ILVA, nuove evoluzioni tra scudo penale e uscita di Arcelor Mittal

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11/11/2019 Attilio De Alberi

Con l’annuncio da parte del colosso anglo-indiano Arcelor Mittal di voler uscire dall’accordo col governo italiano sulla gestione dell’impianto ILVA si è avviato un serrato dibattito legale, ma anche politico. A quanto pare la problematica legata all’eliminazione dello scudo penale per la multinazionale in questione è in realtà una scusa. Il vero motivo per cui Arcelor Mittal vuole abbandonare l’ILVA è legato a motivi economici connessi alla caduta della domanda di acciaio in Italia e non solo. In altre parole, Arcelor Mittal non trova conveniente il suo investimento nell’impianto di Taranto e sarebbe pronta a licenziare ben 5000 lavoratori. A questo, naturalmente, si aggiunge la necessità imposta dal governo di ristrutturare la fabbrica in modo da evitare i ben noti danni ecologici che la produzione di acciaio ha provocato a Taranto e dintorni, causando già la morte per tumore di moltissime persone. E rimane anche in ballo la questione della chiusura dell’altoforno 2, considerato insicuro, avendo causato il decesso di operai.

Nonostante le trattative avviate dal governo Conte non sembra esserci una via d’uscita immediata, visto che Arcelor Mittal sembra determinata ad andar via da Taranto.

Un’alternativa auspicata da molti potrebbe essere la nazionalizzazione dell’impianto la cui chiusura tout court causerebbe una perdita di punti nel PIL. Chiaramente bisogna vedere se il governo è pronto a fare questa mossa che salverebbe senza dubbio molti posti di lavoro. Al tempo stesso c’è da vedere se esistono i soldi necessari per questo investimento nelle casse dello stato.

Intanto, secondo una rivelazione ufficiosa, martedì ci sarà un nuovo incontro tra Arcelor Mittal e Conte, e bisognerà vedere quali saranno gli esiti.

Discute di tutto questo con YOUng  Giuliano Pavone, tarantino, ed autore di “ Venditori di fumo. Quello che gli italiani devono sapere sull’Ilva e su Taranto” (Barney Edizioni, 2014).

Sei d’accordo che la problematica dello scudo penale non è il vero motivo dell’uscita da Taranto dell’Arcelor Mittal? 

Sì. L’ha indirettamente ammesso anche Arcelor Mittal quando, nell’atto inviato alla Procura di Milano per motivare la propria volontà di recesso, ha scritto che neanche l’eventuale reintroduzione dello scudo penale le farebbe cambiare idea, perché ci sono anche problemi di altra natura, come l’imminente chiusura dell’Altoforno 2 e l’impossibilità di mantenere i livelli occupazionali e di produzione concordati nel contratto. Nondimeno il governo, eliminando lo scudo penale con queste modalità e tempistiche, ha offerto un formidabile alibi ad Arcelor Mittal per procedere con il piano di disimpegno che aveva già programmato da tempo. Alibi che poi è stato raccolto e sostenuto sia dalle forze politiche di opposizione sia dai media, molti dei quali sostengono tuttora, contro ogni evidenza, che la fuga di Mittal sia esclusivamente colpa dello scudo. 

Credi nella necessità di eliminare lo scudo penale?

Che lo si elimini o no, lo scudo penale prima o poi cadrà in ogni caso, perché sottoposto a giudizio di costituzionalità. In pochi l’hanno capito, ma la legittimità dello scudo non riguarda tanto il “cosa” ma il “quanto a lungo”. In parole povere, lo scudo dice che il Piano Ambientale è la migliore misura possibile per garantire la salute (affermazione peraltro molto opinabile), e che quindi chi lo attua non ha niente da temere. Investita della questione, la Corte Costituzionale ha detto che l’affermazione era condivisibile solo a patto che il Piano Ambientale venisse applicato entro una scadenza ragionevole. E questa scadenza era lo scorso 6 settembre. Gli stessi interventi sullo scudo da parte di Di Maio durante il passato governo (in primavera e poi in estate) erano volti soprattutto a neutralizzare questa scadenza, riazzerando in un certo senso il cronometro e facendo ripartire daccapo il countdown. Stando così le cose, anche l’emendamento che pare Renzi stia preparando in queste ore, che vorrebbe reintrodurre lo scudo penale nella sua formulazione originaria, rischia di essere inutile, perché la Corte Costituzionale in futuro potrebbe ribadire quanto ha già detto, e cioè che il tempo è scaduto. Tutto questo si sa già molto bene, ma sono sicuro che se le cose dovessero andare proprio in questo modo, tutti cadrebbero dalle nuvole e accuserebbero la magistratura di gesto irresponsabile…

Secondo te esiste ancora la possibilità di un accordo?

