“E ti telefono a casa!”

Marzo 1, 2021
Rosanna Gaddi
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Helena me l’aveva detto di aspettarla, ma io vado sempre di fretta. Dovevo incamminarmi e dirle che mi sarei fermata al serbatoio! E ora dove diamine è il sentiero che porta lì? Mi sono persa! Mi sono persa, ma sono praticamente dietro casa. Se lo racconto a qualcuno che figura ci faccio?!
Penso tra me e me, cercando di non lasciarmi spaventare dai miei stessi pensieri. Intanto mi stupisco dei colori che ho intorno, sfumature a mio avviso non riproducibili nemmeno dal più abile pittore.

Evaristo mi ha parlato di un posto che si può raggiungere percorrendo delle deviazioni, prendendo come punti di riferimento alcune rocce dalle forme bizzarre. Si tratta di un piccolo lago naturale che occupa parte di un terreno privato oltre la strada provinciale, ma al quale si può giungere anche risalendo la montagna, partendo da dietro la chiesetta del piccolo borgo.

Ho bisogno di camminare, di lasciarmi le preoccupazioni alle spalle, di dimenticare tutta la cattiveria e le menzogne di cui sono stata vittima. Lì forse potrò urlare il rancore e il dolore che mi attanaglia il cuore.

“Non mi importa del passato, non mi importa di chi ti ha avuto, resta con me, con me … vita della vita mia …”, ma perchè mi gira in testa questo classico della canzone napoletana?

Diamine, non ricordo mai nulla, addirittura conoscere il testo di una canzone così distante da me!

La montagna mi fa sempre questo effetto: mi perdo nei miei pensieri.

E certo che mi perdo nei miei pensieri, posso mai perdermi nei pensieri di qualcun altro?! Alcune volte dico e penso delle frasi inutili e sciocche! Dovrei essere meno dura con me stessa, però.

Helena riuscirà a raggiungermi?

Dove sono?

Panico!

Mi sono persa per davvero, e ora?

Cerco di ricostruire il cammino percorso.

Cerco di ricostruire il mio tempo, ma la memoria è bloccata in un’unica immagine: Tu che ti giri e rigiri un anello all’anulare destro. Indossi una maglietta verde militare e sei alla porta del treno, fuori, sul marciapiede. Io, sicuramente, all’interno. Mi saluti, non riesco a vedere il tuo viso, sento solo la tua voce che mi dice “a dopo” e quel dopo non è mai più arrivato.

Chi sei? Chi sono? Che c’entra Napoli? Dove diamine è Helena? Che razza di nome è Evaristo? Che strana coppia!

Intanto intorno a me è silenzio.

Un vento freddo taglia la faccia e rinforza i miei proponimenti, li attacca all’anima e li cristallizza come fossero respiri vitali. Nel silenzio proseguo la mia incessante pseudo-acatisia e inizio a guardare le trasformazioni naturali.

Bellissime.

Sensazionali.

Il monte si alza presuntuoso sulla mia testa e le cime degli alberi si muovono senza spezzarsi. I colori sono freddi, fermi, gelidi, ma così importanti che senza non si potrebbe stare. La terra intorno è stata scavata per dare la possibilità agli animali selvatici di trovare qualcosa di cui nutrirsi. Erba rimossa dalla sua radice, tane piene di foglie e felci, tante felci, la pianta più antica del pianeta, l’unica degna, tra me e lei, di stare dove sta.

Io non valgo niente!

Non so nemmeno chi sono. Mi è crollato tutto intorno, vittima di una bugia.

Come esplode il mondo in un nano secondo?

Lui è vivo, esiste lontano da me. Non riesco a capire la ragione di questo suo silenzio. Mi appello alla razionalità. Mi appello al tempo e a tutto ciò che ho costruito dopo la sua fine, ma la sua fine non c’è mai stata, si era solo rintanato altrove!

Ma allora questa realtà esiste per davvero o no?

E se io fossi rimasta con lui al mare, se quel figlio lo avessimo tenuto, se non ci fossimo mai lasciati, se non avessi preso quel maledetto treno, se avessimo continuato la nostra vita, se quella lettera non fosse stata mai scritta, se non avessi letto la diagnosi, se il suo corpo non fosse stato dilaniato dall’esplosione, se lui non avesse mai finto di essere morto, se non avessi iniziato questa nuova esistenza altrove, se non avessi mai tagliato i capelli, cambiato identità e aspetto, se ancora prima la mia bocca non si fosse incollata alla sua sotto la luce bianca della luna, se non fossi mai morta d’amore tra le sue braccia, se non avessi mai conosciuto il calore del suo corpo, se ora non avessi preso questo cammino in montagna, se tutto questo non fosse mai accaduto …. io sarei sempre la stessa persona?

