Il Convitato di Pietra di Pacini a Villa Paolina di Viareggio – di Marcello Lippi

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05/09/2018 Redazione Cultura 470

Il convitato di pietra di Pacini a Villa Paolina di Viareggio 24 agosto 2018.

Il dilemma che si ripropone è sempre lo stesso ed è causato dalla decadenza culturale che caratterizza il nostro tempo, con un’ignoranza diffusa soprattutto nella classe politica, che non sostiene più adeguatamente, come sarebbe suo dovere, la cultura del nostro Paese nelle sue forme più originali, tra le quali appunto l’Opera lirica; essa contribuisce, assai più di settori commerciali come la moda, la filiera alimentare o la produzione automobilistica, all’immagine positiva dell’Italia nel mondo e costituisce un richiamo immenso a livello turistico. Sempre meno fondi vengono invece destinati a finanziare e supportare ciò che tutto il mondo ci invidia e dunque gli operatori culturali si trovano a dover produrre in condizioni di grande difficoltà.

La scelta è quindi tra una dolorosa rinuncia (sono molte le città, anche capoluogo di provincia, che non hanno una propria attività teatrale o che addirittura chiudono i teatri destinandoli ad altro uso) ed un pionieristico sforzo per fare arrivare l’arte, con mezzi economici spesso ridottissimi, laddove ci sono cittadini, considerati evidentemente di serie B, che non hanno possibilità di fruirne nella propria località di residenza.

Accanto all’attività sempre più faticosa dei pochi impresari operanti sul piano nazionale, cui sono stati di recente tagliati i contributi nazionali, e alla miriade di piccoli organizzatori locali che operano in condizioni che sfiorano il dilettantismo, ci sono per fortuna alcune Fondazioni intelligenti che si preoccupano della diffusione dei tesori della cultura italiana, cercando di raggiungere il pubblico laddove il pubblico si trova, generalmente nel periodo estivo.

Le piazze italiane si animano così di piccole produzioni che, se non hanno la pretesa di competere con le produzioni di livello dei teatri, però diffondono l’arte e tengono vive le coscienze e la Bellezza.

Tra queste Fondazioni si colloca da tempo la Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago che, oltre a produrre la propria stagione al Gran Teatro sul lago Massaciuccoli, propone piccoli interventi mirati nello spazio alternativo dell’Auditorium e in trasferta a Viareggio, comune di riferimento. Attività più che meritoria di diffusione culturale, testimone di un’intelligenza operativa da parte della Governance della Fondazione viareggina.

L’idea di una riproposizione del “Convitato di pietra” di Pacini, opera assai poco conosciuta al grande pubblico, è un atto di omaggio proprio alla città di Viareggio, nella quale il compositore la scrisse e la rappresentò, come momento di “musica in famiglia”, nella casa del cognato Antonio Belluomini, affidandone l’esecuzione ai parenti: padre (che era stato un cantante professionista), fratello, sorella, moglie ed un paio di amici. Particolarmente intrigante poi la scelta di villa Paolina come location dell’evento: è cosa nota infatti che Pacini sia stato l’amante proprio di Paolina Bonaparte.

C’erano quindi tutti i presupposti per un’operazione culturale di grande interesse storico ed artistico. La Fondazione poi ha affidato la mise en scène ad uno dei registi più colti e preparati: Giandomenico Vaccari, tornato alla sua prima passione dopo anni passati alla guida di grandi Fondazioni italiane. La sua presenza in questa produzione è sicuramente un atto di generosità dell’artista verso il Festival Pucciniano, perché evidentemente il contesto non poteva avere la professionalità che normalmente accompagna le sue regie nel mondo, essendo stata pensata con pochi mezzi economici, poco tempo di realizzazione e con gli allievi dell’Accademia Pucciniana come solisti.

