È vero che di aborto ne dovrebbero parlare solo gli uomini? Oggi discuto questa questione partendo da un’occasione recente, ma è un tema abbastanza vecchio che però continua ad emergere; in realtà non solo sulla questione dell’aborto, ma questa è certamente quella più forte.
Sabato 10 ottobre al Teatro Fonderia Leopolda si è tenuto un evento dedicato a Lettera a un bambino mai nato, promosso dalla Commissione Pari Opportunità del Comune. L’iniziativa era parte di un più ampio omaggio a Fallaci: il Comune aveva deciso di intitolarle una strada.
L’evento consisteva tra le altre cose in una lettura ad alta voce del libro della Fallaci. Questo compito è stato affidato a un attore, Giacomo Moscato, che però per sua sfortuna ha il pene. Sono sorte quindi delle polemiche, stavolta molto circoscritte, sulla base del dubbio che un uomo possa comprendere davvero quell’esperienza e dire qualcosa in più rispetto a una donna (perché dovrebbe?).
https://www.maremmaoggi.net/oriana-fallaci-follonica-monologo-aborto-polemica
Qui la critica trovava un apparente fondamento nel fatto che si tratta, appunto, di una lettera scritta da una donna al figlio mancato, quindi si ritene che sarebbe stata più efficace se letta da una donna. In realtà, trattandosi di un’opera letteraria, non è necessario nessun tipo specifico di voce perché arrivi alle persone, l’importante è che l’attore sia in grado di leggere come si deve.
Più in generale, è difficile trovare argomentazioni solide per sostenere che di aborto ne dovrebbero parlare le donne. Infatti quelle che vengono usate sono di solito deludenti; vediamo qualche esempio.
Nel settembre 2025 Michela Ponzani (storica) disse su La7 “Mi fa impressione quando un uomo vuole parlare di aborto al posto di una donna”
Cioè dice all’interlocutore che non dovrebbe parlarne perché le donne sono più legittimate in quanto lo vivono sulla propria pelle.
Nel 2021 Stefania Limiti pubblicava sul Fatto quotidiano un articolo dal titolo «Di aborto possono parlare solo le donne»; qui sostiene che l’aborto non è una questione da discutere «attorno a un tavolo insieme a tutti quelli che si siedono» – anche se poi a questo proposito cita Giorgia Meloni, che è una donna.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/20/di-aborto-possono-parlare-solo-le-donne/6398403
Nel 2008 Marina Terragni, giornalista e figura del femminismo italiano, scrive un articolo pubblicato su IO DONNA l’8 marzo e riproposto dalla Libreria delle donne di Milano:
https://www.libreriadelledonne.it/approfondimenti/se-gli-uomini-parlano-troppo-di-aborto
Terragni commentava il dibattito sorto attorno alla proposta politica di Giuliano Ferrara di promuovere una moratoria dell’aborto. Nell’articolo non solo critica il fatto che gli uomini intervengano sempre più nel dibattito, in particolare con posizioni contrarie all’aborto; ma scrive addirittura che “le donne non hanno mai posto la questione in termini di pro o contro. L’aborto è sempre stato un fatto della vita, e anche quelle che non abortirebbero mai non hanno mai giudicato e condannato chi l’ha fatto, confidando nelle sue buone ragioni.” VABBE’
Insomma la questione ogni tanto torna, solitamente ridotta a: uomini=antiabortisti=meglio che stiano zitti. Come se non ci fossero gli uomini che difendono il diritto all’aborto e donne che lo rifiutano. Ora, togliamo di mezzo l’ovvio: un uomo non può conoscere in prima persona l’esperienza biologica della gravidanza. Non può sperimentare direttamente le modificazioni corporee, il parto o le specifiche conseguenze fisiche di un aborto.
Ma anche tantissime donne non le sperimenteranno mai, e il solo fatto di avere l’utero non significa neanche lontanamente avere la capacità di comprendere lo stato d’animo della donna che deve scegliere se abortire o no. Forse si possono immedesimare di più, sapendo che potrebbe accadere anche a loro, ma non è che si possa andare molto oltre.
