Trump team: chi e cosa c’è dietro

Novembre 21, 2016
Attilio De Alberi
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Si sta delineando la squadra che accompagnerà Donald Trump nei prossimi 4 anni e certe scelte sono proprio da paura.

A poco più di una settimana dalla spiazzante vittoria di Trump alle elezioni USA, i commenti e le ipotesi sulla sua incombente amministrazione si sprecano. Dopo le dichiarazioni ammorbidenti in occasione del suo incontro con Obama alla Casa Bianca, sono tornati in parte le attitudini arroganti del magnate di New York e i suoi attacchi alla stampa – in particolare al New York Times.

Nel frattempo si è cominciata a delineare la squadra che accompagnerà The Donald nel suo lavoro come presidente. Da un lato sembra esserci un tentativo di accontentare in parte l’establishment, sia quello, in senso stretto, del Partito Repubblicano, che quello in generale, e dall’altro lato arrivano forti segnali di fedeltà alla sua posizione di outsider.

In particolare la scelta a Consigliere personale di Stephen Bannan, capo delle Breitbart News, originariamente definito dal suo fondatore Andrew Breitbart come “il Leni Riefenstahl del Tea Party” per il suo lavoro da documentarista di destra radicale alternativa (Leni Riefenstahl era la leggendaria documentarista di Hitler).

Questa scelta, e altre, hanno portato un commentatore de The New Yorker a definire il nuovo regime trumpiano come una forma di kakistrocrazia, il governo dei peggiori.

E mentre rimane in sospeso la scelta cruciale di chi sarà il Segretario di Stato – l’ultima ipotesi, improbabile, è l’ex-nemico Mitt Romney – tre personaggi decisamente radicali di destra sono ormai nel team: il generale anti-islam Michael T. Flynnl come Consigliere alla Sicurezza Nazionale, Mike Pompeo, strenuo nemico dell’Irandeal nuovo capo della C.I.A. E il super-razzista e anti-abortista Jeff Sessions nominato Segretario per la Giustizia.

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L’INTERVISTA:

Parla di tutto questo a YOUng Guido Caldiron, autore per Fandango Libri del volume “WASP. L’America razzista dal Klu Klux Klan a Trump”, un excursus storico sulle origini culturali e sociologiche del fenomeno The Donald. Secondo Caldiron in questo momento Trump, attraverso le sue scelte, sembra voler “mostrare che è in grado di tener fede alle promesse radicali fatte al suo elettorato in termini di politica domestica, mentre a livello di politica estera potrebbe esibire le qualità di mediatore che ha sempre decantato.”

Qual è il ruolo specifico del consigliere nella presidenza USA?

E’ un incarico informale, non facendo questi  parte dell’equipe amministrativo, ma il consigliere può elaborare insieme al presidente le linee generali della sua politica.

Quindi è un ruolo piuttosto importante?

Sì, può pesare addirittura di più di un responsabile di un ministero. Ecco quindi il rilievo dato alla scelta di Bannon, che diventerà il ‘grande suggeritore della politica’.

Cosa può significare la presenza di un Stephen Bannon alla Casa Bianca?

Bannon, con Breitbart News esemplifica il recente sviluppo di una contro-narrazione, andando a sostituire la grande diffusione di tele-predicatori e di programmi radiofonici che avevano una grande influenza sull’America Profonda fino a 10-15 anni fa.

Cosa intende per contro-narrazione?

Un mix di manipolazione mediatica e di opinioni, una tendenza avviata anche da Fox News, che pur non rappresentando il suprematismo bianco si è fatta paladina della causa dei birther, quelli che cercavano di dimostrare come Obama non fosse un cittadino USA.

Un esempio di contro-narrazione di Breitbart News?

La diffusione di statistiche taroccate, poi diffuse da Trump, secondo le quali la maggior parte dei bianchi vittime di omicidio sono uccisi da afro-americani: una chiara strizzata d’occhio al suprematismo bianco.

Si parla di Bannon anche come di un anti-semita…

Bannon non è un nazista, ma la sua crociata anti-politicamente corretto va inevitabilmente a lambire certe frange negazioniste dell’Olocausto e del complottismo contro una supposta plutocrazia ebraica.

Quali altri esempi si possono fare?

Beh, Bannon ha prodotto un documentario che esalta Reagan e un altro in cui ha cercato di rappresentare Occupy Wall Street come un gruppo di Black Bloc.

Come si può quindi riassumere la figura di Bannon?

E’ stato l’architetto di una manovra, coadiuvata per giunta dall’uso indiscriminato dei social, che ha spinto una buona fetta del tradizionale elettorato repubblicano verso posizioni oltranziste.

E che dire sulla scelta dell’ultra-razzista Sessions come Segretario alla Giustizia, dopo che per questa carica negli ultimi anni ci sono stati due afro-americani?

Innanzitutto Sessions viene dall’Alabama, uno stato non proprio normale: fu qui, a Mobile, nel 1981, che avvenne l’ultimo linciaggio di un nero nella storia USA.

Che altro?

Da quando Sessions è arrivato in Senato nel 1997 è diventato punto di riferimento del movimento neo-nativista.

