Il “governo del cambiamento” asservito a Washington

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10/01/2019 Giulio Chinappi 534

Il governo soi-disant “del cambiamento” ha promesso fuoco e fiamme su tanti fronti, ma in realtà si trova in perfetta continuità con quelli precedenti, in particolare per quanto riguarda la politica estera. Pur affermando, a parole, di voler perseguire un’apertura verso la Russia, l’esecutivo continua invero ad essere perfettamente genuflesso agli interessi di Washington.

L’asservimento dell’Italia agli Stati Uniti d’America ha inizio nell’ormai lontano 1945, quando, alla liberazione del Paese dall’occupazione nazi-fascista, fece seguito l’inizio di un’occupazione militare de facto da parte della potenza nordamericana. Meno palese e per certi versi più rassicurante, tanto da ottenere persino il colpevole avallo da parte del Partito Comunista di Enrico Berlinguer, l’egemonia statunitense sul territorio italiano si manifesta sopratutto attraverso la presenza di ben cinquantanove basi ed installazioni militari statunitensi, con circa 13.000 militari presenti sul suolo nazionale.

Tali numeri possono dire poco a chi non ha ben chiara la situazione internazionale, ma basta comparare questi numeri con quelli dell’Afghanistan, dove il contingente a stelle e strisce è pari a 14.000 uomini, con la sostanziale differenza che l’Italia non è un Paese in guerra in preda ai conflitti interni, e dove il governo centrale non è in grado di controllare il proprio territorio autonomamente. Solamente decenni di propaganda filostatunitense possono far pensare a qualcuno che non si tratti di una vera e propria occupazione.

L’inganno riguardante la colonizzazione manu militari dell’Italia da parte di Washington, avvenuta naturalmente con il pretesto delle vicende belliche del secondo conflitto mondiale, è stata poi coperta sotto la sigla della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), illudendo i cittadini dei Paesi europei che si trattasse di un’alleanza tra pari, e non di un’azione egemonica da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa occidentale (e, più di recente, anche di quella orientale, fino a giungere alla Turchia ed ai confini con la Russia). Nel corso della guerra fredda, la divisione del mondo nei due blocchi contrapposti offrì una giustificazione ideologica, seppur apparente, allo status quo, tanto che – come accennato in precedenza – fu lo stesso Berlinguer a dare la propria benedizione a “l’ombrello della NATO”. Solamente la Francia di Charles de Gaulle ebbe, seppur per un breve periodo, l’ardire di sottrarsi ai tentacoli di questo fraudolento patto militare.

Tornando dunque ai giorni nostri, l’accusa che formuliamo nei confronti del governo gialloverde non è certamente quella di aver causato tale situazione, che prosegue imperterrita da oltre settant’anni di prima e seconda repubblica, ma piuttosto quella di contravvenire continuamente alle proprie promesse, ed in particolare a quanto detto quando i partiti oggi di maggioranza si trovavano all’opposizione. Fu proprio Beppe Grillo, del resto, a risollevare il problema delle basi militari statunitensi in Italia quando i precedenti governi, tanto di centro-destra quanto di centro-sinistra, accettavano supinamente ogni ordine di Washington, prendendo parte ad azioni militari criminali in ogni parte del mondo e concedendo le proprie basi da cui far partire i bombardamenti umanitari su Belgrado nella primavera del 1999. Se, per quanto riguarda il rapporto nei confronti delle leviataniche istituzioni dell’Unione Europea, il governo è riuscito quanto meno a realizzare una messa in scena tale da ingannare molti, sulla NATO ed i rapporti con gli Stati Uniti non si è levata neppure una timida voce dissenziente.

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L’asservimento dell’attuale esecutivo nei confronti degli interessi statunitensi è resa evidente da alcuni voltafaccia che i partiti di governo (ma soprattutto il Movimento 5 Stelle) hanno adoperato da quando sono saliti al potere. Stiamo parlando, ad esempio, dell’avallo alla costruzione del Gasdotto Trans-Adriatico (conosciuto con l’acronimo inglese di TAP, Trans-Adriatic Pipeline), voluto dagli Stati Uniti per contrastare l’importazione di gas russo da parte dell’Europa e rivaleggiare con il Nord Stream tra Russia e Germania, o dell’abbandono della lotta contro il MUOS (acronimo di Mobile User Objective System), sistema di comunicazioni satellitari (SATCOM) militari ad alta frequenza (UHF) e a banda stretta (non superiore a 64 kbit/s), gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, situato nel comune siciliano di Niscemi.

Come se non bastasse, proprio in questi giorni l’Italia – al pari di tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea – si è espressa, nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, contro la risoluzione presentata dalla Russia sulla «Preservazione e osservanza del Trattato Inf», respinta con 46 voti contro 43 e 78 astensioni. Il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato a Washington l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbačëv, rappresentava fino a poco tempo fa una garanzia circa il disarmo e la pace mondiale, finché Donald Trump non ha deciso di annunciare il proprio ritiro, denunciando presunte e mai provate violazioni del trattato da parte della Russia. Bocciando la risoluzione di Mosca, l’Italia e gli altri Paesi dell’UE (21 su 27 fanno parte anche della NATO) hanno confermato la propria posizione di subalternità nei confronti della potenza nordamericana, smentendo definitivamente le promesse di un diverso orientamento in politica estera da parte dell’attuale esecutivo. Tale mossa, inoltre, potrebbe presto causare una corsa agli armamenti – anche nucleari – da parte di Stati Uniti e Russia, situazione nella quale l’Europa, data la propria posizione geografica, rischierebbe di risultare unicamente come vittima sacrificale.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam", Paese nel quale risiede tuttora.

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