Velo: se è una scelta libera, è femminismo?

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11/08/2015 Marta Caldara 1564

Qualche mese fa è apparso in rete un video pubblicato dal Guardian, in cui una ragazza londinese, Hanna Yusuf, spiegava la sua idea di femminismo, rivendicando il proprio diritto di indossare l’hijab, il velo islamico. L’11 agosto Magdi Cristiano Allam riprende un articolo uscito sul Corsera a firma di Viviana Mazza che racconta, in maniera piuttosto descrittiva e piatta, glielo concedo, il pensiero di Hanna.

Come al solito, Allam condanna l’islamismo come la peggiore delle pestilenze, come fa sempre quando associa musulmani a terroristi (e ci infila in mezzo pure la sinistra che non guasta mai), senza provare a capire il discorso di fondo di questa ragazza, che identifica il femminismo come la scelta di poter indossare o meno il velo. Per lei la libertà di potersi vestire come vuole è segno di femminismo. E perché dovrebbe essere il contrario?

Durante gli anni in cui vivevo in Olanda, spesso incontravo donne coperte dall’hijab (che copre la testa) o dal chador (che copre sia la testa che il corpo, lasciando il volto scoperto). Sono cresciuta con due genitori sessantottini, mia madre è sempre stata una convinta sostenitrice del ruolo attivo delle donne nella società (sebbene non sia mai stata una femminista estrema), mio padre l’ha sempre rispettata per questo. Di conseguenza io ho sempre considerato quelle donne che vedevo in Olanda, il loro indossare il velo alla stregua di qualsiasi altra imposizione religiosa: una forzatura, una limitazione alla libertà. Come ho sempre considerato una scelta maschilista quella delle donne che optano per una vita da casalinghe, dipendendo completamente dai propri mariti. Deve essere chiara però la distinzione tra la proiezione di tutte queste scelte sulla nostra vita, e la scelta indipendente delle altre donne. Per me l’hijab rappresentara una costrizione, perché io non sono cresciuta in un paese islamico e non ha alcun valore per me. Ben altra cosa però è imporre quello che credo io agli altri.

Di recente ho intervistato una grandissima donna, una giornalista iraniana, Masih Alinejad, che ha fondato un movimento a sostegno delle donne iraniane (MyStealthyFreedom) che si vogliono liberare dal velo. Donne che sì, in quel caso davvero vedono calpestati i propri diritti, obbligate dalla legge (dalla legge!) a indossare l’hijab, a chiedere il permesso a padri e mariti per studiare, lavorare, viaggiare. Quelle donne non possono cantare, ci rendiamo conto? Hanna nel video parla dell’utilizzo del velo come contrasto all’eccessiva esposizione del corpo occidentale alla nudità. Personalmente non sono d’accordo con lei, il velo per me resterà un simbolo con cui non potrei mai identificarmi. Ma so discernere la costrizione dalla scelta. Lo dice bene Hanna nel video, quando parla di quelle donne iraniane che hanno lanciato una campagna contro le Femen, al grido di “la nudità non mi rende libera”, o “le Femen non possono dirmi cosa voglio”. Quelle donne dicono questo, ma i loro occhi gridano “aiuto”. Quelle sono le donne che, davvero, non sono libere.

Magdi Cristiano Allam dimentica che il femminismo, per quanto difficile sintetizzarne le varie ideologie, si basa sulla libertà di scelta. Una scelta, più o meno condivisibile, resta pur sempre una scelta. Per quanto io possa detestare l’idea di portare un velo in testa o di credere che la mia vita sia solo sfornare bambini, pulire la casa o dover dipendere sempre da mio marito anche per comprare il latte, è un mio dovere considerare la scelta di indossare il velo da parte di una donna di religione islamica come un diritto sacrosanto e anche l’espressione di quel femminismo che reclama pari diritti e libertà.

Per Allam la scelta di Hanna è solo in apparenza una scelta consapevole. Ma per quanto mi riguarda qualsiasi religione è un’imposizione e una scelta apparentemente libera. Ma è democratico e sì, pure femminista, rispettare le scelte di ognuno, purché queste non travalichino i diritti dell’uomo. Se così non fosse, chi stabilirebbe che è giusto condannare una donna perché sceglie di indossare l’hijab e non chi si converte al cattolicesimo e basa il suo lavoro sul contrastare l’islam ad ogni costo e soprattutto senza distinguere le persone che credono in un Dio da quelle estremiste ed esaltate, che nulla hanno a che vedere con la religione?

L'AUTORE
Classe 1985. Dopo anni all’estero tra Giappone e Olanda torna a Roma nel 2014 per fare la cronista (o imbrattacarte, che dir si voglia) a tempo pieno. Amante della verità a ogni costo, persegue sempre la via semplice e trasparente (che è quella più difficile) e disprezza ciò che è facile e chi si lamenta senza fare.

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