Nello stesso modo, il fatto che un uomo l’utero non ce l’abbia non esclude che possa conoscere le esperienze raccontate da donne e averle comprese; o studiare le dimensioni mediche, psicologiche, storiche e sociali della maternità, magari se è un medico, per esempio; comprendere le ragioni morali di chi affronta una gravidanza, che sono diverse da quelle riguardanti il corpo; e così via. Del resto se un uomo può fare il ginecologo evidentemente non è necessario possedere l’apparato per capirne il funzionamento, e dato che l’aborto non è questione di cui si decida sulla base dell’emotività non è che debba servire qualcosa di speciale.
Poi è ovvio che l’esperienza personale conta, ascoltare le persone direttamente coinvolte può essere essenziale per individuare aspetti che un osservatore esterno non considera. Ma, appunto, una donna non necessariamente l’ha avuta o la avrà, quell’esperienza. Quindi la questione sta nella differenza tra non poter vivere un’esperienza in prima persona e non poterla comprendere in alcun modo, o, meglio ancora, non poterne discutere affatto.
Se facessero un evento dedicato alla disfunzione erettile e all’ansia da prestazione, non sarei stupita o perplessa per la presenza di relatori di sesso femminile. Io certamente non mi potrei immedesimare negli uomini che ne soffrono, ma potrei avere comunque delle cose da dire, di altro tipo. Secondo questo ragionamento del resto le politiche sulla famiglia dovrebbero venire discusse solo da chi ha procreato.
Quando iniziò il dibattito sull’aborto le donne non avevano sufficiente spazio sui media ed erano fortemente svantaggiate nell’esprimere le proprie opinioni. All’epoca, quindi, era giusto parlare di necessità della rappresentanza femminile, ed era anche normale che per esempio proprio la Fallaci dicesse che l’aborto era una questione femminile, e che quindi sarebbero state sempre le donne a decidere, che piacesse o no agli altri. È chiaro che, anche oggi, la voce delle donne in fatto di aborto non può essere secondaria; ma perché quando diciamo “la voce delle donne” sottintendiamo che questa voce sia favorevole all’aborto? E di conseguenza che invece quella maschile sia contro?
Non abbiamo dati ufficiali sulle differenze di genere nell’opinione sull’aborto in Italia; a livello internazionale troviamo alcuni studi, il più grosso è quello del Pew Research Center del 2024. Questo centro ha analizzato nel 2024 sondaggi rappresentativi condotti in 27 Paesi e territori, da cui emerge che:
- In 7 Paesi (Australia, Israele, Giappone, Corea del Sud, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti) le donne sono significativamente più propense degli uomini a sostenere la legalità dell’aborto nella maggior parte o in tutti i casi.
- In altri 6 Paesi europei e nordamericani, le donne sono più propense a sostenerne la legalità in tutti i casi, ma non si parla di significatività.
- In Italia, il rapporto non segnala una differenza di genere significativa tra quelle evidenziate nell’analisi.
Significatività vuol dire che la differenza osservata tra uomini e donne difficilmente è dovuta soltanto alla variabilità casuale del campione; questo si riscontra per il primo gruppo, mentre per gli altri non lo sappiamo, così come non conosciamo le percentuali esatte per genere e quindi neanche l’ampiezza del divario tra uomini e donne.
È un po’ poco quindi per trarne delle conclusioni, ma più o meno è quello che registrano i pochi studi: prevalenza di pro-scelta tra le donne più che tra gli uomini, ma differenze ridotte o riconducibili ad altre variabili, oltre che ovviamente differenze tra Paesi diversi. Di certo non abbastanza per scommettere sulla posizione contraria all’aborto di qualunque uomo si pari davanti a una donna in una discussione.
Ma d’altronde non è neanche troppo difficile spiegare questa rappresentazione delle cose, se pensiamo che è considerato normale dividere gli uomini e le donne in due fazioni per lo più in contrasto. Gli uomini vengono sempre dipinti come nemici delle donne, patriarchi incalliti, dunque è normale che vogliano anche privarle di una libera scelta sul loro corpo.
In realtà, come sempre, questi discorsi non fanno bene a nessuno, perché creano tensioni anche là dove potrebbero non essercene; tra l’altro poi è una posizione conveniente nel senso che cambia a seconda dell’interlocutore, nel senso che in un referendum il voto favorevole di un uomo mica lo butteresti nel cesso, mentre lo faresti volentieri con quello di una donna pro-vita. E allora?