L’idea della rappresentazione a Villa Paolina e la presenza di Vaccari mi hanno fatto andare all’appuntamento con una grande aspettativa: mi ero fatto l’idea della possibilità di uno spazio meta-teatrale, di una rappresentazione magari itinerante nei saloni, di una riproduzione della serata di gala tra amici che ne contraddistinse l’esordio, come tentò di fare il maestro Daniele Ferrari, revisore dell’opera, nel CD con la prima registrazione in tempi moderni. Sono rimasto quindi un poco deluso trovandomi indirizzato al giardino della villa, fuori cioè dal palazzo, e vedendo un palchetto di quattro metri per quattro da festa patronale, montato sul lato opposto alla piazza. L’idea e le aspettative che mi ero formato dovevano ovviamente essere modificate ed avrei dovuto accettare una rappresentazione differente, che la presenza di Vaccari avrebbe tuttavia sicuramente reso interessante.

Vaccari ha scelto di prendere sul serio l’opera ed infatti ne ha parlato in sede di presentazione non solo come di un’operina da camera, ma come di un primo abbozzo di un’opera vera e propria che Pacini aveva in mente di comporre e mai compose. Questo tipo di interpretazione lo ha spinto sul coté di una difficile adesione drammatica alla vicenda, interessante, ma che avrebbe richiesto un contesto produttivo più elaborato. Egli ha creduto ad uno sviluppo teatrale nel quale non aveva probabilmente creduto lo stesso Pacini e così facendo ha permesso a coloro che ben conoscevano l’opera di scoprirvi nuovi ed interessanti aspetti. I condizionamenti che ha subito nel suo lavoro a causa del budget contenuto sono stati molto forti: dall’obbligo di contenere una vicenda che nel suo sviluppo ha diversi luoghi di svolgimento, dal palazzo alla campagna al cimitero, in un palchetto 4X4 limitato da quinte nere, all’esigenza di utilizzare i costumi della produzione che feci a Pisa alcuni anni fa (costumi dell’epoca) non potendo sfuggire verso una modernità di collocazione che avrebbe forse legato di più con il palchetto, infine l’uso dei recitativi cantati, musicati dal maestro Ferrari (nell’originale erano parlati e sono andati perduti quelli del secondo atto) che ha complicato non poco lo scorrere della vicenda. “Ad ognuno il suo mestiere” è sempre un criterio che è bene seguire nell’arte come nella vita, anche in un’epoca di tuttologi, nella quale i teatri sono sempre più governati da economisti senza preparazione artistica di base; così questi recitativi, che il maestro Ferrari avrà chiesto ed ottenuto di poter eseguire nella versione musicata da lui composta, funzionano nella prima parte con il testo del Barbieri, ma naufragano nel secondo atto dove il testo, per scelta dei revisori, è quello del Da Ponte del Don Giovanni di Mozart modificato inserendo sinonimi, aggettivi in più e piccole variazioni per simulare originalità e modernità, con il risultato che la bellezza del recitativo dapontiano, formato da un gioiello di metrica in settenari con rima baciata, va completamente perduta e l’impressione è quella di un andamento zoppicante alla capitano Achab. Ascoltare quasi le stesse parole in versi tutti diseguali e nei quali la rima è stata volutamente sempre elusa, è stata una sofferenza per chi ama la poesia. Per questo motivo all’epoca della rappresentazione di quest’opera al Teatro Verdi di Pisa chiesi ed ottenni, dando un dispiacere al maestro, che si facessero i recitativi parlati, come si può ascoltare nel DVD edito dalla Bongiovanni.

La mano del regista si è avvertita da subito nel richiamo al senso di oscurità, alla cecità, alla caduta nel buio che egli ha collegato all’atto di violenza ed al sesso coatto imposto da don Giovanni. Egli benda infatti sia donna Anna che Zerlina, il che è anche molto funzionale come mezzo per risolvere l’antico problema di rappresentare sulla scena in modo credibile una donna che faccia l’amore con uno sconosciuto credendo fosse il fidanzato. Don Giovanni acceca, priva della libertà della vista, allontana dalla realtà e fa perdere la strada. Interessante apertura al mito.

