Come gestire al meglio i cambiamenti d’umore

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05/03/2020 Attilio De Alberi

Tutti noi sappiamo di essere creature tendenzialmente umorali, nel senso che il senso del nostro valore come esseri umani è incline ad una straordinaria fluttuazione. A volte sappiamo come tollerare noi stessi, il futuro ci appare benevolo, ci accettiamo per quello che appariamo agli altri e possiamo perdonarci per i grossi errori compiuti nel passato. Ma poi, in altri momenti, il nostro umore soffre di una caduta e ci lamentiamo per la maggior parte delle cose che abbiamo fatto, ci vediamo come naturale bersaglio del disprezzo, ci sentiamo immeritevoli, colpevoli, deboli e destinati al disastro. Ma può essere molto difficile comprendere cosa causa il nostro cambiamento di umore. Una giornata iniziata con una buona energia e speranza, può trasformarsi entro l’ora di pranzo in una caratterizzata da odio per noi stessi e tristezza. La sicura sensazione che abbiamo finalmente girato l’angolo e che ci stiamo avviando verso una situazione migliore può essere sostituita rapidamente da una certezza alternativa che siamo un errore cosmico.

Sembrerebbe che non siamo in grado di prevenire i nostri cambiamenti di umore, ma secondo The School of Life, il centro britannico di studi filosofici e psicologici, esiste la possibilità d’imparare a gestire meglio il nostro cambiamento di umore, per cui le nostre regressioni possono essere affrontate in maniera più gentile, la nostra tristezza più divenire controllabile e la nostra instabilità meno vergognosa ai nostri stessi occhi.

Ecco cosa possiamo imparare a tenere a mente di fronte ai nostri capricciosi umori.

Innanzitutto dobbiamo renderci conto della nostra vulnerabilità. Per far questo è importante capire come il nostro umore può venire turbato dalle cosiddette “piccole cose”. Apparteniamo ad una specie caratterizzata da un’estrema, ma anche fatidica, sensibilità. Non dovremmo aspettarci di apprezzare da un lato un’opera di Mozart o un dipinto di Rembrandt, e dall’altro rimanere indifferenti di fronte al viso imbronciato di una persona che amiamo o allo sguardo distante di un potenziale cliente. Non dovremmo rimproverare noi stessi per la sottigliezza della nostra pelle. Dovremmo invece adattarci alle piene conseguenze della nostra straordinaria apertura di fronte all’esperienza della vita.

Un altro approccio importante è la capacità di revisionare la nostra vita sociale. Se non prendiamo delle vigorose misure per farlo, possiamo troppo facilmente trovarci in compagnia di persone che, anche se si definiscono nostri amici, in realtà non lo sono per quello che provocano nel nostro umore. Al di sotto di una patina fatta di gentilezza potrebbero invece nutrire una certa latente ostilità nei nostri confronti, una mortale competitività, una forma di isteria o un gretto moralismo. Cominciare ad essere amici di noi stessi significa prendere uno scalpello ed eliminare dalla lista delle persone che conosciamo tutti gli impostori che ci possono demoralizzare.

Un altro grande conforto quando si è di cattivo umore è una giusta compagnia: persone che ci rassicurano in qualche modo, che ci fanno capire come la tristezza è un sentimento prevedibile e che i nostri errori possono essere visti con una certa compassione. Queste anime pronte a consolarci avranno magari a loro volta sofferto, avranno odiato sé stesse, ed avranno anche riso di fronte all’assurdità legata all’essere umani. Fatto importante: quando evidenziamo con loro il nostro cattivo umore sapranno, con grazia, fare quel passo essenziale per mostrare la loro amicizia: accettare i nostri difetti e mostrare a loro volta i loro difetti.

Bisogna poi prendere in considerazione il fatto che il nostro cambiamento di umore è anche legato al fatto che abitiamo in un corpo. Ma poiché è così umiliante l’idea che il dover accettare le idee che abbiamo su noi stessi e sulle nostre vite può essere legato a fattori corporei – quanto abbiamo dormito, quanta acqua abbiamo bevuto, quali virus stiamo combattendo – può esistere la tentazione di insistere che le nostre idee nascono solo dalla ragione. Sarebbe invece più saggio capire che ciò che passa attraverso la nostra mente è in qualche maniera dipendente da particolari cose che avvengono nei nostri corpi. In certi momenti, non è che tutto sia finito e che noi siamo la peggiore persona sulla Terra, ma che abbiamo semplicemente bisogno di stenderci e riposare per un’ora o bere con urgenza un bicchiere di succo d’arancia.

Un’altra cosa da capire è che i nostri umori sono orgogliosi ed imperiosi. Saltano fuori ed insistono sul fatto che ci dicono totali certezze sulla nostra identità e sulle nostre prospettive: che forse la nostra vita amorosa non funzionerà mai o che la nostra situazione professionale è al di là di possibili correzioni. Ma abbiamo sempre la possibilità di evidenziare il bluff esistente dietro tutto ciò, di capire che sono solo un transitorio stato mentale che con arroganza fa finta di essere interamente noi stessi, e che quindi potremmo, con coraggio, ignorarli e cambiare cortesemente soggetto. Potremmo riconoscere un certo umore negativo, ma non dargli spazio e creare invece una certa distanza tra esso e la parte cosciente di noi stessi. Potremmo a volte fare esattamente ciò che il nostro umore ci dice di non fare: vedere qualcuno invece di cedere alla vergogna, mostrare il nostro volto invece di cedere alla paranoia, andare a fare una passeggiata invece di ripiegare i nostri arti in una posizione fetale.

Bisogna poi riconoscere che quando siamo destabilizzati da un umore negativo ed oscuro è importante mantenere accesa una piccola luce: quella della sanità mentale e della gentilezza verso noi stessi. Questa luce, nonostante l’uragano in cui ci troviamo, può dirci che non siamo persone terribili, che non abbiamo fatto nulla che può venire perdonato e che abbiamo sempre il diritto di esistere. Possiamo tenere questa piccola luce di gentilezza accesa in noi stessi fin quando un sole più grande è destinato a sorgere.

I cattivi umori ci dicono non solo che sono corretti, ma anche che sono permanenti. Però, in realtà, il senso di noi stessi è naturalmente viscoso e spesso. Siamo condannati a salire e scendere, ad avanzare e ritirarci come un’onda del mare. Siamo dopo tutto, sia come realtà che come metafora, fatti in buona parte di acqua. Quindi non dovremmo permettere che una malriposta idea di permanenza si aggiunga ai nostri dolori. Anche se non siamo immediatamente in grado di cambiare un nostro certo tipo di umore, possiamo almeno renderci conto che nel dovuto momento, e forse anche presto, è destinato a passare.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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