Ossia?

E’ una rete di associazioni e centri di studi che si oppongono all’immigrazione: gente che, ancor prima dell’uscita di Trump sul muro col Messico, parlano di rimpatrio. E Sessions si è mosso molto in Congresso su queste posizioni.

Cos’ha fatto, per esempio?

Ha mandato avanti una proposta di legge, poi abortita, per togliere la cittadinanza ai figli di clandestini nati sul suolo USA.

Nel frattempo per il ruolo di Chief of Staff è stato scelto Reince Priebus un personaggio molto più vicino all’establishment repubblicano…

Questo è in pratica il segretario della Casa Bianca, che prepara l’agenda del presidente e organizza, appunto, il suo staff.

Una specie di galoppino factotum?

Sì, e quindi i suoi spazi di autonomia sono molto più limitati rispetto alla figura del consigliere.

Comunque questa rimane una concessione all’ala più tradizionale del Partito Repubblicano.

Alla fin fine, la cosa più interessante sarà vedere quanto Trump bilancerà, nelle nomine, persone dal profilo più radicale in contrasto a quelle che vengono dall’apparatchik del partito.

Un articolo del Washington Post afferma, in relazione alle potenziali nomine per la figura del Segretario al Tesoro, che chi credeva che Trump avrebbe attaccato l’establishment è stato preso in giro, visto che si parla di persone che vengono tutte da Wall Street.

Si sono infatti nomi di ex J.P. Morgan ed ex Lehman Brothers a confermare che Trump voglia assicurarsi la collaborazione di gente addirittura coinvolta nel crack subprime del 2008.

Un segnale di continuità rispetto a un’annunciata forma di nazionalismo economico?

Il segnale, almeno in questo campo, sembra essere che invece di una rivoluzione Trump voglia mandare avanti una restaurazione. Bisognerà vedere fino a che punto Trump le promesse fatte ai ‘piccoli americani’ potranno conciliarsi con gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari

C’è poi il discorso dell’energia.

Qui peseranno molto le grandi industrie del petrolio e del carbone. Su questo ho un’ipotesi.

Quale?

Il recente rilancio del carbone con lo sviluppo delle miniere a cielo aperto che in aree molto povere dell’Ohio ha attratto investimenti potrebbe un esempio di come conciliare gli interessi dell’elettorato trumpista con quelli dell’industria estrattiva.

Rimane comunque il negazionismo climatico di Trump.

Sì, questo è un punto molto delicato e bisognerò vedere fino a che punto riuscirà a portarlo avanti.

Per la carica di Segretario di Stato si è parlato per un po’ di Rudolph Giuliani, l’ex sindaco sceriffo di New York.

Sì, ma ora se ne parla di meno, forse perché, dopo esser stato sindaco, Giuliani ha intrattenuto una serie di affari con il Quatar, e questo non lo favorirebbe.

In politica estera, a parte il Congresso, in buona parte anti-russo c’è poi il ruolo del Pentagono.

Sì, questo è un altro elemento cruciale. Si è visto sotto Obama, laddove, quando lui non decideva per incuria o per incertezza, decidevano per lui proprio i vertici del Pentagono. Quindi lì la partita è aperta.

Rimane poi, forse in contraddizione con questa visione isolazionista di Trump, per cui si potrebbe arrivare a una specie di nuova Yalta, ossia a delle spartizioni regionali tra USA e Russia, la promessa-ambizione di rendere di nuovo grande l’America.

Questo sì, ma anche, nel Medio Oriente, per esempio, si azzererebbero le speranze lanciate dalle Primavere Arabe. D’altra parte nella lotta all’ISIS potrebbe trovare una partnership più armonica con la Russia di Putin, proprio grazie alla sua capacità di mediatore.

In generale Trump dovrà in qualche modo tener fede alle proprie promesse.

Sì, senz’altro a livello simbolico. Non è un caso che ha annunciato che subito qualcosa farà per la questione dei clandestini, soddisfacendo quelli che vedono in essi una competizione per i posti di lavoro. E’ questa la chiave dei governi populisti anti-immigrazione.

E la battaglia contro la delocalizzazione?

Troverà delle resistenze. La Ford ha già fatto sapere che non ci pensa nemmeno di ri-trasferire i propri stabilimenti dal Messico in patria.

Lo stesso varrà per l’abolizione dei grandi trattati commerciali?

Certo, potranno aver indebolito i lavoratori della rust belt, ma hanno senza dubbio arricchito le multinazionali.

Molti osservatori notano che l’anti-islamismo di Trump può essere un boomerang, ispirando più che mai il jihadismo, soprattutto se, una volta sconfitto DAESH in forma statuale questo si trasformasse più che mai in un franchising terrorista.

Al di là di eventuali fenomeni di terrorismo legato all’emarginazione sociale, rimane il discorso ideologico, legato anche al ritorno a casa dei foreign fighters dopo la non lontana caduta di DAESH. E questo vale più per l’Europa che per gli USA, e no sappiamo cosa potrà fare Trump in questo potenziale frangente.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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