. Prima, infatti, hanno annunciato che si sarebbe potuto andare in pensione con la famigerata “quota cento” (somma tra anni d’età ed anni di contributi versati), poi hanno immediatamente corretto il tiro, aggiungendo che sarebbero stati comunque necessari un minimo di 64 anni d’età o di 41 anni di contributi, ed infine hanno comunicato la fregatura finale, e cioè che la pensione così raggiunta verrà ricalcolata tutta con il contributivo, che in soldoni significa una riduzione della stessa del 9-10%, misura che naturalmente avrebbe un’incidenza maggiore sulla vita delle persone meno abbienti.

Ma non finisce qui, perché per i lavoratori – soprattutto per quelli a basso reddito – le fregature continuano.

Un altro provvedimento legislativo a cui il duo gialloverde tiene molto, infatti, è l’introduzione della flax tax (che in realtà non è neppure una flat tax, ma una “dual tax”, visto che prevede due aliquote e non una) con la quale il governo vorrebbe mantenere le promesse fatte alla parte più abbiente della società, la stessa che durante la crisi si è ulteriormente arricchita a danno della maggioranza degli italiani, che invece si sono impoveriti sempre più.

D’altronde in Italia, secondo i dati forniti dall’OCSE e dalla Banca d’Italia, il 5% più ricco possiede il 40% della ricchezza totale (con una ricchezza media di 1,3 milioni), il 20% più ricco ne possiede il 60%, mentre il 20% più povero non ha che lo 0,3% della ricchezza.

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Le simulazioni degli effetti dell’imposta sul reddito familiare derivante dall’accordo tra Lega e 5 Stelle (assumendo un’aliquota del 15% fino ad 80mila euro di reddito familiare ed un’aliquota del 20% al di sopra degli 80mila euro) dicono che:

  • saranno penalizzate le famiglie con due persone che lavorano;
  • le donne, su cui già si scaricano gli effetti del part-time imposto, saranno portate ad abbandonare il lavoro;
  • per gli altri tipi di famiglia ci saranno risparmi minimi a partire dai redditi superiori ai 30mila euro.

Per capire meglio, assumiamo il caso di una famiglia di quattro persone (due lavoratori e due figli a carico). Le variazioni di imposta in funzione del reddito saranno le seguenti:

  • nessun vantaggio per i redditi fino a 30mila euro, per i quali potrebbe scattare la clausola di mantenimento della legge attuale;
  • risparmio di 268 euro/anno per un reddito di 40mila euro;
  • risparmio di 1.989 euro per un reddito di 50mila euro;
  • risparmio di 8.917 per un reddito di 80mila euro;
  • risparmio di 15.866 per un reddito di 110mila;
  • risparmio di 67.940 euro per un reddito di 300mila euro.

Ora, se prendiamo in considerazione che il 50% dei percettori di reddito da lavoro dipendente guadagna meno di 20.000 euro, come emerge dalle dichiarazioni del 2017, possiamo definire questo accordo pura macelleria sociale! I redditi bassi e medi non ci guadagnano nulla o pochissimo, ma se una persona ha 300.000 euro di reddito annuo, con la flat tax verserà quasi 70mila euro di tasse in meno! Sarà forse questa la “pacchia” di cui parlava qualche giorno fa Matteo Salvini?

In sintesi , si tratta di un assurdo capovolgimento del principio cardine del diritto tributario, sancito dall’articolo 53 della Costituzione, che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Attualmente, ad esempio, questo principio è garantito attraverso l’esistenza di cinque aliquote IRPEF, con un’aliquota massima del 43% per i redditi superiori ai 75mila euro.

Nel complesso, poi, la flat tax porterà minori entrate alle casse dello Stato per 50-60 miliardi annui, e questo significherà senza ombra di dubbio la distruzione del welfare, cioè i diritti sociali, quelli che sono già stati tagliati dai precedenti governi e di cui hanno bisogno le persone “normali”, i lavoratori e le loro famiglie, ma di cui i ricchi possono fare a meno, perché tanto se li possono comprare!

Altro che flat tax! Sarebbe invece necessaria una patrimoniale sulle grandi ricchezze, che aumenti le risorse economiche da destinare a chi non ha nulla.

Anche la promessa introduzione del reddito di cittadinanza – così come annunciato dal ministro del lavoro pentastellato Luigi Di Maio – non ci trova d’accordo, in quanto, per come è concepito, diventa una forma di ricatto a danno dei cittadini, del tipo “prendere o lasciare”. Di fatti, per aver diritto all’importo – fissato in un massimo di 780euro – è obbligatoria, per esempio, la “ricerca attiva del lavoro per almeno due ore al giorno” ma non viene spiegato chi, quando e soprattutto come si certificherà tale ricerca.

Un’altra limitazione, tra le tante proposte che si sono susseguite nel corso degli ultimi giorni, è che il beneficiario di tale sussidio dovrà accettare uno dei primi tre lavori che gli saranno eventualmente offerti, pena la revoca del suddetto contributo. L’ultima versione prevede persino l’obbligo di rendersi disponibile per effettuare ogni settimana otto ore lavorative gratuite di pubblica utilità, da svolgersi al servizio del proprio Comune di residenza. Siamo insomma all’introduzione di nuove forme di corvée e di lavoro coatto.

Rimane poi un mistero sul come verrà finanziato visto che, come si evince dalle stime esposte in precedenza, l’introduzione della Flat-tax comporterà minori entrate per 50-60 miliardi annui per le casse dello Stato. Dubbi che, peraltro, sono stati esposti, in maniera neanche troppo velata, persino dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria.

dal Circolo “Enzo Simeone” – Partito della Rifondazione Comunista – Formia

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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