Secondo me lo scopo primario di Arcelor Mittal è proprio ottenere un accordo più vantaggioso di quello entrato in vigore un anno fa. Ma se ciò non dovesse succedere – vuoi perché le richieste sono oggettivamente eccessive, vuoi perché questo governo potrebbe dimostrarsi meno remissivo dei precedenti – Arcelor Mittal potrebbe in effetti recedere. Il colosso franco-indiano non ha un interesse assoluto a tenere quella fabbrica: le interessa tenerla solo se riesce a spuntare le proprie condizioni.

Qualora Arcelor Mittal decida definitivamente di andarsene, credi che la nazionalizzazione dell’impianto sia una soluzione alternativa, accompagnata, naturalmente da un serio piano di ristrutturazione in difesa della problematica ambientale?

Non so se esistano i presupposti giuridici ed economici per una vera e propria nazionalizzazione, ma se Arcelor Mittal va via, si torna alla gestione commissariale (o meglio: si resta alla gestione commissariale, perché Arcelor Mittal al momento è solo affittuario di parte degli impianti, l’acquisto non è ancora stato perfezionato), e la gestione commissariale in sostanza è una nazionalizzazione a tempo. Comunque credo che in caso di fuga di Mittal il governo si metterebbe alla ricerca di un nuovo acquirente. Ma a parte il fatto che sarà difficile trovarlo (e se sì, a quali condizioni?), in questo modo lo Stato cadrà nella stessa contraddizione che ha portato alla situazione attuale: affidare quello che viene dichiarato un imprescindibile asset strategico del sistema Paese a un soggetto privato di cui non si è in grado di controllare le scelte.

Cosa pensi delle divisioni all’interno dell’alleanza giallo-rossa per ciò che riguarda la soluzione del problema?

Le divisioni non sono neanche fra i due azionisti del governo – PD e M5S – ma interne al Movimento Cinque Stelle. Sono divisioni che rispecchiano un momento storico in cui la ricerca del consenso non mette in concorrenza i partiti fra loro, ma correnti o singole persone all’interno di ciascuno di essi. In questa continua lotta senza regole, si inseguono interessi particolari e di brevissimo periodo, abbandonando completamente gli interessi comuni e di lungo periodo che dovrebbero essere lo scopo della politica. In questo senso è stato condivisibile l’appello all’unità di intenti da parte di Giuseppe Conte, ma temo che non verrà raccolto.

Cosa pensi della questione dell’Altoforno 2?

La trovo emblematica dell’intera vicenda. A causa di quell’altoforno nel giugno 2015 è morto un operaio. La magistratura ha sequestrato l’altoforno, che però è rimasto in uso, e ha imposto alla gestione commissariale dei lavori di adeguamento articolati in nove prescrizioni. La data limite per il completamento dei lavori è già scaduta ed è stata prorogata al prossimo 13 dicembre. Ci avviamo ormai verso questa ulteriore scadenza e nessuna delle nove prescrizioni è stata ancora ultimata. Ora, io credo che la sorte di quello stabilimento sia in ogni caso segnata, sia per le sue condizioni di vetustà sia per la situazione economica mondiale. Ma com’è possibile che alla fabbrica da cui si dice dipenda più dell’1% del Pil nazionale in quattro anni e mezzo non siano stati fatti questi lavori di adeguamento? E chi sarebbe responsabile se – speriamo di no – all’Altoforno 2 dovesse verificarsi un nuovo incidente mortale (come accaduto alle gru del porto, sequestrate nel 2012 dopo la morte di un operaio, poi dissequestrate e non sufficientemente messe in sicurezza, fino alla morte di un altro operaio, nelle stesse circostanze, la scorsa estate)?

Come se ne esce allora?

Io dico: grandi problemi, grandi soluzioni. A furia di giocare in difesa, con rinvii, concessioni, modifiche legislative, non ci è rimasto quasi nulla da difendere, né come competitività né come occupazione né come salute. Serve una scelta coraggiosa e lungimirante. Primo punto: creiamo alternative economiche per il territorio tarantino. Secondo: smantelliamo la fabbrica e ricostruiamola – lì o altrove – in base a criteri più moderni, adeguati alle esigenze attuali e sostenibili. In Germania l’hanno fatto da decenni, perché da noi no? Si obietterà che un’operazione del genere avrebbe costi enormi. E’ vero, ma a ben vedere i costi economici, sociali e sanitari che stiamo continuando a pagare per non voler cambiare rotta sono ancora più alti.  

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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