Vladimir Reutov è un don Giovanni fisicamente perfetto e vocalmente ben preparato ad affrontare il personaggio. Come già fece Mozart, abbordando il soggetto del Burlador de Sevilla, Pacini dà per scontato che il pubblico conosca bene la storia e che non occorra raccontarla. La brevità dell’operina non consente approfondimenti all’autore: tutto è nella musica; essa ha il compito di far vivere i personaggi e la vicenda. Così questo don Giovanni tenore, oltre che Tenorio, si muove ammiccando al pubblico, senza bisogno di presentarsi. Reutov che fu già protagonista a Pisa nel festival dedicato a Don Giovanni di altri due Burladores tenori (di Tritto e Dargominslji) è perfettamente a suo agio nel ruolo: la tessitura acuta esalta le sue qualità migliori e risulta assolutamente convincente, soprattutto nel brindisi, con pochissime incertezze legate a piccoli vizi del passato nella nasalizzazione o nell’apertura a volte eccessiva delle vocali nei recitativi. Daniela Nuzzoli, nell’ingrato ruolo di donna Anna, sovrastato per importanza nella composizione paciniana da Zerlina, ha agio di dimostrare la qualità di una voce dal colore affascinante. Dal punto di vista teatrale, probabilmente a causa di un numero non congruo di prove, risulta invece molto bloccata nell’espressione e palesemente intenta più a seguire le tempistiche del maestro direttore che a rappresentare un credibile dolore per il padre morto a pochi passi di distanza, che viene da lei quasi ignorato: anche il racconto dello stupro è stato senza turbamento apparente. Deve risolvere ancora certi passaggi alla tessitura grave e nel duetto con Napoleoni chiude la fonazione irrigidendo le guance a scopi proiettivi delle labbra, con effetto però di offuscamento del suono, sovrastato dalla vocalità franca e ben proiettata del collega. Alessandro Ceccarini ha la responsabilità del ruolo del Leporello di turno, in questo caso Ficcanaso, ruolo destinato in origine al padre di Pacini, unico professionista del gruppo di esecutori, anche se a fine carriera. Gigioneggia molto, forse troppo, specialmente quando cambia il testo per sottolineare il fatto che nell’intervallo abbia piovuto, si permette molte uscite d’intonazione nei recitativi e generalmente si muove in modo un po’ improvvisato, con intenzioni non sempre corrette. La voce è potente, con una lieve incertezza nella gestione della zona acuta e con un po’ di ingrossamento artificiale del suono mediante esaltazione della cavità retro-orale, alla Lablache. Splendidi i declamati sillabici ad alta velocità e la tenuta vocale nel movimento scenico coreutico. Ottima l’interpretazione dell’ubriaco. Esecutore interessante e molto promettente, necessita di un poco di lavoro in più nella mimica facciale, fondamentale per un cantante che si cimenti nei ruoli buffi.

Ottimo l’Ottavio di Francesco Napoleoni; sia vocalmente che scenicamente si è calato con efficacia nei panni del duca senza tradire mai l’adesione vocale e drammatica al personaggio.

Perfetto il Masetto di Alessandro Biagiotti, artista sempre più convincente sulla scena, ora che ha acquistato sicurezza vocale e non ricorre più a certi ingrossamenti del suono che gli causavano in passato perdita di eleganza. Attualmente di eleganza di fraseggio ne ha molta, pur interpretando un paesano, ed anche di bellezza sulla scena, tanto da rivaleggiare in questo con don Giovanni e rendere meno credibile il cedimento di Zerlina. Nella scena, ben cantata, del catalogo, prevista da Pacini con Zerlina per l’assenza del personaggio di Elvira, risulta un po’ noioso a causa dell’assenza di reazioni della partner sulla scena. Stranamente si è dimostrato del tutto insensibile allo spogliarello di Zerlina, preferendo rimanere con gli occhi fissi sul direttore.

