In illo tempore – Nove canti, e altre poesie di Marcello Lippi

Aprile 11, 2021
Redazione Cultura
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PREMESSA

Qualche mese fa, un amico professore universitario mi ha passato in modo confidenziale un libretto d’un poeta italiano, del quale in realtà già avevo letto varie cose, sempre grazie al mio amico, come autore di teatro e romanziere. Il titolo era accattivante: “Nelle segrete di Camelot” e il contenuto mi sorprese molto; era una meditazione sul tempo della pandemia dalla quale emergeva una positività disarmante; dalla prigione del lockdown pandemico nascevano incantesimi meravigliosi come a Camelot, un mondo dove magia e cruda realtà convivevano con assoluta naturalezza. Qualcosa mi ha spinto a cercarlo.

L’ho finalmente incontrato pochi giorni fa’ durante un mio viaggio di lavoro in Italia per la traduzione di un mio libro , e devo dire che quel presentimento era fondatissimo. Ho avuto infatti la fortuna di poter conoscere (ovviamente online per i problemi della pandemia) una persona della quale condivido molto a livello di ideali e d’esperienze. Ero partito per fare tante domande e invece sono stato io sommerso di domande curiose: gli interessavo, ma credo che ogni uomo sulla terra gli interessi perché, prima ancora che io mi presentassi, la sua disponibilità era palpabile come la sua giocosa curiosità. Mi disse subito che gli assomigliavo molto, che solo l’età ci distanziava, ma che si ritrovava nel mio porre le domande, nella mia curiosità, perfino nel mio “sguardo sulle cose”. Ebbi l’impressione di trovarmi davanti ad una persona felice, con delle certezze artistiche ed umane che non posso che invidiare, con uno stupore da bambino di fronte a quella che chiama “La meraviglia della vita”, verso la quale pure confessa di sentirsi allo stesso tempo innamorato e distaccato come se “la sua casa non fosse definitiva”; un uomo di passaggio, ovunque, tra chiunque. Mi ha fatto confessare che anch’io scrivo e poi, nel corso della conversazione, ho cominciato a scoprire lentamente il Marcello Lippi uomo, perché il poeta, invece, è rimasto stranamente e gelosamente nascosto. Ignoro il perché di tanta ritrosia a raccontarsi, come se non fosse importante, come se fossero altre le cose centrali nella sua esistenza. Ho scoperto quasi per caso la sua trentacinquennale carriera di cantante lirico, le sue regie importanti, la sua direzione di teatri d’opera e festival, ma mi sono dovuto documentare online per ricostruire il non detto, il “non importante” per lui. Nemmeno le sue poesie (11 raccolte) erano importanti nell’intervista: contavo io, voleva sapere di me, perché, pur a distanza, vedeva nei miei occhi una malinconia sottile che lui mi disse di conoscere anche troppo bene. Non mi diede consigli, né soluzioni, ma guardando quegli occhi lontani, capivo più cose di quante ne avrebbe potute dire. In quei momenti ho capito la sua poesia e rileggendola, dopo il nostro incontro, ho scoperto mondi che, prima, concentrato sullo stile e sui versi, avevo ignorato. Ho incontrato una persona diversa ed un poeta vero, perché quello che scrive non è accademico, bensì mosso da una grande umanità alla ricerca di completezza. Non so da cosa derivi questa sua profonda diversità dalle persone di spettacolo finora incontrate ed intervistate e quale sia il segreto della sua profonda serenità, ma lo scoprirò presto.

                                          Christopher J.W. Robson

                                                               (traduzione Marina Cantone)

MARCELLO LIPPI POESIE

 1.    TANNHÄUSER                          

da “In Illo Tempore- Nove Canti”  1998

Nel crepuscolo tardivo dell’ultima estate

t’accolgo e comprendo d’umana, lieve, dolcezza,

tu che parli al mio senso malato d’angeliche

porte socchiuse, di templi lontani e di fate.

Il pensiero ti sfiora e ti ripercorre in gioco,

mai pago di seguirti o stanco di precederti.

Amo il tuo sguardo che annulla le distanze e il tempo,

amo la tua  tristezza, il tuo entusiasmo, il fuoco.

Fa freddo per le strade della grande Berlino,

un freddo che consuma, annienta, inebetisce,

ed io cammino, solo con il mio infame passato,

sotto i tigli anneriti, come un vecchio bambino.

Fantasmi senza pace, perché ancor m’illudete

d’amore tra suoni d’arpe celtiche e di liuti?

Venga la nebbia madre ad offuscare il rimorso,

venga l’oblio perenne; mai riattraversi il Lete!

Tutto è finito per chi ha molto amato e perduto,

tutto è storia. Né vale l’illusione, gioventù,

a trascinarti ancora in un patetico bordello,

ora che, troppo tardi, ti ho riconosciuto.

Quanta strada per cercarti, dolce sposa mia,

servendo i crociati nel loro santo delirio!

Quanti anni di pellegrinaggio a piedi scalzi,

seguendo un istinto, un profumo, una poesia!

E’ fiorito invano il tronco dell’espiazione:

giunsi a quelle porte così stremato e lacero

che non mi  fu permesso entrare alla tua mensa.

