Parliamo di nuovo di uccisione di figli, stavolta per correggere accuratamente alcune assurdità che stanno circolando grazie a Antonella Penati, sociologa che ha scritto un libro che si chiama Mostri a piede libero e lo ha presentato in Senato. In questo libro lei raccoglie i dati sui figlicidi paterni, sostenendo che siano (tanto per cambiare) un’emergenza e che siano strettamente connessi ai femminicidi.
Ma soprattutto sostenendo numeri di cui non si capisce l’origine: lei afferma che dal 2000 ci siano stati 565 casi italiani e che l’87% sia stato commesso dal padre e il 13% dalla madre.[1]
Questo, appunto, non è un dato ufficiale, bensì una raccolta dell’“Osservatorio sul figlicidio FNC” dell’associazione che lei ha fondato, Federico nel cuore. Inoltre l’associazione definisce figlicidio l’uccisione del figlio dopo il primo anno di vita, escludendo quindi l’infanticidio. Stranamente l’infanticidio è prevalentemente commesso da donne.
Non dati ufficiali dunque; anche perché non abbiamo in Italia una serie statistica unica, continuativa e sufficientemente dettagliata sul figlicidio. Non esiste in verità nemmeno la definizione di figlicidio, che solo è un termine criminologico/statistico per indicare l’uccisione di un figlio da parte di un genitore. Le diverse fonti costruiscono quindi le proprie serie con criteri non perfettamente coincidenti: è chiaro che i dati non possono essere solidi.
Nel 2020 il Ministero dell’Interno ha fornito un’elaborazione decennale (2010–2019) sugli omicidi di figli minorenni, acquisita dalla Commissione parlamentare per l’infanzia, ma non lo fa sistematicamente; e in quell’occasione il Gruppo di lavoro dell’Ordine degli psicologi segnalava la “oggettiva difficoltà di reperire dati completi ed aggiornati” e l’assenza di un osservatorio stabile sul fenomeno. La Commissione aggiungeva inoltre che i dati EURES non coincidevano con quelli del Ministero dell’Interno; EURES costruisce una propria serie sul figlicidio, ricavata secondo criteri propri e comprendente anche figli maggiorenni.
Poi possiamo avvalerci di studi accademici, per lo più esteri, che utilizzano campioni giudiziari, forensi, psichiatrici o registri nazionali, spesso relativi a periodi e popolazioni differenti. Questo è attualmente il quadro. Quindi quando qualcuno dice semplicemente “in Italia ci sono X figlicidi e Y% sono commessi dai padri”, la prima domanda dovrebbe essere:
X casi di quale popolazione, individuati con quale definizione, in quale periodo e attraverso quale fonte?
Come al solito, queste passano per pignolerie quando sono il cuore della questione.
Il documento del Ministero del 2020, che considera gli omicidi volontari convittime figli minori di 18 anni, riporta 217 omicidi di figli complessivi di cui 142 vittime minorenni uccise da un genitore nel decennio 2010–2019; 74 padri autori e 75 madri. In 7 casi entrambi i genitori risultavano responsabili. La Commissione riporta quindi le percentuali 50,34% madri e 49,66% padri.[2]
EURES lavora per serie, nel periodo 2000-2017 censisce 447 figlicidi e rileva una prevalenza materna tra gli autori: circa sei casi su dieci sono commessi dalle madri (ma non dice il numero preciso).I figli maschi risultano inoltre le vittime prevalenti sia quando l’autore è la madre sia quando è il padre (ma sappiamo che se le vittime sono di sesso maschile nessuno si dà pena di studiare il fenomeno).Nel periodo 2000–2014, invece, il rapporto EURES riportava una prevalenza dei padri: 61,5% contro il 38,5% delle madri. Nel 2018, invece, risultano 31 figlicidi censiti da EURES, 20 commessi dai padri (64,5%) e 11 dalle madri (35,5%). La distribuzione varia inoltre fortemente con l’età: tutti e quattro i figli sotto l’anno furono uccisi dalla madre, mentre tra gli over 13 i padri furono responsabili di 13 casi su 16.[3]
Infatti il genere dell’assassino è correlato all’età del minore: le donne sono le principali responsabili di omicidi di bambini da 0-4 anni mentre i padri negli anni di vita successivi
Il dato ministeriale disponibile per i figli minorenni nel periodo 2010–2019 non conferma una netta prevalenza paterna, mentre altre rilevazioni producono risultati differenti; pertanto la prevalenza complessiva dipende dalla popolazione e dalla definizione utilizzata. Si capisce quindi che fare delle affermazioni perentorie come quelle di Penati è poco serio.