Purtroppo inadatta per spessore vocale la Zerlina di Micaela Sarah D’Alessandro, flebile come volume, a tratti inudibile, debole come partecipazione attoriale, con gli occhi spesso fissi sul maestro. Deliziosa come aspetto, non ha però saputo tradurre a livello vocale un personaggio che Pacini ha voluto protagonista femminile dell’opera, riassumendo i caratteri di Zerlina e donna Elvira. A lei spetta infatti l’aria di bravura conclusiva che precede il finale. Nella scena del catalogo ascolta senza reazioni di sorta tutta la narrazione del cinico Ficcanaso. Poco precisa nell’intonazione, soprattutto nell’aria, in vari punti ha dato l’impressione di aver saltato alcune frasi del cantato. Non buono l’acuto con cui ha concluso il finale primo.

Poco presente anche il Commendatore di Massimo Schillaci: troppo giovane, anche vocalmente, per poter ricoprire soddisfacentemente il ruolo. Non trova i suoni scuri del basso ed è sfocato nel registro grave ed incerto in quello acuto. Buono il fraseggio centrale.

I pezzi d’assieme sono risultati tutti un po’ squilibrati a causa dell’esilità vocale delle donne, che garantivano un volume molto inferiore rispetto ai colleghi.

Il maestro Daniele Ferrari, revisore dell’opera insieme a Jeremy Commons, la conosce perfettamente e la esplora nelle sue dinamiche e nella varietà ritmica. Avendola sempre e solo ascoltata, in tre occasioni, diretta da lui, non riesco ad avere adeguati termini di confronto con altre possibili interpretazioni. Rispetto all’esecuzione pisana, ho potuto notare una maggior vivacità, anche se il livello di preparazione vocale di alcuni protagonisti lo ha costretto a mantenere i tempi sempre abbastanza moderati. L’orchestra da camera del Pucciniano ha compiuto il suo dovere, adattandosi ad una situazione logistica non ottimale e assecondando il direttore. Buona la prova del coro del Pucciniano.

Il valore aggiunto di questa produzione è comunque stata, come detto, la presenza del maestro Giandomenico Vaccari, che con enorme disponibilità si è calato in una realtà formativa, accettando di fare del suo meglio su un palcoscenico che per dimensioni avrebbe fatto fatica ad ospitare un recital lirico per canto e pianoforte: si è visto il suo accurato lavoro sui personaggi, interpretati da giovani dell’Accademia, si è visto il suo sforzo di dare credibilità alla vicenda su quel palchetto e con quelle poche luci.

Il limite del palcoscenico 4X4 mi costringe a non considerare tutte le incongruenze degli “a parte” cantati a piena voce a pochi centimetri dal personaggio che non dovrebbe sentire. Di necessità si è fatta virtù, come per i cambi di scena che sono stati puri spostamenti d’attrezzeria. La storia era nota, come detto, e il pubblico non ha faticato a passare in tempo reale dal palazzo di Calatrava alle nozze campestri.

L’inesperienza di alcuni interpreti ha originato momenti di distrazione scenica, con errori gravi, come quando Zerlina, terminato di cantare, non si è allontanata rimanendo al centro. Donna Anna e Don Ottavio sono stati costretti a duettare con lei in mezzo a loro.

Fra le tante limitazioni all’operato del regista, c’è stata anche l’impossibilità di giocare con l’illuminazione per l’ingresso in scena del convitato di pietra che è arrivato camminando accompagnato da mimi;  è stato fatto salire su uno sgabello e gli è stata coperta la testa con un sacco come ad pappagallo fino al momento della rivelazione.