Fu l’ultimo scherno, la più crudele irrisione:

vederti fulgida, nel mio ultimo mattino,

salire il trono dei soffocati vaticinî

in un tripudio d’ori, suoni e risa infantili,

ed esserne precluso, come un feroce assassino!

Ma se uccisi, fu per passione, per sfida audace:

crocifissi i miei pensieri davanti al tuo altare,

perché te ne vestissi come di una collana,

sgorgata dal ciglio come nettare di pace.

Ed ora giaccio, senza la forza di tornare

al primitivo inganno, davanti alla tua soglia.

Qualcuno ha gettato nel cappello una moneta,

senza uno sguardo, scuotendo il capo nell’andare.

Scende una neve vivida di stelle a coprire

il corpo rigido del vecchio mendicante scalzo:

osò partire un giorno dalla sua casa avita

seguendo un sogno nel suo fuggevole apparire.

Tremo, ma non di freddo, giacché tutto è ormai spento,

tutto è indifferente; sento nascere in me luce,

folle speranza e oblio. Se questa è la morte, sia

come un altro viaggio, un cercarti ancora

 nel vento.

2. IDEALE                                                                          

da “In Illo Tempore”  1998

Non al di fuori del placido scorrere

d’irripetibili istanti di gioia;

non tra i fulmini d’eventi luttuosi,

lampi fugaci in un lago di noia;

io ti cerco là dove in fulgidi raggi

gli occhi innocenti accecano il sole,

dove il tuo canto nel vespero suole

vivido immergersi e poi trascorrere.

Io ti respiro, selvaggia e impudente,

quando al tramonto t’avvolge il silenzio.

Guardo il tuo seno, fremente al mio tatto,

farsi impudico; cospargo d’assenzio

le turgide cime; bevo distratto

dell’innocenza svanita e lontana;

come fiera m’occulto nella tana,

libero e folle d’istinto veemente.

Scorron le dita la morbida strada,

accoppiano labbra, poi terre e fiumi.

Piccolo cosmo, vorace afflizione!

Non la tua acqua che evapora in fumi,

sgorga, vergine, da nuova creazione;

non il tuo corpo, materia sublime,

s’apre ad incerti connubi. T’incieli

e affondi in abissi d’angoscia. Ti sveli

e, lenta, la barca ora scivola in rada.

   1996

3. PRIMA STAZIONE                                                     

da “Edàkruse”  2010

Metamorfosi,

o ripetizione inesorabile

d’uno stesso sacrificio,

fino a che la diversità

si faccia peculiare,

con l’orgoglio d’un crociato

smarritosi alla prima avventura.

Cosa vale, di questo turbinio

veloce con cui sporco i fogli?

Cosa  assurge ad essenziale?

Forse un giorno ti troverò

accanto nella mia cella umida

e fredda; ti troverò su di me,

nella mia stessa branda,

divenuta baldacchino e alcova,

e quella rabbia feroce, al cospetto dell’amore,

diventerà uragano: la sua voce,

ora quasi spenta, canterà.

E lo farà finché nessuna bocca chieda

più il pane ai torvi ladri

stesi sulle tolde assolate

nelle pigre ore dell’oblio

a Portofino, a Capri o chissà dove:

il luogo non definisce ciò che un atto

mancato, uno sguardo distolto,

aggiunge alle pene dei crocifissi!

Passa il dolore, inchinatevi!

 Genève,  1/9/99

4.  SENSIM SINE SENSU       

da   “Come un lungo viaggio”   1998

Quale suono o colore ti racconta

nel dolce moto del mare? T’ascolto

e ti contemplo, pervadente i secoli,

eternamente bella! Sei tu il segno

che deve venire?  Sei tu la stella

d’epifanici eventi, tripudiata

da infantili sorgenti in ogni dove,

con moto di zoccoli in lontananza,

spersi, come sperde la mia memoria

i tuoi contorni e s’avvilisce? Fèrmati!

Odo la voce della tua natura

riecheggiarsi sugli impervi sentieri,

forzando l’acque pluvie ai ritrascorsi

passi, mentre , sopraffatte, levano

l’orecchie le giumente e gli agnellini

sgravano le madri, così incoscienti

al tuo richiamo che avvolge l’erba ai piedi

e la disgela. Tremano i rami spogli

al tuo sospiro lento e rassicurante,

indifferenti al folle trascorrere

dei frettolosi conducenti, a gara,

verso le fredde case e i tristi sogni,

che da schermi uniformano i pensieri.

Pochi levano il capo a questo suono,

ed una lacrima ne solca le gote

riarse dal troppo sole, aduse

al silenzio delle lunghe e nobili

veglie, negli ovili o nelle fabbriche,

nei tuguri o nei palazzi, segnàti

dal tuo abbraccio sulle fronti e sulle mani

da stigmate infuocate, perché  veda

chi nei tuoi occhi si rispecchia e frange

e s’effonda per  le strade l’armonico

transumare della fertile Madre.

