Le nostre domande a Roberto Saviano

Febbraio 7, 2016
david colantoni
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Le nostre  domande a Roberto Saviano

Caro Roberto Saviano non hai ancora risposto alle domande che ti ho posto  nei miei due precedenti articoli; ( articolo 1 e articolo 2 non c’era da aspettarselo viste le caratteristiche morali della tua figura pubblica, ma non fa nulla anche se non smetterò di aspettarmi che tu chiarisca la faccenda, e come dalle pagine de La Repubblica per mesi fu giustamente ossessionato con le dieci famose domande Berlusconi, il quale, come te adesso,  praticava la sordità, o il disprezzo, visto che sordi non  siete, anche io in piccolo   seguendo quella importante lezione  del quotidiano con cui tu oggi collabori, farò con te la stessa cosa. 

Quindi domando fino a che non deciderai di rispondere accorgendoti che su un giornale pubblico, per quanto non supportato da grandi gruppi  editoriali,  ma frutto delle risorse e  dell’impegno civile di un pugno di giovanissimi,  alcuni di essi provenienti proprio dai territori che tu  hai dovuto abbandonare, scegliendo questo impegno di pubblica parola in una terra che le parole le vuole tacitare,  dunque un giornale a tutti gli effetti, a cui dovresti guardare perciò con grande attenzione ,  e forse più di altri incarnando il mandato di essere quella vigile pubblica opinione a controllo delle derive di ogni genere, anche morali, che dovrebbe essere la stampa di un paese democratico; e giornale  come  giornale lo fu Non Mollare al tempo del fascismo, piccolo foglio,  si , ma passato alla storia, ti si chiede un chiarimento rispetto al  fatto decisamente importante adesso, innanzi tutto,  che una public figure, quale tu sei, deve rispondere alla pubblica opinione delle cose che dice e che fa,  e anche se questa pubblica opinione, come noi,  non ha dietro le banche di Murdoch né di altri magnati,     non puoi pensare di non rispondere a chi ti  chiede ragioni di un inganno che hai perpetrato al pubblico, cosa grave per la pratica dell’inganno in se e  non tanto per l’oggetto dell’inganno, ovvero il fatto che El Chapo non potesse leggere il tuo libro in inglese,  cosa che ancora continui ad affermare nonostante i nostri articoli abbiano portato in luce non poter essere.

 le nostre domande a Roberto Saviano

la copia americana di Zero Zero Zero sul presunto letto del El Chapo

la copia americana di Zero Zero Zero sul presunto letto del El Chapo

Domanda:  su quali basi concrete affermi ancora oggi che El Chapo abbia letto in  inglese la copia americana di zero zero zero che è stata mostrata  dalla stampa internazionale sul suo presunto letto quando  ci sono video e articoli di illustri testate che dimostrano e affermano testualmente che egli non parli ne a maggior ragione legga l’inglese?

Domanda: perché sei così affezionato a questa idea che  il tuo  libro sia stato letto da un narcotrafficante assassino e sadico che ha fatto mutilare e decapitare centinaia di persone e morirne  per droga centinaia di migliaia?

Domanda : Perché, come riportato il 29 gennaio sulle colonne dello Huffington Post Italia,  affermi che “i boss non sono  le bestie criminali per lo più analfabete descritte nei gialli americani ma sono uomini d’affari d’esperienza che leggono,   approfondiscono, studiano, analizzano e voglio sapere cosa il mondo pensa di loro , cosa si scrive di loro”? Brusca che ha sciolto un bambino nell’acido o El Chapo stesso, che ha fatto mutilare e decapitare lasciando i corpi a putrefarsi sulle strade centinaia forse migliaia di persone,  non sono piùttosto  delle bestie che uomini d’affari?

Domanda non è che piuttosto affermi  questo in maniera assolutamente cinica per far quadrare il cerchio di verità forse indicibili nella tua posizione? 

Joaquino Guzman detto El Chapo

Joaquino Guzman detto El Chapo, secondo Saviano studioso uomo d’affari.

Domanda:  da cosa deriva il tuo silenzio/indifferenza/disprezzo per chi ti chiede di spiegare e chiarire le cose che dici ? dal fatto che non rappresentiamo nessun potere o cosa? 

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Voglio però  approfittare di questa attesa di una tua risposta anche per intraprendere delle minime osservazioni  sui contenuti culturali delle cose che diciamo,  che comunque ci  riguardano,  cosi non ci annoiamo aspettando che tu ci dimostri di non aver ingannato coscientemente il tuo fiducioso pubblico.

Ho letto ieri il tuo reportage da New York, da NY su Napoli,  sulla repubblica “Napoli, le pistole dei ragazzi invisibili e quelle vittime senza colpa” in cui ripeti la parola guerra alcune volte per chiamare cosi le stragi criminali ,o parli  delle paranze  usando queste parole speciali per indicare gli  omicidi casuali e tutte queste cose  così, molto sugose narrativamente, questo folklore criminale e di sangue. 

Ebbene   io asserisco da tempo ormai che tu non ti sei reso conto molto bene quanto il tuo linguaggio sia infiltrato come una vena d’acqua potabile dai liquami velenosi degli svasamenti di mimesis con l’epos criminale.  Cioè di quanto tu sia non solo uno scrittore su fatti di mafia ma crocianamente uno scrittore mafioso, un cantore,  un aedo della violenza criminale. Letteratura, a mio modo di vedere,  la tua, nutrice di orgoglio e narcisismo criminale.