In ogni caso basandoci su quello che abbiamo:
Ministero: 49,66% padri;
EURES 2000–2014: 61,5% padri;
EURES 2010–2021: 64,2% padri;
EURES 2017–2022: 67,2% padri.
Poi arriva Penati che tira fuori l’87%.
Come al solito quindi si parte da dati o falsati o incerti, il che vuol dire che si parte dal niente.
Una prevalenza di autori maschi non sorprende, dato che in tutti i crimini violenti i maschi sono la maggioranza. Quello che è interessante rilevare è invece se c’è differenza quando è una madre o quando è un padre a uccidere il figlio, perché è nel primo caso che si invocano i problemi di salute mentale, segnatamente la depressione post partum. Nel caso dei padri invece se ne parla come se uccidessero perché a un certo punto razionalmente hanno deciso che gli piaceva così.
Ma qui incontriamo il primo problema: la letteratura scientifica sul figlicidio si è concentrata storicamente soprattutto sul figlicidio materno, mentre il figlicidio paterno è stato studiato molto meno. Quindi abbiamo taaaanti dati sullo stato di salute delle madri e meno su quello dei padri. Un po’ come quando parliamo di omicidio del partner o ex. Questa lacuna è rilevata da diversi studi e review. Quindi non è possibile fare dei confronti certi se vogliamo addentrarci nelle cause e radici, come fa Penati, che dice che il figlicidio è violenza di genere perché gli uomini uccidono per vendicarsi della moglie. E come fa a dirlo? Con dati molto sbriciolati a supporto, ovviamente. Vediamo il quadro.
Lo studio epidemiologico più solido è quello di Flynn, Shaw e Abel (2013), che analizza tutti i casi di figlicidio e figlicidio-suicidio in Inghilterra e Galles nel 1997–2006. Su 297 autori, il 37% risultava affetto da una malattia mentale al momento del delitto; gli autori concludono esplicitamente che nella maggioranza dei figlicidi la malattia mentale non era presente. Nello stesso studio, le madri avevano una storia di disturbo mentale nel 66% dei casi, contro il 27% dei padri; però per i padri si diceva che avessero per lo più una storia di abuso di sostanze, violenza o disturbo affettivo. Come abbiamo già osservato per l’omicidio di partner ed ex, si tende a non considerare le storie familiari e di vita degli uomini per liquidarli come “sani”, in contrapposizione alle donne, che se uccidono è per forza perché stanno male.
Kauppi et al. (2010) analizzarono 200 figlicidi avvenuti in Finlandia nell’arco di 25 anni. Nel sottocampione di 65 casi studiati più approfonditamente, psicosi o depressione psicotica erano state diagnosticate nel 51% delle madri, mentre tra i padri emergevano soprattutto disturbi di personalità (67%) e abuso di alcol (45%).
La review di West, Friedman e Resnick (2009) sulla letteratura relativa ai figlicidi paterni individua tra le motivazioni sia l’abuso e la violenza sia malattia mentale, compresi psicosi e depressione, oltre alla vendetta nei confronti della partner. Gli autori sottolineano quindi che il figlicidio paterno non costituisce una categoria riconducibile a un’unica dinamica.
Liem e Koenraadt (2008), confrontando 79 uomini e 82 donne coinvolti in omicidi o tentati omicidi dei figli nei Paesi Bassi, trovano una forte componente psichiatrica in entrambi i sessi: oltre un terzo degli uomini e più della metà delle donne risultava affetto da malattia mentale al momento del fatto. Lo studio trovava inoltre che il 25% dei padri aveva agito in reazione a una separazione o a un divorzio minacciato.
Ed è a questo che si attacca Penati: il figlicidio paterno è una succursale del femminicidio, perché viene commesso per vendetta nei confronti della madre in fase di separazione.
