Le (tante) spade di Damocle sopra la testa di Trump

Maggio 8, 2018
Attilio De Alberi
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Anche se i suoi sostenitori in un recente intervento pubblico gli gridano entusiasti “Nobel! Nobe! Nobel’”, nel senso che si merita il Premio Nobel per la Pace, la situazione legale di Trump è lungi dall’essere pacifica. L’ultimo sviluppo dell’indagine Mueller sul Russiagate, e non solo, porta alla possibilità che il presidente USA sia costretto a testimoniare di fronte ad un Grand Jury, rispondendo a ben 49 domande, che in qualche modo sono arrivate alla stampa.

Trump insiste, coi suoi tweet infuocati, che tutta questa è una mera “caccia alle streghe”, dichiarandosi innocente, ma senza dare risposte precise sui sospetti nei suoi confronti. Intanto, il suo team legale fa capire che sarebbe meglio se Trump non rispondesse alle domande di Robert Mueller e dei suoi collaboratori, conoscendo, giustamente, la natura tipicamente contraddittoria del presidente. Se Trump si rifiutasse di presentarsi all’eventuale Grand Jury, allora la decisione se costringerlo a fare passerebbe nelle mani della Corte Suprema.

Tra le varie domande, le più spinose sarebbero quelle relative al licenziamento di James Comey da direttore dell’FBI un anno fa. Sulla motivazione dietro questa mossa Trump ha dato due versioni completamente diverse: prima l’ha giustificata riferendosi ad una supposta cattiva gestione, da parte di Comey, dell’indagine sulle e-mail di Hillary Clinton, e subito dopo ha invece detto pubblicamente che il licenziamento era invece legato a un tentativo di bloccare l’investigazione di Mueller. Questo, legalmente, potrebbe essere visto come un grave tentativo di ostruire la giustizia, che è poi l’implicita e più grave minaccia che pende sulla testa di Trump, al di là della possibilità di dimostrare l’ingerenza russa nella sua elezione.

Il quadro si fa ancora più complicato se si considera che un gruppo di repubblicani, guidati da Mark Meadows, rappresentante per la Carolina del Nord, insieme ad altri lealisti trumpiani, sta cercando di far fuori, attraverso una forma di impeachment, Rod Rosenstein, il vice procuratore generale sulle indagini del Dipartimento di Giustizia sul presidente e i suoi associati. Questa “trovata” sarebbe un’alternativa a quella, ultimamente prospettata, ossia la destituzione tout court di Mueller da parte di Trump.

Ma i problemi di “The Donald” non sono solo questi: c’è anche l’investigazione del suo avvocato Michael Cohen, inasprita dal recente blitz dell’FBI sul suo ufficio e sulla sua abitazione privata. E proprio su questo è entrato in azione Rudolph Giuliani, l’ex sindaco di New York, da poco diventato membro del team legale di “The Donald”.

In questi giorni Giuliani si è scatenato in una campagna mediatica volta a minimizzare il ruolo di Cohen nel noto caso Stormy Daniels, la porno star pagata $130.000 per tacere la sua liaison con “The Donald”. Ma, ironicamente, una delle dichiarazioni fatte da Giuliani potrebbe rivelarsi un boomerang, avendo egli fatto capire che il pagamento a favore della Daniels avvenne proprio per evitare guai a Trump durante il rush finale della sua campagna elettorale. Quindi la somma pagata potrebbe essere vista come una forma illegale di contributo alla campagna stessa.

Discute di tutte queste complicazioni con YOUng, Martino Mazzonis, esperto di politica americana e collaboratore presso l’Aspen Institute Italia.

Come sempre, per chi vuole godersi un po’ di satira, ecco un paio di video a due brevi show americani, focalizzati sulle uscite di Giuliani, più un video su Michael Cohen di Saturday Night Live.

L’INTERVISTA:

La possibilità che Trump si debba presentare ad un Grand Jury è reale o potrebbero esserci degli ostacoli?

La possibilità è reale, ma in generale l’atteggiamento di Mueller è difficile da desumere, nel senso che lui è molto riservato, al punto che non si sa nemmeno dove sia il suo ufficio a Washington.