Fèrmati ! Ora che di te sono colmo,

di te che m’hai pervaso a mia insaputa,

amando quando non c’era un oggetto

che alla tua tenerezza rispondesse,

come l’acqua del mare ama lo scoglio

e lo sommerge col suo possente amplesso,

ora che m’hai ridesto e trasformato

in docile argilla per sapienti mani,

ferma il tuo passo alla mia porta e dormi:

domani all’alba partiremo insieme

e sarà lunga la strada verso il sole.

 Barcelona     1998

5. Per i tuoi occhi                                           

da “Edàkruse- Il povero tesoro del mercante” 2010

Per i tuoi occhi, stasera per un attimo fissi sui miei,

per quella certezza che mi dà il non sapere chi sei,

canto note confuse, balbettanti, innamorate

più del mistero che di te, più del velo che del racconto.

Se ti parlo è perché il cuore scoppia

quando il silenzio t’avvolge come una cascata

e il tacere è vile omissione nell’incompiuta sinfonia.

Lasciarsi andare non è facile, come seguire mani robuste

che t’accompagnano dove  non vorresti andare:

e io ti scordo, mentre ti penso e ti rimpiango,

e riempio di getto il foglio senza riascoltarmi.

A te che sei la tredicesima nota, la più inattesa,

volgo d’un tratto il mio pensiero come sorpreso da un lampo

che non si dà né si conosce, ma pur esiste, forte di una bellezza

che al vento insegna danze nuove e nuove aurore.

Rovigo, 18-11-2009

6. Chino su di te                                                             

da “Edàkruse- Il povero tesoro del mercante” 2010

Come ogni sera,

bacio le tue mani

che sanno di mare

e di mille carezze.

Immergo la fronte

nel loro cavo profondo,

le giungo, le stringo,

ne assaporo il calore.

E penso a quel lampo

che squarcia il mio cielo,

che ingiorna la notte

e ne ridesta i fantasmi.

Quanto è diversa la voce

che mi raggiunge e soccorre,

da lontano, da vicino,

dal mio stesso cercarti!

Le ore trascorrono

veloci o lente, purché trascorrano,

ed imbianco l’ insperata gioventù

con ritocchi sapienti, con sapori nuovi;

attendo, certo, ma non con ansia,

lo svelarsi del tuo viso, del tuo tempo.

Chino tra le tue mani

nascondo lacrime di rugiada.

 Genève    23/9/99

7. GIOCO D’ACQUA                                                      

da “L’ultimo viaggio di un pastore errante”  1996

Come una cascata precipito su te:

t’inondo e sommergo, ti possiedo e bevo;

cerco il segno del mio sacro appartenerti

nella fragile coscienza che tu sei in me.

Tu sei quest’acqua e la roccia che è bagnata,

sei il volo libero e la mia caduta.

Lasciati guardare, mentre, accarezzata

dalla brezza marina, mi rubi il sole

e t’inebri di gloriosa materialità.

Solo un velo cinge il tuo fianco perfetto,

la morbida rotondità della vita,

ed il vento gioca a scoprirti laddove cade

l’altrui sguardo, gioiosamente impudico.

Soave finzione quel tuo non cogliere

gli sguardi amanti!  Irrori l’arsa terra

col caldo umore e la consacri fertile

di nuova materna unione. Breve sogno,

incontro, possibilità! Ricerco ancora,

nei foschi meandri del ricordo, i passi

che mi condussero ai tuoi piedi giovani

d’estate e mi perdo in rivoli infiniti,

tutti protesi, come mani di bimbo,

verso il nativo abbraccio del grande mare.

1996

8. Graciela                                                        

da “In Illo Tempore” 1998

Fin qui ho camminato per le tue mani

di petali ed acqua di fonte, per la tua chioma

di foresta inesplorata, fresca di rugiada

nel mattino del mondo, e qui giaccio

arso e morente, davanti a quel che è per essere

ed alla sua verginità. Fatto per l’inquietudine,

se pur m’appago è per un attimo racchiuso

in una stilla tremula che la fragile foglia piange

per nostalgia. E tutto è creazione, tutto idea.

Fuoco a fuoco che avidamente s’implora nella sera,

ed è vuoto di misericordia il chiudere le palme tese;

tutto si racconta e rimanda la mia furia più in là,

dove il lampo dei tuoi occhi mi conduce.

Mi nutro di te e del tuo volo, della tua bocca

schiusa ai baci, che guardo, e non mi stanco,

mentre si fa fonte di giovanile purità, nel tempo

che, grato d’essere, s’incendia ed esala lieto

al suo potente estuario nell’infinito perdono.

Tutto converge a te e tutto da te diparte

verso nuove scoperte, nuove morti, nuovi soli,

uniti in quell’abbraccio che non ha pace, ma si tende

come è tesa la guglia della cattedrale nella placida notte.

Senza posa, perché preme il passato, come nuvole

che credono arrivare in uno spazio certo,

vaghiamo felici in orizzonti tersi, ma è al di là

la soglia e tutto ci invita al viaggio con armonie d’oriente.

Volgi i tuoi occhi di brace e danza per me,

finché il presente vive, consumandoci l’un l’altra,

ritrasformando l’ore in ciò che è già stato e più non pare

ai dimentichi viandanti, ebbri di futuro. Il domani

non verrà a disturbarci, sconosciuto, mentre al fiume

impetuoso laverai le belle membra nude, calde

di un’estate atavica e tardiva, d’una passione antica

che l’eco rimanda, incredula, al tramonto.

