La crisi argentina e quella venezuelana

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06/09/2018 Giulio Chinappi 1868

In pochi se ne saranno resi conto, visto il diverso peso che viene dato alle due questioni, ma il Venezuela non è l’unico Paese sudamericano ad affrontare una grave crisi economica in questo momento. Una situazione catastrofica si sta sviluppando anche in Argentina, ma le due situazioni vengono trattate in maniera assai differente dai mass media occidentali: forse perché il presidente argentino Mauricio Macri è un assertore dell’iperliberismo, mentre Nicolás Maduro propone una via d’uscita alternativa? O forse perché, in fondo, alle crisi argentine siamo abituati (guarda caso sempre con il contributo di governi liberisti)?

ALCUNI DATI SULLA CRISI ARGENTINA

La crisi argentina, sarà un caso – ma anche no –, è arrivata con le prime misure a colpi di neoliberismo dopo l’elezione di Mauricio Macri, che ha interrotto la fase di presidenze progressiste iniziata nel 2003 con l’elezione del compianto Néstor Carlos Kirchner, e poi proseguita fino al 2015 sotto la guida della moglie Cristina Elizabeth Fernández de Kirchner.

Liberalizzazioni e privatizzazioni a rotta di collo, apertura agli investimenti esteri (di fatto svendita delle risorse del Paese alle multinazionali statunitensi) hanno portato con sé conseguenze nefaste per il popolo, tutto questo senza che l’Argentina fosse al centro di una guerra economica e mediatica, come accaduto invece con il Venezuela. Nell’ultimo anno, il peso argentino ha perso più del 70% del proprio valore, l’inflazione ha superato il 30% (stimata al 35% per la fine dell’anno) e quasi ottomila persone hanno perso la propria casa nella sola capitale, Buenos Aires, con altre ventimila persone a rischio.

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In soli tre anni di neoliberismo, Mauricio Macri è riuscito a distruggere quanto costruito dalle presidenze dei Kirchner, che avevano saputo risollevare il paese dalla gravissima crisi economica subita a cavallo tra i due secoli. L’attività economica nel Paese è calata del 6.7%, con una perdita del 31% per l’attività agricola, del 7.5% per l’industria e dell’8.48% per il commercio, ed al momento non si intravvede la fine della crisi.

Senza sanzioni né guerre economiche, dunque, l’Argentina sta sprofondando in una crisi che per molti versi ricorda quella venezuelana, solo che in questo caso il fattore scatenante si trova all’interno dello stesso Paese, e non al di fuori di esso. Il PIL, come è stato reso noto di recente, dovrebbe calare di un punto percentuale nel 2018, con una netta revisione delle stime che ad inizio anno parlavano di un +3%.

LA SOLUZIONE DI MACRI: IL PAESE IN MANO AL FMI

In realtà, dove emerge la grande differenza tra l’Argentina ed il Venezuela è nella soluzione proposta dai due governi per superare la crisi. Da un lato, Nicolás Maduro ha messo in piedi un piano ardito ma alternativo ai modelli precostituiti, nel tentativo di distaccarsi dal monopolio globale del dollaro e del sistema a guida statunitense, arrivando andirittura alla nascita di due nuove valute (clicca qui per saperne di più). Dall’altro, Mauricio Macri ha deciso di fare ricorso al peggiore dei mali possibili, il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Con il peso argentino ai minimi storici (un dollaro vale quaranta pesos) ed i tassi d’interesse della Banca Centrale al 60%, Macri ha chiesto al FMI di accelerare i pagamenti già richiesti in precedenza. L’Argentina infatti si era assicurata 50 miliardi di dollari da parte dell’entità internazionale, e fino ad ora ne ha ricevuti quindici. Il prossimo mese ne dovrebbero arrivare altri tre, ma queste cifre non sono ritenute sufficienti ad arginare la crisi.

Ecco, dunque, perché la crisi argentina non dà fastidio come quella venezuelana: Macri finirà per svendere il Paese al FMI e costringere le future generazioni di cittadini a ripagare debiti non contratti da loro. A ciò faranno sicuramente seguito misure di aggiustamento strutturale, quali ulteriori liberalizzazioni e privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica – soprattutto all’istruzione – ed al welfare state, che aumenteranno il divario tra le classi sociali, portando beneficio a pochi eletti e nocumento alle masse popolari.

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A corredo di tutto ciò, in Argentina si sta tentando di evitare il ritorno alla presidenza di Cristina Kirchner, coinvolta in una vicenda giudiziaria che ricorda quelle brasiliane di Dilma Rousseff e Ignacio Lula, e che è chiaramente basata su ragioni meramente politiche. Inoltre, Macri ha varato un piano di austerità con la complicità del ministro delle Finanze, Nicolás Dujovne, imponendo anche delle tasse sulle esportazioni.

Lo stesso Dujovne è stato poi incaricato di recarsi a Washington per trattare con il Fondo Monetario Internazionale e richiedere un finanziamento rapido, al fine di ricevere tutti i 50 miliardi promessi entro il 2019, mentre il piano iniziale era dilazionato su quattro anni, fino al 2021.

Ora dovrebbe essere chiaro perché la situazione venezuelana, al fine di screditare il governo bolivariano e di promuovere un cambio di regime, viene sempre sbattuta sulle prime pagine di giornali e telegiornali, mentre quella dell’Argentina del filostatunitense Mauricio Macri viene taciuta, né si sentono proposte di interventi stranieri nel Paese.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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