Come mai?

Vuole tenersi lontano dalla curiosità ossessiva dei media sulla sua indagine.

Quindi?

Di conseguenza, non sappiamo se voglia mettere pressioni su vari attori, ossia su persone sospette di reati, alcune delle quali stanno collaborando con lui fornendo delle informazioni per evitare di finire in carcere. A questo punto c’è da farsi una domanda.

Quale?

La prospettiva del Grand Jury è un modo per spaventare il team legale di Trump e concedergli un colloquio diretto invece di fargli le famose 49 domande, oppure è un vero passo avanti verso un procedimento legale nei confronti del presidente?

Una delle critiche mosse dai repubblicani a Mueller è che lui non consegna i documenti relativi alla sua indagine.

I repubblicani stanno cercando di ottenere più informazioni possibili sulle indagini, perché cercano di capire come si è arrivati al Russiagate, sospettando che magari sia stata una scelta politica. Si dice che questo tentativo sia una specie di lavoro d’intelligence indiretta per sapere cos’ha realmente in mano Mueller, per aiutare Trump a difendersi meglio.

Al tempo stesso, il team legale di Trump non vuole che lui vada a testimoniare.

E’ così, e la ragione, ipotetica, è quella che possiamo presumere, ossia che Trump abbia infatti commesso dei reati, o perlomeno che sia a conoscenza di reati commessi, e che quindi la sua sia un’ostruzione di giustizia. L’altra ragione, certa, è che come testimone messo alle strette potrebbe fare dei danni a sé stesso, come ha già fatto via tweet ed attraverso tutte le sue contraddizioni, oltre al fatto che potrebbe rispondere, com’è suo stile, in maniera violenta.

E cosa dire del tentativo di un gruppo di repubblicani di eliminare dal gioco Rod Rosenstein?

Rosenstein è il vice del Segretario alla Giustizia Jeff Sessions che, essendo in qualche modo coinvolto, non vuole aver nulla a che fare con l’indagine di Mueller – cosa che ha fatto arrabbiare Trump, rovinando il rapporto tra i due. Ed è Rosenstein, come rappresentante del Dipartimento, che è incaricato di proteggere Mueller attraverso gli strumenti legali a sua disposizione. In pratica sta semplicemente facendo il suo lavoro.

Ma si paventava, fino a poco tempo fa, la possibilità che addirittura Trump potesse licenziare lo stesso Mueller.

Può cercare di farlo facendo saltare Rosenstein. Teniamo a mente che il Dipartimento di Giustizia, diversamente da altri dipartimenti, a livello costituzionale, ha dei poteri un po’ speciali, per cui il presidente non può intromettersi in un’indagine già aperta.

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D’altra parte la Costituzione USA, storicamente, ha applicato il principio di Montesquieu sulla separazione tra il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario.

Certo: è il famoso sistema dei “checks and balances” (‘controlli ed equilibri’), ed è per questo che il Dipartimento alla Giustizia, diversamente da altri ministeri, ha uno status speciale. Inoltre licenziare Mueller potrebbe essere praticamente pericoloso, perché sarebbe quasi un’ammissione indiretta di colpa da parte di Trump.

Secondo certi osservatori, i democratici stanno facendo male a concentrarsi così tanto sul Russiagate, a scapito di altre questioni, come quella sociale piuttosto che quella della guerra dei dazi. Cosa ne pensi?

Da un lato sembra ormai certo che la Russia ha cercato d’interferire nelle elezioni politiche USA. Questo è un fatto senza precedenti e potrebbe mettere a rischio la reputazione del paese. L’attitudine a difendersi da questo è un po’ bipartisan.

Un po’ da clima di Guerra Fredda.

Sì, anche se, in questo caso specifico, sarebbe la Russia colpevole di aver attaccato con la sua intromissione negli affari interni americani, magari come reazione alla questione dell’Ucraina. Comunque è normale che in questo caso i democratici insistano nel far luce sul Russiagate: è una cosa che può fare appello a tutti gli strati della popolazione.

Rimane però il fatto che questo non è l’unico aspetto negativo dell’amministrazione Trump.