                                             Genève  27-3-98

9. Charlotte, nel suo libero incedere                                    

da “In Illo Tempore” 1998

Chi ha ragione e chi torto,

se una comune positura

induce a differente opzione

menti raccolte nello stesso sforzo,

tese all’essere con potente slancio,

eppure antitetiche, nemiche, aliene

fin nel porsi in fronte all’energia che cade

e non risale, perché essa sola è data

e non esige mercede, né conoscenza?

Dove la libertà s’incarna e si fa storia

non v’è spazio per censure e parzialità,

non tra queste mura ove il tuo canto suona

meno dolente, perché amato,

tra l’indifferenza animale dell’artista

e del poeta, che appena levano uno sguardo

penoso e stanco sul tuo rapido passare.

In quell’azzurro, e non altrove,

perché si negherebbe ciò che il senso

evidenzia e la ragione coltiva,

vedo la scia possente del volo

d’un Icaro immateriale e sacro.

E’ il tempo in cui s’affretta

l’avvento, perché l’amore lo esige,

e s’evade la necessità d’un sito

cui rimandare curiose vanità,

perché vi si perdano e scompaiano.

Se nel mio sguardo potessi cogliere

non la desolata debolezza del tuo Werther,

ebbro dell’illusione d’un eroismo

capace di mutar nel bene il male,

ma il coraggio di chi chiama le cose

con un nome che le definisca

contro ogni dubbio, ameresti

in me non la fierezza della razza

che impavida continua oltre la morte

il suo cammino, ma la mia povertà,

la mia mano tesa in una carezza,

forse l’ultima, a ciò che siamo stati,

in un tempo irrevocabile e miracoloso.

 Genève 7-5-98                                                                   

   

10. FATA BOSCHIVA                      

da “Come un lungo viaggio”  1998

Hai sentito talvolta il mio pensiero

salire ad uno ad uno quei gradini,

come salendo ad un tempio

nascosto in vergine vegetazione,

come salendo al sole, incurante

del vento caldo che sferzava

i passi incerti, ciò che di me era più mio?

Là ti sfiorò il mio sguardo

sognante, tra le velate immensità

lontane, occhi giovani e profondi,

succo d’uva acerba, ai tuoi piedi

insanguinati e stanchi, sacrificàle.

Assaporai fremente la tua tenerezza

come d’alcova negata al tramonto

del senso malato, la sentii avvolgersi

come germinata dalla terra. Tu, così viva!

Sfiorai il tuo seno, la bocca

inusitata al verbo, le ciglia folte

chiuse al mio divenire, nell’ora

dolce della vendemmia e del sepolcro.

Luna dolente, del tuo pallore

pascendomi crebbi e mi persi,

navigando senza speranza cieli

sconosciuti e vacui, immondo

alle tue dita sfuggenti,

al tuo ansimare sicuro e futile.

Avvertii il calore del tuo corpo,

nato per l’amore, come muschio

nascondermi a me stesso,

involgere la mia stasi indefinita

e perpetuarla. Uscii furtivamente,

per non destarti, nell’aria fresca

della campagna intorpidita e rorida.

Sentii allora, per la prima volta

forse, il richiamo del tempo

farsi brezza tra i miei capelli,

risucchiando le foglie in piccoli

angoli di domestico raccoglimento,

quasi a sgombrarti, labile pensiero,

la stretta via tra le case addormentate

e quel tepore sconosciuto, quella tenerezza

nello sguardo che possedeva, amando,

le variopinte corolle prospicienti

i cancelli, chine al passaggio,

devote, spargenti lacrime gelide

di notturni amplessi ed effluvi

allusivi al materno sentore.

Il cielo aveva i tuoi occhi,

solcati da ombratili labilità,

ed il vento era il tuo respiro

caldo ed immenso e profumava

d’alghe e di boschive recondità.

Tu sei nata dal mio senso,

dal malinconico e solenne svestirsi

d’ogni partecipazione e razionalità;

sei la mia nostalgia, il mio colore,

la vampa che anima il mio passo

e la tana che m’accoglie,

come una foglia il vento,

come la strada il sole.

 Lewes  1997

      

 

11. Cagliari                                               

da “Edàkruse- Il povero tesoro del mercante” 2010

Ha il vostro volto misericorde

e giovane quella parte di me

ineludibile, profondamente

muta di un silenzio non vuoto,

ma pregno d’incantesimi

gioiosi, di sole, d’aria

compassionevole e grata,

di mura calde tra cui s’incrociano

rivoli fecondi della stessa eternità.

Almeno tu, arresta la mano stanca

tesa al viso del viandante!

Vicoli…vicoli stretti e desolati,

incontri inutili, frammenti…

tutto dimenticai del veliero

indomito che qui mi ha tratto,

salvo il tuo volto rugoso,

gli occhi fissi nei miei,

il tuo vino versato sulla lercia

tovaglia della Taverna dei due Mori

e il tempo che s’incarnava,

t’incalzava alle tempie e ti urgeva

all’azione o all’inazione, comunque

alla vita che non teme…

Il mio sguardo vi sfiora e forse trapassa,

duro come la selce, forte come una scure:

si possiede l’ora, per poterne aver conforto?

