Idiocracy: prevista da Umberto Eco cinquant’anni fa

Febbraio 20, 2016
Germano Milite
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L’uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l’evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far si che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose”.

La descrizione agghiacciante per quanto vera ed attuale che avete appena letto fa parte dell’incipit del capitolo “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, che si trova all’interno del “Diario Minimo” di Umberto Eco. Parliamo di un’opera che raccoglie testi scritti tra gli anni 50 e gli anni 60, pubblicata in raccolta nel 1992, ovvero quando internet ed i social network, con relative “legioni di imbecilli” palesate con inusitata violenza, ancora non esistevano. Oltre 50 anni fa, dunque, Eco aveva  descritto in maniera impeccabile ciò che già stavamo diventando e che oggi sempre più (tristemente) siamo.

Schiavi dell’iper-semplificazione, della distrazione perpetua, di sogni irraggiungibili e per questo paradossalmente più quieti di quelli concretamente perseguibili. Di rapporti umani impossibili e, altrettanto paradossalmente, più rincuoranti per una generazione di vigliacchi affettivi e confusi emotivi come la nostra.

DALLA SCHIAVITU’ ALLA DIPENDENZA

E, riflettendoci bene, un mondo tanto frenetico, che passa il tempo a dirsi che non ha più tempo di fare nulla se non il ricordarsi che ha poco tempo, è un mondo che travalica la schiavitù imposta da entità terze ed esonda nella vera e propria dipendenza auto-alimentata, quasi desiderata. Siamo dipendenti dei pochi caratteri, dei testi scritti per bimbi scemi, del non approfondimento, del giudizio sommario, della dualità che non lascia spazio alle sfumature. Ogni volta che lavoro come copy o ghost writer, l’ossessione è sempre la stessa: “Scriviamo in maniera sintetica e più semplice possibile, altrimenti chi legge si annoia e/o non capisce nulla. Periodi brevi, nessuna allitterazione, metafore banali, vocaboli da terza media al massimo o da scuola superiore fatta chattando su WhatsApp”.

E’ frustrante e…deprimente. Giornalisti, scrittori e comunicatori sembrano sempre più privi d’identità, di coraggio: producono contenuti pensando esclusivamente a ciò che la gente vuole, a ciò che farà tante visite e condivisioni. Così, su giornali e blog, imperano classifiche, contenuti virali riciclati, notizie “choc” ecc. Per carità: l’attenzione al proprio target ed al proprio pubblico ed alle vendite c’è sempre stata e sarebbe ipocrita e mistificante negarlo, ma mai come oggi siamo appunto dipendenti dal consenso del prossimo, di qualunque “prossimo” possibile ed immaginabile. L’unico obiettivo sembra essere quello di accontentare i più scemi, i più ignoranti, i più distratti. Il contenuto esiste in funzione dei suoi lettori ed è prodotto in totale ed esclusiva funzione dei loro gusti (e dei loro vizi). Lo schema si è totalmente invertito: chi fa informazione sempre più raramente propone autonomamente, perché prepara e confeziona articoli che, fin dal titolo, sono pensati per sfamare i divoratori ingordi di “junk news” (notizie spazzatura). I contenuti così non hanno identità propria, ma si limitano a riflettere quella di chi dovrebbe leggerli, per dare conferma più che per trasferire spunti nuovi. E’ chiaro che ci siano (per fortuna) ancora diverse eccezioni, ma il problema è proprio questo: sono, appunto, eccezioni.

RIFIUTARE IL COMPLESSO SIGNIFICA RIFIUTARE IL PROPRIO ACCRESCIMENTO

Già il pensiero di Eco che ho ripreso in incipit, ad esempio, da troppi sarebbe considerato “troppo complicato” da intendere e quindi poco adatto alla divulgazione. Ed ecco ciò che temo, che non avremo nuovi Eco o che comunque saranno sempre più rari scrittori di un certo calibro, che potranno concedersi opere non pensate per il solo pubblico di “bocca buona”. Temo la deriva verso l’idiozia presentata dal celebre film Idiocracy”. Temo la demolizione del concetto stesso di “divulgazione culturale” come bene pubblico di inestimabile valore, lasci al coraggio suicida di sempre più pochi ed alla mera considerazione del profitto privato l’onere di scrivere e diffondere articoli e libri di qualità.