Sì, le politiche di quest’amministrazione sono pessime, e l’errore dei democratici è di non incalzare abbastanza l’amministrazione su tutto quello che sta facendo. Probabilmente non sanno che anima darsi da qui alle prossime elezioni. Non sanno decidersi se cercare magari di riprendersi i voti di quei colletti blu, ma anche bianchi, che hanno votato per Trump in alcuni stati cruciali. Notare poi che ci sono dei rappresentanti democratici che hanno posizioni simili a quelle di Trump sul commercio internazionale.

Si può dire che il Partito Democratico USA è allo sbando tanto quanto il nostro PD?

No, non è così.

Perché?

Pur essendoci un blocco tradizionale di centro, si può notare, nel complesso, uno spostamento a sinistra nel partito. Esiste per esempio una proposta di piena occupazione di stampo rooseveltiano. Questa non è un’idea che nasce da Sanders, ma da un think-tank di economisti, e quattro senatori, tutti potenziali candidati alle primarie del 2020, l’hanno sostenuta.

Per arrivare all’impeachment di Trump bisognerebbe comunque aspettare le elezioni del Congresso a novembre, per avere magari una solida maggioranza democratica capace di votarlo.

Per arrivare ad un impeachment bisogna senz’altro aspettare un po’. Innanzitutto Mueller dovrebbe raccogliere delle prove fortissime contro il presidente. Poi, ammesso che si trovino queste prove, ci vuole una maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, che sia d’accordo nell’avviare il processo, che però poi viene portato avanti dal Senato. Ma potrebbe succedere che, qualora le prove siano veramente pesanti contro Trump, anche elementi responsabili nel Partito Repubblicano, come McCain, per esempio, votino a favore del processo. L’alternativa, come avvenne nel caso Nixon, potrebbe essere che sia Trump stesso a decidere di dimettersi prima di arrivare ad una votazione in Congresso.

Cosa ne pensi sull’uscita mediatica di Giuliani a favore di Cohen? Molti la vedono come una gaffe, avendo Giuliani fatto capire che il pagamento di soldi alla porno star Stormy Daniels aveva dei fini protettivi a scopi elettorali.

Cohen riceveva regolarmente dei soldi da Trump per tutta una serie di azioni volte a difenderlo. Ed anche i famosi $130.000 dati alla Daniels gli sono stati restituiti. Ma ora è proprio questo il problema legale: capire se questi fondi per la Daniels vadano visti come contributi alla campagna elettorale. Bisognerà vedere se questo aspetto verrà poi portato a giudizio.

Ma qual è lo status dell’affaire Cohen, vista la possibilità, dopo il blitz dell’FBI, che questi, pur di evitare il carcere, patteggi e diventi un testimone contro Trump?

Questa è una possibilità, e l’uscita di Giuliani potrebbe essere un messaggio rivolto a Cohen, come per dirgli: “Stai tranquillo, noi siamo dalla tua parte, e quindi non ci scaricare”. Chiaramente l’acquisizione di una valanga di dati ottenuta attraverso il blitz dell’FBI potrebbe rivelarsi una vera minaccia per Cohen e quindi anche per Trump.

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Ma in generale qual è la più grande minaccia per Trump in questo momento?

Al di là del Russiagate e dell’affaire Stormy Daniels, l’accusa più grave dalla quale Trump dovrà difendersi è quella di ostruzione di giustizia, a cominciare dal licenziamento di James Comey da capo dell’FBI.

E cosa dire di questa proposta un po’ assurda – considerando anche la politica verso l’Iran – di dare il Premio Nobel per la Pace a Trump?

Beh, a questo punto, lo dovrebbero dare anche Kim Jong-un. Ma, a parte questa battuta, direi che questo premio se lo merita semmai il leader sud-coreano Moon Jae-in, indipendentemente dal fatto che le minacce di Trump abbiano in qualche modo sortito un effetto. I veri attori in questo processo di pace sono appunto i sud-coreani, la Cina ed anche Tokio, che durante la fase più acuta della recente crisi hanno decisamente abbassato i toni.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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