Dita nervose cercano tasti introvabili

per raccontarti nella tua folgorante giovinezza ribelle

e già non sei quel che fu detto

solo un istante prima dalle mie labbra aride,

né dai padri languenti attorno ai fuochi

improvvisati d’una sterile campagna

abbandonata…..abbandonata…. ma da chi?

Può l’enigma sfuggire le sue stesse ali?                                                                                                                            

Obliando il sentiero, può un pastore

cieco transumar greggi d’ombra senza attendere

che un canto d’uccelli, che un profumo,

che una voce amica giunga con l’aurora

a ricondurlo al focolare?

Ti attendo e già sei nella mia stessa attesa,

nei miei sensi vigili che ti precedono

e chiamano. Sei. Che io ti canti o no, tu sei.

Ritornerò presto nel mio vagabondare

a queste rive cariche di storia e d’accoglienza

e sarò più giovane: ve lo prometto,

amici miei d’un giorno, compagni d’una vita.

Ogni parola detta nasce per l’iterazione,

e muta di labbro in labbro il suo destino,

ma non il suono che la riempie, che la porge e la fa canto.

Voi siete il mio canto, la mia benedizione.

Verrò alla festa con i miei cento figli,

a spezzare il pane all’Agape fraterna,

qui ai piedi del sacro monte, dove,

al fioco lume di un’errabonda stella, 

raccontano le nostre voci, unite in coro,

una storia antica

quanto la vita stessa.

Cagliari 4-3-2000

12. Camminando sulle stelle                        

da “Eutiner Symphonie” 2010

Non c’è distanza che contenga il mio pensiero.

Volando, precipitando, camminando sulle stelle

ti cerco,  raggiungo,  respiro e possiedo,

con le mani intente a plasmare avventure nuove,

sfidando il tempo e le ferite chiuse.

E’ azzurro il cuore mentre ti stringo, candida, al petto,

mentre le labbra cercano l’umore materno 

e l’illusione,  non paga, s’incarna a creaturalità diverse,

se non origini, marchiate da un sigillo antico

d’un amante re.

Tutte le acque, le terre e i villaggi, le corde, le strade,

gli slanci trattengono invano l’areteico senso

di ciò che è di per se stesso immenso, e non s’ascolta,

tra queste gore, al fresco impensabile della foresta,

che il tuo nome riecheggiare nelle menti.

Labbra innocenti innate al fuoco del tempo,

vi cerco e riassaporo, forte d’una memoria ch’è segno,

finalmente, e non ricordo;  vi perdo e ricongiungo

al di là del giorno, là dove s’ immerge, lieve, il tuo corpo,

nell’acqua sicura del mio grande amore.

Eutin, 29-6-10

     

13. PLYMOUTH                               

da “Come un lungo viaggio” 1998

Qui, nella roccia, ove s’apre,

memore di tepide faci

e di violente ustioni, rappreso

dal tempo e marchiato di nera

fuliggine, il fulcro atavico del focolare

e, timida, una nicchia ne riprende

concavità inesplorate ed accoglienti,

aduse alla nudità come al perdono,

l’istante par fermarsi compiaciuto

ad usitare ricordi teneri

da recondità polverose; grato,

ritrascorre alla vergine novità

come chiamato, forse da te stessa,

a risignificarsi. Vivente! S’accostano

i filari di porcellana in ordinata

schiera immota, mentre affondo

il tuo nome di mia mano nella brace

crepitante e disillusa. Al centro

di questo afflato che il cosmo

abbraccia nel desiderio, nell’impronta

del tuo piede assente tutto è voce,

tutto è silenzio, che l’ombra avvolge

ed ama nel sonno gracile dei monaci

e dei fuggenti, tesa al nuovo giorno

come alla morte il mio cammino,

tesa al tuo sorriso come la lacrima

al ciglio. Dovunque tu sia, sola

o fra più calde braccia, dovunque scorra

il flusso dell’impareggiabile tenerezza

misericordiosa, so d’essere nato

per quell’istante sconosciuto in cui t’incontrerò

come non t’avessi mai amata,

immerso in te, nel tuo ventre di torrida

estate, di grano maturo e miele;

immerso, ma non perso, laddove

il mio nome riprenda il suono

timidamente sorgivo sulle tue labbra

e l’assedio impetuoso delle nubi

si squarci come il velo che ti copriva.

Esule! Per quanto ancora legato

ad epocali o connaturati vizi,

incompiuto e stanco, quasi sognante,

desiderando invano un risveglio al tuo fianco?

Scorrono i volti, le ansie, i pensieri,

come singole note di sinfonie sconosciute,

ognuna potente e necessaria, ognuna

piccola ed insignificante, nel vasto perdersi

al nativo orizzonte evanescente.

In arditi accordi, in clasters furiosi

mi risollevo a tratti come lupo

alla tormenta e levo il canto

inudibile delle selve martoriate

e delle vittime innocenti, mentre guardo

commosso l’ignaro pascolare transumante

dei simboli pietosi, sotto un cielo

scuro, cui s’implora senza requie.