Solo nel finale il maestro Vaccari ha piazzato un colpo di coda. Un lieto fine insospettabile e non previsto dal Pacini che, anzi, aveva precipitato don Giovanni all’inferno. Il regista ha deciso di divertirsi, forse stufo di tanto sforzo per dare credibilità ad una vicenda raccontata dal Pacini in modo così sintetico e poco approfondito. L’inganno di don Giovanni viene perpetrato fino alla fine. Nel momento in cui sta per essere trascinato negli inferi, don Giovanni estrae la benda nera e, come aveva gabbato le donne, gabba anche il Convitato e l’inferno. Colloca la benda sugli occhi del commendatore che cessa di vedere: la mano che il Commendatore stringe quindi non è la sua, ma quella di un imperturbabile mimo, che si fa trascinare al suo posto all’inferno senza la minima reazione, mentre don Giovanni lascia il palco, affollatissimo di demoni, ridendo ed andando altrove a proseguire la sua benemerita attività amatoria. Colpo di scena divertente, un po’ di pepe giusto in coda alla rappresentazione. Complimenti!

 

 


MARCELLO LIPPI 

Autore e Critico Musicale per la Cultura di Young diretta da David Colantoni

Baritono. Nato a Genova, si è diplomato presso il conservatorio Paganini; e laureato presso l’istituto Braga di Teramo con il massimo dei voti. E’ anche laureato in lettere moderne presso l’Università degli studi di Genova. La sua carriera comincia nel 1988 con La notte di un nevrastenico e I due timidi di Nino Rota e subito debutta a Pesaro al Festival Rossini in La gazza ladra e La scala di seta. In seguito canta in Italia nei teatri dell’opera di Roma (Simon Boccanegra, La vedova allegra, Amica), Napoli (Carmina Burana), Genova (Le siège de Corinthe, Lucia di Lammermoor, Bohème, Carmen, Elisir d’amore, Simon Boccanegra, La vida breve, The prodigal son, Die Fledermaus, La fanciulla del west), Venezia (I Capuleti e i Montecchi), Palermo (Tosca, La vedova allegra, Orphée aux enfers, Cin-ci-là, Barbiere di Siviglia), Catania (Wienerblut, Der Schulmeister, das Land des Lächelns), Firenze (Il finanziere e il ciabattino, Pollicino), Milano ( Adelaide di Borgogna), Torino (The consul, Hamlet, Elisir d’amore), Verona (La vedova allegra), Piacenza (Don Giovanni), Modena (Elisir d’amore), Ravenna (Elisir d’amore), Savona (Medea, Il combattimento, Torvaldo e Dorliska), Fano (Madama Butterfly), Bari (Traviata, La Cecchina), Lecce (Werther, Tosca), Trieste (I Pagliacci, Der Zigeuner Baron, Die Fledermaus, Al cavallino bianco, La vedova allegra), Cagliari (Die Fledermaus- La vida breve), Rovigo (Werther, Mozart e Salieri, The tell-tale heart, Amica), Pisa (Il barbiere di Siviglia- La vedova allegra), Lucca (Il barbiere di Siviglia) eccetera. All’estero si è esibito a Bruxelles (La Calisto), Berlin Staatsoper (Madama Butterfly, La Calisto), Wien (La Calisto), Atene (Il barbiere di Siviglia- Madama Butterfly), Dublin (Nozze di Figaro, Capuleti e Montecchi),  Muenchen (Giulio Cesare in Egitto), Barcelona (La gazza ladra, La Calisto, Linda di Chamounix), Lyon (Nozze di Figaro, Calisto), Paris (Traviata, Nozze di Figaro), Dresden (Il re Teodoro in Venezia, Serse), Nice (Nozze di Figaro, The Tell-tale heart), Ludwigshafen (Il re Teodoro, Serse), Jerez de la Frontera (Nozze di Figaro), Granada (Nozze, Tosca), Montpellier (Calisto, Serse), Alicante (Traviata, Don Giovanni, Rigoletto, Bohème), Tel Aviv (Don Pasquale, Elisir d’amore, Traviata), Genève (Xerses, La purpura de la rosa), Festival Salzburg (La Calisto), Madrid (La purpura de la rosa, don Giovanni), Basel (Maria Stuarda), Toronto (Aida), Tokio (Traviata, Adriana Lecouvreur), Hong Kong (Traviata), Frankfurt (Madama Butterfly), Dubrovnik (Tosca), Cannes (Tosca), Ciudad de Mexico (La purpura de la rosa), Palma de Mallorca (Turandot e Fanciulla del west), Limoges (Tosca), Toulon (Linda di Chamounix) ed altre decine di teatri in differenti nazioni del mondo.