Chiariamoci: non sono mai stato di quei ridicoli snob con il monocolo cascante, convinti che meno una cosa è letta e diffusa e più significa che è colta e di valore. Tutt’altro: sono per la diffusione della buona cultura (e della letture di qualità) alle masse. Sono per l’alfabetizzazione crescente e mi piace molto il concetto di “erotica dell’insegnamento” di cui parla Massimo Recalcati nei suoi testi. E proprio per questo mio desiderio di una cultura vera, non inutilmente elitaria, profonda e diffusa, resto sgomento e preoccupato quando mi rendo conto di quanto si restringa giornalmente l’appeal verso approcci meno nevrotici e superficiali al sapere.

Aumentano a dismisura le lauree, ma non i cosiddetti “lettori impegnati”, che anzi diminuiscono, poiché sempre più gente è impegnata…ma a restare ipnotizzata da gif e video che scorrono sulla propria newsfeed di Facebook o a cazzeggiare sui gruppi WhatsApp. Le nuove tecnologie ci hanno promesso più tempo libero e quindi meno stress, ma in realtà hanno riempito il nostro tempo libero di numerosi vuoti e di nuove dipendenze; di comportamenti pigri e compulsivi. L’uomo circuito dai mass media si è involuto in un uomo con la capacità di concentrazione e di evasione immaginifica annegata dai “new media”, in questo ancora più pervasivi e persecutori di quelli vecchi.

DIPENDENTI DIGITALI ESATTAMENTE COME TOSSICI

Camminiamo con il capo chino su apparecchi che non ci lasciano mai soli, isolandoci al contempo dagli altri, mantenendo la falsa promessa di una connessione costante con chiunque. Si inebetisce così la relazione fisica e la si negozia con una comunicazione compulsiva che riempie, inesorabilmente, ogni spazio di benefica solitudine auto-meditativa. Siamo continuamente strattonati da input che sono come fantasmi dispettosi: svaniscono subito dopo che ci hanno toccato la spalla, appena ci voltiamo per cercare il loro sguardo.

Del resto i nostri cervelli sono sotto bombardamento continuo e cercano di difendersi da qualcosa che la natura stessa non aveva previsto. Diversi studi, oramai neppure più tanto recenti, dimostrano come e perché la struttura cerebrale dei nuovi “dipendenti digitali” si modifichi, proprio come quella dei tossicodipendenti. L’effetto è reso poi ancora più alienante dai nuovi algoritmi che, ossessionati esclusivamente dai nostri interessi come e ben più dei divulgatori umani, ci relegano all’interno di gabbie virtuali pre-costruite; veri e propri recinti per accogliere il nuovo parco buoi cibernetico, che però è allo stesso tempo espressione perfetta di persone reali sempre più dipendenti dal virtuale.

Aumentano dunque gli stimoli inutili e distraenti ed il multitasking patologico, mentre diminuisce la capacità di concentrazione ed il tempo libero non dedicato esclusivamente all’intrattenimento. Non so immaginare con chiarezza, da oggi, ciò che queste tendenze comunicative sempre più violente e pervasive provocheranno nelle nuove generazioni, ma so che la nostra unica speranza di salvezza dalla dipendenza all’iper-semplificazione è il tenerci saldi alla nostra identità, al pensiero di ciò che noi comunicatori desideriamo comunicare al di là di ciò che la massa di nuovi analfabeti dell’attenzione saprà e vorrà recepire.

Accettare, cioè, l’idea che saremo letti da meno persone più selezionate e che quegli stramaledetti contatori di visite e condivisioni, divenuti unico e vero metro cyber-divino per la misurazione dei nostri risultati, resti appunto solo uno specchietto per vanesi. La nostra identità, il nostro successo, stanno nelle persone che riusciamo a far riflettere e ad arricchire con ciò che scriviamo. Il “pochi ma buoni”, oggi più che mai, dovrebbe sostituire il “tanti anche se distratti”.

E noi che scriviamo, noi che diffondiamo idee non genuflesse a certe dinamiche di divulgazione prostituita, abbiamo l’enorme responsabilità di tenere in piedi l’ultimo baluardo contro la degenerazione subculturale che stiamo vivendo e che è sempre più forte e circondante.  Scrivere è sempre più una missione. Leggere prodotti editoriali di qualità è sempre più un dovere, prima che un piacere, per salvarsi dall’imbecillimento collettivo dilagante. 

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".
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