                                                   Plymouth     1997

14. Il nero che colsi nel tempo che sai         

da “Nelle segrete di Camelot” 2020

Il nero che colsi nel tempo che sai,

  A manate, a bracciate, riempiendo il grembiale,

Spighe di perduta confusa sconfitta, dove non giungi, eppure sei.

Non lasciai il minuscolo sentiero tra gli olivi, quelle rocce aguzze

  Che tormentavano i piedi e la mia voglia.

    Correvano gli occhi e ciò bastava al vento,

Per condur lontano le mie flebili parole.

Occhi nella notte, pur intuitivamente avvertiti

  D’una Presenza insopprimibile. Colori nel buio:

Segni del tramonto o presagi d’ infinito?

Nero, quello del tradimento e del disinganno, del fallimento irredimibile,

  Fra le fessure trapela il corpo di lady Godiva,

  E il riso del bambino che ne squarcia la bellezza.

Non si ode più tra gli stagni e le fangaie l’eco lontana del galoppo,

 Tutto è sospeso

per un misericorde battesimo del nuovo giorno.

Lucca, 15/04/2020

15. Come dal tuo sorriso           

da “Nelle segrete di Camelot” 2020

Come dal tuo sorriso trae luce il colore dei miei occhi,

Mentre ti lasci dolcemente cullare dal tenero vento d’oriente!

Come allo scorrere rapido dell’amore tra le nostre dita,

Profumo di pane, di fragole appena colte, s’ingioiella

L’armonia d’un duetto senza testo!

Ora felice, che i tuoi piedi scandiscono scorrendo rapidi

E silenti, muovendosi nello spazio come padroni del mio tempo.

Ora amica, amante, ardente e grata! Tu che mi ridesti,

Io che ti ricreo, in un unico amplesso senza confini.

Terra generosa di primavera, orgoglio della natura,

Nella tua chioma bruna ritrovo accordi d’armonie lontane.

Pacificato, corro accanto al generante fulcro, per un’azione,

Una sola, che possa durare per l’eternità.

Lucca, 26 aprile 2020

Al cielo terso dopo il temporale       

da “ In questa illogica meravigliosa  sospensione” 2020

Al cielo terso dopo il temporale,

Levo le mani callose del falegname,

Attento a cogliere ogni lieve stormire delle fronde

Nel nuovo capitolo di questa giornata.

Mi pervade una libertà fisica e spirituale,

Un anelito, un desiderio incolmabile e irrinunciabile

Di significato, d’ impronte lasciate sulla terra ancora bagnata

Mentre torno a guardare le mie robuste radici.

Tu, dalla finestra, mi guardi e sorridi; posso sentirlo quel sorriso

Anche senza voltar l’attenzione; troppo evidente la tua presenza

Nel tempo d’intervallo tra le visitazioni ch’altri chiamano dolori.

Giorno, profumano le rose che piantammo in giardino,

Fiorite in un tempo misericorde e terribilmente vero.

Mi vieni incontro e in quell’abbraccio c’è tutto il colore

Del nostro tempo in comune. Ho vissuto tante vite,

                        Ma tu c’eri sempre.

Lucca 20/05/2020

17  A volte bruci           

da “ In questa illogica meravigliosa sospensione” 2020

A volte bruci quando vieni più vicino, sei fuoco,

Non un tiepido, confortante, asilo di calma e protezione.

La sapienza è il tesoro che si nasconde nella lava

E chi più sa, più comprende e soffre.

Sul filo, senza rete, l’acrobata muove gli incerti passi

Equilibrandosi con un sottile bastone: appartiene alla terra,

Ma non guarda la terra. Altro è ciò che preme.

Saperti così vicino e non poterti vedere, ora che tutto tace!

Tanto forte è la privazione da indurre il tempo della visitazione

Al colore dell’ansietà vorace, fino a toccarti un lembo della veste,

 fino a guardarti in viso.

Il lago è alle spalle, poveri amici dalla pelle indurita dal sole:

Gli uccelli sopra voi ridono della vostra maieutica.

Quanta sapienza è andata perduta? Cosa cerchiamo?

Chi cerchiamo, con tanta confusa partecipazione?

Sotto un platano riposa il significante, l’onfalo della domanda mai posta

Che ora risuona da parte a parte come un canone a più voci.

Terra, Mare, Vita, Morte, a tutto c’è un tempo, a tutto un fine.

Conta il fuoco che, da dentro, ha cambiato l’istante, e l’ha reso eterno.

Lucca, 3 giugno 2020

18 L’isola dei beati              

da “In questa illogica meravigliosa sospensione” 2020

Chi può capire il vuoto che suscita la tua Presenza,

Il desiderio, il fuoco, finché non possa in te trovar riposo?

Chi può, se non chi è stato sulle rive del lago,

Laddove il guerriero, posto dal mago sulla navicella,

Venne inviato all’Isola dei Beati?

Chi c’era?  Dove sono i volti di coloro che ha amato e scelto?

Dove sono i Cavalieri?

Averti qui è per me un tesoro più grande della stessa mia vita

E se una cosa oso chiederti è perché già me l’hai donata:

Il mio grido ha incontrato la sua eco ed il tuo sguardo

Fulminante e puro.