MA: malattia mentale e “vendetta” non sono categorie alternative.
Lo studio internazionale di Myers et al. (2021) su 62 casi di revenge filicide definisce questa categoria come l’uccisione del figlio allo scopo di provocare sofferenza emotiva all’altro genitore. Non significa quindi automaticamente “autore sano di mente che uccide per vendetta”. La categoria può sovrapporsi a quella psichiatrica: nello studio una quota consistente degli autori presentava disturbi mentali e di personalità.
Ancora più chiaramente, Özcanlı et al. (2024), studiando 51 autori di 57 vittime in Turchia, hanno classificato come motivazione principale un disturbo mentale nel 26,5%, la gravidanza indesiderata nel 20,4%, la vendetta verso il coniuge nel 18,4%, l’impulsività nel 12,2% e l’abuso intenzionale nel 10,2%. Il 49% degli autori aveva una diagnosi psichiatrica. Tra gli autori maschi, vendetta coniugale e impulsività erano più frequenti; tra quelli con disturbi di personalità risultava particolarmente associata la motivazione della vendetta verso il coniuge. Quindi “ha ucciso per vendetta” e “aveva una patologia psichiatrica” possono essere contemporaneamente vere; anzi, è ovvio che la seconda sia una delle cause della prima.
Come possiamo riassumere, quindi? Sappiamo che entro il quarto anno di vita sono le madri a uccidere più dei padri, mentre dopo si ribalta la situazione. I dati sulle percentuali sono però molto diversi a seconda di chi li raccoglie, e non ci sono studi certi sullo stato di salute degli assassini – maschi e femmine – al momento dell’atto. La componente vendicativa si rileva più spesso negli uomini, ma altrettanto spesso è accompagnata da disturbi mentali o storie di violenza e dipendenza, tanto quanto l’infanticidio commesso dalla madre è spesso frutto di depressione.
Allora perché tirar fuori un 87%, tralasciare completamente la componente materna, inventarsi la diretta correlazione col femminicidio, e dichiarare che è pieno di “mostri a piede libero”, padri pronti ad ammazzare i figli solo per fare un dispetto alla moglie?
La risposta ormai la conosciamo.
[1] https://www.federiconelcuore.com/
[2] https://www.parlamento.it/show-doc?id=1180446&leg=18&part=doc_dc-allegato_a&parthttp=doc_dc-sedetit_scplgndddieda&tipodoc=SommComm&
[3] https://www.eures.it/gli-ultimi-dati-eures-sul-figlicidio/
https://www.eures.it/sintesi-rapporto-eures-omicidio-in-famiglia
Riferimenti
Flynn, S. M., Shaw, J. J., & Abel, K. M. (2013). Filicide: Mental Illness in Those Who Kill Their Children. PLOS ONE, 8(4).
Kauppi, A., Kumpulainen, K., Karkola, K., Vanamo, T., & Merikanto, J. (2010). Maternal and paternal filicides: A retrospective review of filicides in Finland. Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law, 38(2), 229–238.
Liem, M., & Koenraadt, F. (2008). Filicide: A comparative study of maternal versus paternal child homicide. Criminal Behaviour and Mental Health, 18(3), 166–176.
West, S. G., Friedman, S. H., & Resnick, P. J. (2009). Fathers Who Kill Their Children: An Analysis of the Literature. Journal of Forensic Sciences, 54(2), 463–468.
McKee, G. R., & Bramante, A. (2010). Maternal Filicide and Mental Illness in Italy: A Comparative Study. Journal of Psychiatry & Law, 38(3), 271–282.
Myers, W. C., et al. (2021). Revenge filicide: An international perspective through 62 cases. Behavioral Sciences & the Law, 39(2), 205–215.
Özcanlı, E., et al. (2024). Patterns in paternal and maternal filicide: A comparative analysis of filicide cases in Turkey. Journal of Forensic Sciences.
Hatters Friedman, S., Friedman, J. B., & Sorrentino, R. M. (2026). Child Homicide, Child Maltreatment, and Maternal Mental Illness: A Review. FOCUS, 24(1), 45–52.









