Le persone possono cambiare sè stesse?

Per leggere questo articolo ti servono: 4 minuti
CONDIVIDI
18/12/2019 Attilio De Alberi

La domanda se le persone possono cambiare sé stesse può sembrare, in qualche modo, astratta e disinteressata, come se uno si riferisse ad un amico o all’universo, ma probabilmente è molto più personalmente, e dolorosamente, motivata. Ce la facciamo, tipicamente ed acutamente, quando ci troviamo in una relazione con qualcuno che ci sta infliggendo una grande quantità di dolore: qualcuno che rifiuta di aprire il proprio cuore, o che non smette mai di mentire, che è aggressivo o distaccato, che fa male a sé stesso o che riesce in qualche modo a devastarci.

Secondo The School of Life, il centro britannico di studi psicologici e filosofici, ci facciamo tale domanda anche perché l’ovvio responso ad uno stato di frustrazione non è necessariamente a nostra disposizione: non siamo in grado di alzarci ed andar via, o abbiamo fatto un investimento emotivo o pratico che ci blocca nella posizione in cui ci troviamo.

Quindi, tenendo a mente l’esempio specifico di un essere umano problematico, difficile, ci facciamo una domanda sulla natura umana in generale. Ci chiediamo come essa sia fatta e quanto malleabile possa, in realtà, diventare.

E’ probabile che una cosa ci appaia già evidente: se le persone possono cambiare sé stesse, certamente non lo possono fare con facilità. Magari esplodono ogni volta che solleviamo una questione, e ci accusano di essere crudeli o dogmatici. Oppure vanno a pezzi nel mezzo della notte ed ammettono di avere un problema, ma giunto il mattino negano con veemenza che possa esserci qualcosa di scorretto nel loro comportamento. Potrebbero anche dire di aver capito, ma senza mostrare una vera comprensione del loro comportamento in certe aree veramente importanti.

Al massimo, possiamo concludere che quando abbiamo dovuto sollevare la domanda sul cambiamento nella nostra mente, qualcuno che ci sta vicino non è riuscito a cambiare con un buon livello di schiettezza o di dignità. Possiamo anche chiederci: è giusto volere che una persona cambi? L’implicazione proveniente da quelli che ci creano problemi è, nella maggior parte dei casi, un “No” indignato. Il loro mantra è “Amami per quello che sono”.

Ma, usando un po’ d’immaginazione, solo un essere umano perfetto negherebbe la possibilità di dover crescere un po’, in modo da meritarsi più pienamente l’amore di un altro. Per il resto di noi, tutte le moderatamente benintenzionate e decenti richieste di cambiamento dovrebbero essere ascoltate con una certa buona volontà e con la prontezza di agire in relazione ad esse con immensa serietà.

Coloro che si irritano di fronte al suggerimento che dovrebbero cambiare dimostrano, paradossalmente, di avere un grande bisogno di un’evoluzione interiore.

La vera domanda è: perché il cambiamento potrebbe essere così difficile? Non è che la persona resistente al cambiamento è semplicemente incerta su quello che è sbagliato in sé stessa, e riuscirà ad alterare il corso della propria vita quando una questione viene sollevata, come potrebbe fare qualcuno a cui viene fatta notare la presenza di un filo di spinacio tra i suoi denti. Il rifiuto di cambiare è più tenace di ciò.

L’intero carattere di una persona può essere strutturato sulla base di un’aspirazione a non conoscere o sentire certe cose. La possibilità di avere una certa comprensione potrebbe essere allontanata aggressivamente tramite il bere alcool, una routine di lavoro compulsiva, o un’irritazione offesa verso tutti quelli che cercano di stimolarla. In altre parole, alla persona che non cambia non solo manca conoscenza, ma è anche vigorosamente determinata a non acquistarla. In realtà fugge da qualcosa di straordinariamente doloroso avvenuto nel proprio passato e che, essendo allora troppo debole o indifeso, non era in grado di affrontare – e che non ha ancora trovato i mezzi necessari per farlo.

Bisogna capire che non ci troviamo tanto di fronte ad una persona immutabile, bensì di fronte ad una persona traumatizzata. Parte del problema per chi osserva questo dal di fuori è capire con che cosa ha a che fare.

La mancanza di cambiamento può sembrare così frustrante perché uno non può comprendere perché possa essere così difficile. Le persone che osserviamo non potrebbero muoversi di qualche centimetro nella direzione giusta?

Ma se considerassimo, in quel momento, la piena portata di quanto quella persona ha dovuto affrontare una volta, e le condizioni in cui la loro mente si è formata, potremmo diventare più realisti e più compassionevoli.

Al tempo stesso, e questo è molto importante, potremmo non rimanere vicino a queste persone così spesso. In questo frangente dovremmo forse farci certe domande che possono sembrare al tempo stesso ingiuste e piuttosto dure: vista la chiara prova della mancanza di cambiamento in una certa persona, e quindi la mancanza di una speranza realistica che i nostri bisogni possano essere soddisfatti al più presto, perché ce ne stiamo ancora qui? Perché cerchiamo di aprire una porta che non può essere aperta? Perché incorrere in uno stato di continua frustrazione e sperare in un diverso risultato? Quale parte rotta di noi stessi non riesce a lasciar perdere una certa mancanza di appagamento? Quale pezzo della nostra storia riemerge in un dramma fatto di speranze continuamente frantumate?

E visto che si parla di cambiamento, non potremmo a nostra volta un giorno cambiare in persone che non passano tutto il tempo sedute ad aspettare che le altre persone cambino? Potremmo diventare più bravi nel passare al setaccio varie opzioni e lasciar passare solo quelle persone che soddisfano i nostri bisogni? Inoltre, potremmo sviluppare una certa forma di spietatezza, che può sostenere la nostra vita, allo scopo di lasciar perdere coloro che indefessamente ci respingono?

Dobbiamo forse ricostruire le nostre menti allo scopo – col passare del tempo – di cambiare noi stessi e diventare persone che non si chiedono troppo a lungo se e quando le persone potrebbero cambiare.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

Lascia un commento

PARTNER
SOSTIENI IL PROGETTO!
Sostienici
Quanto vale per te l’informazione indipendente e di qualità?

Ti bastano appena 5 euro per sostenerci ed avere in cambio 12 euro di sconti sul nostro store!

SOSTIENICI