Chi ti ha incontrato, ha capito il tempo e la storia,

T’ha accompagnato e riso con te dell’albe rovesciate

E dei falsi tramonti. Nulla è che non fosse già prima.

Io conosco questi mondi incantevoli e le grotte di cristallo,

Conosco il destino anche quando si nasconde.

 Non son fuggito, ora, per la prima volta,

Ma hai dovuto chiamare il mio nome, perché la natura fiorisse.

Lucca, 09/06/2020

MARCELLOLIPPI
MARCELLO LIPPI 
Nato a Genova, ha tre lauree: si è infatti diplomato in canto lirico (omologato laurea) presso il conservatorio Paganini e laureato in discipline musicali-indirizzo interpretativo e compositivo presso l’istituto Accademico Braga di Teramo con il massimo dei voti. E’ anche laureato in lettere moderne presso l’Università degli studi di Genova, sempre con il massimo dei voti. Parla cinque lingue.
Baritono. La sua carriera comincia nel 1988 con La notte di un nevrastenico e I due timidi di Nino Rota e subito debutta a Pesaro al Festival Rossini in La gazza ladra e La scala di seta. In seguito canta in Italia nei teatri dell’Opera di Roma (Simon Boccanegra, La vedova allegra, Amica), San Carlo di Napoli (Carmina Burana), Carlo Felice di Genova (Le siège de Corinthe, Lucia di Lammermoor, Bohème, Carmen, Elisir d’amore, Simon Boccanegra, La vida breve, The prodigal son, Die Fledermaus, La fanciulla del west), Fenice di Venezia (I Capuleti e i Montecchi), Massimo di Palermo (Tosca, La vedova allegra, Orphée aux enfers, Cin-ci-là, Barbiere di Siviglia), Massimo Bellini di Catania (Wienerblut, Der Schulmeister, das Land des Lächelns), Maggio Musicale di Firenze (Il finanziere e il ciabattino, Pollicino), Regio di Torino (The consul, Hamlet, Elisir d’amore), Arena di  Verona (La vedova allegra), Verdi di Trieste (I Pagliacci, Der Zigeuner Baron, Die Fledermaus, Al cavallino bianco, La vedova allegra), Lirico di Cagliari (Die Fledermaus- La vida breve), Piacenza (Don Giovanni), Modena (Elisir d’amore), Ravenna (Elisir d’amore), Milano ( Adelaide di Borgogna), Savona (Medea, Il combattimento di Tancredi e Clorinda, Torvaldo e Dorliska), Fano (Madama Butterfly), Bari (Traviata, La Cecchina), Lecce (Werther, Tosca), Rovigo (Werther, Mozart e Salieri, The tell-tale heart, Amica), Pisa (Il barbiere di Siviglia- La vedova allegra), Lucca (Il barbiere di Siviglia) eccetera. All’estero si è esibito alla Monnaye di Bruxelles (La Calisto), Berlin Staatsoper (Madama Butterfly, La Calisto), Staatsoper Wien (La Calisto), Staatsoper Muenchen (Giulio Cesare in Egitto), Liceu di Barcelona (La gazza ladra, La Calisto, Linda di Chamounix), Atene (Il barbiere di Siviglia- Madama Butterfly), Dublin (Nozze di Figaro, Capuleti e Montecchi), Lyon (Nozze di Figaro, Calisto), Paris (Traviata, Nozze di Figaro), Dresden (Il re Teodoro in Venezia, Serse), Nice (Nozze di Figaro, The Tell-tale heart), Ludwigshafen (Il re Teodoro, Serse), Jerez de la Frontera (Nozze di Figaro), Granada (Nozze, Tosca), Montpellier (Calisto, Serse), Alicante (Traviata, Don Giovanni, Rigoletto, Bohème), Tel Aviv (Don Pasquale, Elisir d’amore, Traviata), Genève (Xerses, La purpura de la rosa), Festival Salzburg (La Calisto), Madrid Zarzuela (La purpura de la rosa, don Giovanni), Basel (Maria Stuarda), Toronto (Aida), Tokio (Traviata, Adriana Lecouvreur), Hong Kong (Traviata), Frankfurt (Madama Butterfly), Dubrovnik (Tosca), Cannes (Tosca), Ciudad de Mexico (La purpura de la rosa), Palma de Mallorca (Turandot e Fanciulla del west), Limoges (Tosca), Toulon (Linda di Chamounix), Macao (Turandot) ed altre decine di teatri in differenti nazioni del mondo.
Incisioni discografiche in commercio1989- LIVE from R.O.F. Pesaro ROSSINI La gazza ladra,
1991- LIVE from Teatro La Fenice Venezia BELLINI I Capuleti e i Montecchi, 1992 – LIVE from Teatro Carlo Felice Genova ROSSINI Le siège de Corinthe- orch. T. Carlo Felice, 1994- Studio
MARTIN Y SOLER Il tutore burlato, 1994- LIVE from T.dell’Opera Giocosa Savona PACINI Medea, 1995- Studio CAVALLI La Calisto, 1995- Studio MONTEVERDI   Madrigali guerrieri e amorosi, 1996- Studio VIVALDI Il Teuzzone, 1998 VOYAGE EN ITALIE studio, 1998  2000 YEARS OF MUSIC, 1999- Studio TORREJON Y VELASCO  La purpura de la rosa, 1999 HISTORY OF BAROQUE MUSIC, 2002- LIVE from Teatro Lirico Cagliari DE FALLA-  La vida breve, 2002
