Ogni tanto il dibattito sul linguaggio inclusivo torna a farci visita; non perché nel frattempo siano emersi nuovi problemi particolarmente urgenti da affrontare, ma più probabilmente perché erano finite le cose su cui polemizzare.
Questa volta il motivo è il DDL 1752, di iniziativa di Valeria Valente e altre senatrici, intitolato «Disposizioni in materia di linguaggio non discriminatorio in ambito giuridico-amministrativo». L’obiettivo dichiarato è intervenire sul linguaggio utilizzato nelle leggi, nei provvedimenti e nella modulistica per renderlo più inclusivo e rappresentativo delle donne.
Nulla di nuovo, tanto che ci chiediamo per quale motivo ancora non la si pianti con questa tiritera. Trovo però importante commentarlo, perché non solo le proposte sono inutili (com’era ovvio), ma in diversi casi sembrano partire da una conoscenza piuttosto approssimativa di come funziona la lingua italiana.
La premessa del DDL è, grosso modo, quella che ormai conosciamo: il linguaggio comune e quello tecnico continuerebbero a non rappresentare adeguatamente le donne e questo impedirebbe, o comunque ostacolerebbe, la piena realizzazione del principio di uguaglianza. Non dimostrato, ma il peggio è lo sviluppo successivo: dal fatto che in un testo giuridico compaia una forma maschile si arriva a dedurre che le donne siano, in qualche modo, meno rappresentate come cittadine. Addirittura si parla di “piena cittadinanza” che ancora non viene riconosciuta alle donne a causa di questo linguaggio sessista.
Che il linguaggio plasmi la realtà è una delle leggende metropolitane più dure a morire di questo secolo, e ormai mi sono rassegnata. Ma qui proprio si fa finta che la Costituzione, il codice penale o un modulo amministrativo siano strumenti attraverso cui lo Stato decide chi ha dei diritti sulla base del genere grammaticale utilizzato. La Costituzione è scritta in italiano, lingua che in teoria fino a poco tempo fa bene o male conoscevamo, e nessuno, leggendo «i cittadini», ha mai pensato che le disposizioni costituzionali fossero applicabili soltanto agli uomini.
Ma evidentemente il problema è più grave di quanto pensassimo: se sul documento d’identità c’è scritto «nato il» invece di «nata il», il nostro utero entra in crisi istituzionale. Non è uno scherzo: uno degli esempi utilizzati per dimostrare quanto il linguaggio giuridico-amministrativo sia discriminatorio riguarda proprio i documenti di identità, nei quali una donna è invitata a indicare la propria data di nascita sotto la dicitura «nato il» e a firmare come «il titolare».
Si parla di essere “costrette” a farlo, come se fosse una violenza, e si sostiene che in questo modo la donna venga cancellata, marginalizzata o privata della propria piena cittadinanza. Quando compiliamo un modulo, stiamo compilando un modulo. Non siamo davanti a un rituale patriarcale nel quale lo Stato ci comunica, attraverso la morfologia dell’aggettivo, che la nostra esistenza femminile non è stata riconosciuta. Qual è mai la donna che all’anagrafe si prende male perché non c’è scritto LA titolare? Solo una con lo stesso tempo libero della Valente, credo.
La quale infatti ritiene di dover anche intervenire sulle parole di derivazione latina, senza disturbarsi a consultare il dizionario (né latino, né neanche italiano): salta fuori che è sessista anche la parola «omicidio». Dato che deriva dal latino homo + caedere, uccidere un uomo, la senatrice ha intuito che si riferisca proprio all’uccisione di un uomo maschio. Peccato che in latino homo non sia il maschio, ma l’essere umano, e tale è il significato anche nella parola italiana. Invece no! È sessista; da qui la necessità di sostituirlo con «assassinio». Svolte vere nella vita delle donne.
Va da sé che il maschile generico, quello che continuiamo tuttora a usare perché non è vero che è sessista e comunque non frega niente a nessuno, va abolito: «un minore» diventa «una persona minore», «il colpevole» diventa «la persona che è colpevole», «il cittadino italiano o lo straniero residente in Italia» diventa «il cittadino o la cittadina italiani, lo straniero o la straniera residenti in Italia». Evidentemente una delle grandi emergenze del nostro tempo è assicurarsi che ogni volta che compare un sostantivo al maschile ci sia qualcuno pronto a raddoppiarlo.
Il risultato, però, è esattamente l’opposto di quello che dovrebbe essere un obiettivo sensato per il linguaggio amministrativo: i testi diventano più lunghi, più macchinosi e meno immediatamente comprensibili. Questo è particolarmente curioso perché da decenni, in ambito linguistico, si parla della necessità di semplificare il linguaggio burocratico. L’obiettivo dovrebbe essere permettere a chiunque di capire un testo amministrativo evitandone le inutili complicazioni: se posso scrivere «il conducente», perché dovrei scrivere «la persona che conduce»? Cambia davvero qualcosa nella percezione di chi legge? E dove sono le benedette fonti scientifiche di questa sconvolgente verità?
Il DDL mette in discussione perfino l’espressione «violenza di genere», sostenendo che la sua apparente neutralità finirebbe per oscurare la responsabilità maschile nella violenza contro le donne; quindi dovremmo parlare di «violenza maschile contro le donne». Non c’è niente di neutro se con violenza di genere si intende sempre, solo ed esclusivamente la violenza sulle donne e non viene neanche concepita l’idea che un uomo possa essere vittima; cambiare la dicitura serve solo a scrivere nel Codice che gli uomini sono più cattivi. Come se non bastasse il reato di femminicidio.
In tutto questo, oltre alle colossali bufale, c’è il leggero quesito sul concreto effetto di queste cose sulla vita reale delle donne, cosa che dovrebbe interessare una femminista, molto più della sottoscritta, ma tanto questa è l’epoca delle lotte simboliche, quelle che svoltano la Storia.