Dal 2004 al 2009 ha ricoperto l’incarico di Direttore Artistico e Sovrintendente del Teatro Sociale di Rovigo. Nel 2010 è stato direttore dell’Italian Opera Festival di Londra. Dal 2011 al 2016 è stato direttore artistico della Fondazione Teatro Verdi di Pisa.
Dal 2015 firma come regista importanti spettacoli operistici in tutto il mondo: ha appena terminato il Trittico di Puccini ad Osaka (Giappone), Cavalleria rusticana di Mascagni, Traviata di Verdi, Don Giovanni a Pafos, Tosca, Rigoletto e sarà presto impegnato in altre importanti produzioni estere ed italiane come Jolanta e Aleko. Ha firmato la regia anche di opere moderne come Salvo d’Acquisto al Verdi di Pisa e barocche come Il Flaminio con il Maggio Formazione di Firenze
Docente di canto lirico in conservatorio a La Spezia, Alessandria, Udine, Ferrara e ora a  Rovigo
Ha insegnato Management del Teatro all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano.
Ha fatto Master Class in varie parti del mondo, per esempio Kiev (accademia Ciaikovski), Shangai, Chengdu, Osaka, San Pietroburgo, San Josè de Costarica ed in moltissime città italiane.
Musicologo, ha pubblicato molti saggi: Rigoletto, dramma rivoluzionario    2012; Alla presenza di quel Santo   2005 quattro edizioni e 2013; Era detto che io dovessi rimaner…   2006;  Da Santa a Pina, le grandi donne di Verga   2006 due edizioni; Puccini ha un bel libretto   2005 e 2013, A favore dello scherzo, fate grazia alla ragione   2006 e 2013; La favola della ”Cavalleria rusticana”   2005; Un verista poco convinto  2005; Dalla parte di don Pasquale  2005; Ti baciai prima di ucciderti    2006 e 2013;  Del mondo anima e vita è l’amor   2007 e 2014Vita gaia e terribile   2007; Genio e delitto sono proprio incompatibili?   2006 e 2012; Le ossessioni della Principessa  2008 e 2012; Dal Burlador de Sevilla al dissoluto punito: l’avventura di un immortale 2014; L’uomo di sabbia e il re delle operette    2014; Un grande tema con variazioni: il convitato di pietra  2015; E vo’ gridando pace e vo’ gridando amor        2015; Da Triboulet a Rigoletto   2011;  Editi da Teatro Sociale di Rovigo, Teatro Verdi di Padova, Teatro Comunale di Modena, Festival di Bassano del Grappa, Teatro Verdi di Pisa.
Ha pubblicato  “una gigantesca follia” Sguardi sul don Giovanni per la casa editrice ETS a cura di  da Alessandra Lischi, Maria Antonella Galanti e Cristiana Torti dell’Università di Pisa. Nel 2012 Ha edito un libro di poesie “Poesie 1996-2011” presso la casa editrice ABEdizioni. E’ nell’antologia di poeti contemporanei “Tempi moderni” edito da Libroitaliano World. E’ iscritto Siae ed autore delle versioni italiane del libretto delle opere: Rimskji-Korsakov  Mozart e Salieri; Telemann  Il maestro di scuola; Entrambe rappresentate al Teatro Sociale di Rovigo ed al teatro Verdi di Pisa. Dargomiskji Il convitato di pietra  rappresentata al teatro Verdi di Pisa

 

 

 

 

 

L'AUTORE
la Cultura di Young, diretta da David Colantoni.

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