LES LUMIERES DU BAROQUE-studio. DVD: 1997 Opera de Lyon MOZART- LE NOZZE DI FIGARO, 2000 HAENDEL XERSES Semperoper Dresden- 2004 COLI THE TELL-TALE HEART teatro Sociale di Rovigo- 2006 CAVALLI  LA CALISTO La Monnaie  Bruxelles- 2009 STRAUSS- DER ZIGEUNER BARON-teatro Verdi Trieste
 Dal 2004 al 2009 ha ricoperto l’incarico di Direttore Artistico e Sovrintendente del Teatro Sociale di Rovigo.
Nel 2010 è stato direttore dell’Italian Opera Festival di Londra.
Dal 2011 al 2016 è stato direttore artistico della Fondazione Teatro Verdi di Pisa.
Dal 2017 al 2019 è stato casting manager per la società di produzione Golden Globe Production nella sede di Praga
Ha insegnato Management del Teatro all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, attualmente insegna la materia nell’ambito del progetto regionale toscano Music Pro, presso il Festival Pucciniano di Torre del Lago Puccini e per la Regione Toscana progetto Dipas.
Dal 2015 firma come regista importanti spettacoli operistici in tutto il mondo: il Trittico di Puccini ad Osaka (Giappone), Don Giovanni a Pafos (Cipro), Jolanta e Aleko a Banska Bistrika, Don Pasquale a Massa Marittima, Cavalleria rusticana, Traviata, Tosca, Rigoletto, Suor Angelica e altre importanti produzioni estere e italiane. Ha firmato la regia anche di opere moderne come Salvo d’Acquisto al Verdi di Pisa e barocche come Il Flaminio con il Maggio Formazione di Firenze e Incoronazione di Poppea di Monteverdi produzione toscana di Opera Network.
Docente di canto lirico in conservatorio a La Spezia, Alessandria, Udine, Ferrara, Rovigo e ora nuovamente a La Spezia.
Ha fatto Master Class in varie parti del mondo, Kiev (accademia Ciaikovski), Shangai, Chengdu, Osaka, San Pietroburgo, San Josè de Costarica, Hohhot ed in moltissime città italiane Modena, Genova, Catania, Torino, Roma, Belluno ecc.
Musicologo, ha pubblicato molti saggi: Alla presenza di quel Santo 2005 quattro edizioni e 2013; Era detto che io dovessi rimanere…  2006; Da Santa a Pina, le grandi donne di Verga   2006 due edizioni; Puccini ha un bel libretto   2005 e 2013, A favore dello scherzo, fate grazia alla ragione 2006 e 2013; La favola della “Cavalleria rusticana” 2005; Un verista poco convinto 2005; Dalla parte di don Pasquale 2005; Ti baciai prima di ucciderti    2006 e 2013;  Del mondo anima e vita è l’amor   2007 e 2014; Vita gaia e terribile   2007; Genio e delitto sono proprio incompatibili?   2006 e 2012; Le ossessioni della Principessa 2008 e 2012; Dal Burlador de Sevilla al dissoluto punito: l’avventura di un immortale 2014; L’uomo di sabbia e il re delle operette    2014; Un grande tema con variazioni: il convitato di pietra 2015; E vo’ gridando pace e vo’ gridando amor 2015; Da Triboulet a Rigoletto 2011 e 2016; Un trittico molto particolare 2016, editi da Teatro Sociale di Rovigo, Teatro Verdi di Padova, Teatro Comunale di Modena, Festival di Bassano del Grappa, Teatro Verdi di Pisa, Teatro Alighieri di Ravenna.
Ha contribuito al volume “Una gigantesca follia” – Sguardi sul don Giovanni per la casa editrice ETS.
Come attore è stato spalla di Oreste Lionello, Vincenzo Salemme, Leo Gullotta, Gianfranco Jannuzzo, Massimo Dapporto, Gennaro Cannavacciuolo, Elio Pandolfi, Chiara Noschese in produzioni d’operetta.
Come scrittore nel 2012 Ha edito un libro di poesie “Poesie 1996-2011” presso la casa editrice ABEdizioni. E’ nell’antologia di poeti contemporanei “Tempi moderni” edito da Libroitaliano World. Critico musicale della rivista You-ng, per la stessa rivista ha pubblicando a puntate il romanzo “L’inconsapevole trinità”.
E’autore delle versioni italiane del libretto delle opere: Rimskji-Korsakov  Mozart e Salieri; Telemann  Il maestro di scuola (entrambe rappresentate al Teatro Sociale di Rovigo ed al teatro Verdi di Pisa); Dargomiskji  Il convitato di pietra  rappresentata al teatro Verdi di Pisa
L'AUTORE
la Cultura di Young, diretta da David Colantoni.
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