Io non voglio più sapere chi sono. Io non voglio ricordare nulla.

Come si spegne il cervello, come si spegne il cuore, come si fa?

Perché non ho aspettato Helena?

Perché non torno più?

Io non sono che una piccola cellula che vaga nello spazio interstellare e non si ferma mai. La vita può diffondersi attraverso lo spazio, la vita si propaga da un luogo all’altro dell’Universo attraversando gli spazi siderali a cavallo di asteroidi e comete. Alcuni organismi viventi sopravvivono mostrando una resistenza e un attaccamento alla vita al di là di ogni aspettativa e nello spazio le cellule del cuore battono diversamente.

Vorrei che gli alieni mi rapissero.

Il mio cuore avrebbe un altro battito e io sarei diversa.

Sono arrivata al lago. Evaristo aveva ragione. E’ piccolo, la sua posizione è particolare, sembra dipinto tra la vegetazione.

Quasi quasi mi faccio una canna!

La vita mi diventa più leggera, acquista un sapore migliore.

Mi appoggio al tronco di un pioppo e mi rilasso, pian piano mi addormento. Un rumore sottile mi sveglia. Mi guardo intorno. Vedo un piccolo movimento ondoso nel lago, in lontananza. Due occhi. Strofino i miei. Quegli occhi rossi sembrano sempre più grandi e ricordano quelli di una rana. Forse si stanno avvicinando o semplicemente il lago è così piccolo che assomiglia più a uno stagno. Che dimensione avrà quell’essere per avere degli occhi così? Allungo il collo quasi a voler vedere meglio. La rana mette fuori la testa, apre la sua bocca larga e con uno schiocco lancia la sua lingua a mo’ di lazo da cow-boys trascinandomi nel fondo del lago. Affogo! Invece no, sono seduta su una strana poltrona gelatinosa. C’è una luce rossa e uno strano odore di muffa. Intorno a me almeno sei enormi girini trasparenti che, dritti sulla coda, parlano emettendo suoni e consonanti sconosciuti, schioccando la lingua sotto il palato e sui denti, nemmeno stessero parlando una lingua clic, magari il Taa, piena zeppa di sillabe e suoni non definibili e rumorosissimi.

Inizio a sudare freddo.

Ma perchè non ho aspettato Helena? E, soprattutto, perchè ho dato retta a Evaristo e sono venuta al lago? Giuro che è l’ultima volta che fumo! Che viaggio! Sembra davvero l’interno di un’astronave.

Due di loro mi si avvicinano. Improvvisamente dai loro corpi spuntano delle zampe che mi prendono e mi posizionano su un tavolo venuto su dal pavimento. Ci sono elettrodi, aghi, arnesi che somigliano a bisturi. Vorranno farmi una vivisezione! Non sarebbe sbagliato in confronto a tutti gli orridi esperimenti a cui sottoponiamo gli animali indifesi che non hanno colpe! Non provo dolore, questo chirurgo alieno è proprio bravo, quasi quasi gli chiedo se mi opera l’alluce valgo.

Indugiano sul cervello, cercano la ghiandola pineale, la sede dell’anima. Trovata! Il consulto degli scienziati girini è indecifrabile, riesco a comprendere solo che hanno assorbito qualcosa dal mio cervello. Mi addormento, mi sento come se avessi preso una grande botta alcolica. Al mio risveglio ho una gran mal di testa. Sono sull’erba accanto al lago, bagnata fradicia. Chissà se riuscirò a ritrovare la strada di casa prima di prendere un accidente! Mi sa che è arrivato il momento di fare una telefonata.

L'AUTORE
Laureata in Storia & Filosofia. Insegnante di Scuola dell’Infanzia. Scrive favole per bambini, racconti e romanzi. Sindacalista per vocazione, chitarrista per passione, cura rassegne di cortometraggi e collabora con critici e artisti. Ha pubblicato una raccolta di favole “Un Totem da Favola” e un romanzo intimista “Diario Terapeutico del Male”.
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