A tal proposito solo una  brevissima riflessione sulla tua metafora della guerra che usi nell’articolo per descrivere gli scontri criminali che infestano Napoli.

La parola Guerra è nella storia culturale una parola fondamentalmente nobile. Chi volesse affermare il contrario sarebbe solo un moralista. Nonostante la nascita in epoca recente di una tradizione di critica assoluta ad essa, tuttora chiamando un qualsiasi scontro violento con il nome di  guerra si trascina nella percezione della cosa cosi chiamata tutta la schiera di valori e la potenza  suggestiva  del corredo della bellezza della tradizione storica dell’arte rispetto al  significato e all’evocazione  della parola guerra.

Due dei libri di fondazione della cultura occidentale sono libri di guerra: Iliade ed Odissea. Da questi libri si dirama poi il lungo e ininterrotto  cammino della rappresentazione artistica ed estetica della guerra, della violenza militare, dell’uccidere  e del morire in combattimento come del sopravvivervi, del nemico, della bellezza delle armi, dell’onore e del coraggio in battaglia, come bellezza.

Archeologia-Achilleus_Hektor-600

Ettore ed Achille, vaso attico

L’eroe è nella nostra tradizione culturale  fondamentalmente un abitante della guerra.   Tema quello della guerra che con l’avvento dei mezzi di riproduzione audiovisiva della modernità è esploso in una proliferazione, quasi soffocante e  infestante direi poiché colonizza visioni  e immaginazioni del passato del  presente e del futuro ( dal Gladiatore a Pandora per capirci)

La guerra vera invece , dopo un percorso di migliaia di anni,  è oggi finalmente regolata teoricamente da un codice e da convenzioni, che certamente non hanno il potere di fermare gli orrori che essa produce, poiché in definitiva nessuno potrebbe imporre a degli eserciti che incarnano già  la estrema ratio della violenza, un bel nulla,  ma che permettono di emanare giudizi e condanne storiche sui comportamenti dei  belligeranti che sono dei minimi quanto necessari freni inibitori dello scatenamento della violenza sugli inermi.  Insomma la Guerra è una cosa precisa ormai, la guerra è la guerra,  e sebbene vi sia assoluta libertà nel fare della sua rappresentazione materia di metafore, si deve essere consapevoli quantomeno consapevoli che qualche volta la metafora della guerra può essere molto inopportuna, certamente pericolosa, e sicuramente politica.

Quando ad esempio la si usa per descrivere gli scontri violenti e omicidi delle bande della criminalità organizzata. Perché il crimine e la guerra dovrebbero  essere tenuti attentamente separati nel giudizio e nella rappresentazione fin tanto che la guerra ha appunto un retaggio  indelebile allo stato attuale della storia culturale umana  specialmente sul piano della rappresentazione artistica, di un versante  di bellezza e valore, retaggio,  che se non si pone cautela nell’ uso del logos nel comminare i significati e le metafore alle cose, può diventare motore interiore di autoapprovazione, di identificazione, di ribaltamento dei valori, da parte dei criminali che vengono assunti nel cielo delle metafore, materia prima nobile della poesia, -di cui ricordiamo l’etimo poiesis-, al pari di guerrieri che combattono una guerra e dei nemici guerrieri. “Truth is beauty, beauty  is truth, -verità è bellezza bellezza è verita-, recitano i versi di Keats. Artisti e intellettuali del XXI° secolo, post brechtiani, post adorniani, e altro,  non possono, non dovrebbero,  esimersi da certe lezioni e consapevolezze. 

Puoi fare metafore di guerra sui sentimenti se vuoi ma se fai metafore di guerra sui fatti di mafia allora diventi crocianamente  un poeta mafioso che sta regalando al crimine organizzato il corredo del suo epos, rendendolo forte della legittimazione e forse dell’eternità dell’arte. Certo mi dirai e poi? cosa vendo? 

Si può tecnicamente fare, il potere, anche quello criminale,  ha sempre chiamato alla sua corte intellettuali ed artisti per creare la splendida rappresentazione di se stesso e con ciò scollare dal suo volto la pelle  e il ricordo del volto  ancestrale del crimine  con cui tutti i poteri, in diversi gradi,  furono imposti , dunque si può fare ma sappi che è una scelta di campo molto chiara che non puoi chiamare lotta alla mafia perché è al contrario  subliminale apologia ed  eternizzazione della mafia.  Gli antichi se volevano cancellare realmente  un nemico, lo cancellavano dalla storia condannandolo  alla Damnatio memoriae, consapevoli del vero potere della rappresentazione,  cosa , questa dell’adorazione verso la rappresentazione più che verso la cosa, che ci ricordava  Feuerbach nelle origini del cristianesimo .

Roberto Saviano

Roberto Saviano

La violenza della mafia non ha nulla a che vedere con la guerra, e non può mutuare nulla dal retaggio antichissimo di questa parola, guerra,  se non grazie a chi avendo un segreto vulnus emotivo e quindi una indicibile quanto probabilmente inconscia attrazione  verso di essa,   gli fa dono di questa nobiltà attraverso la potenza poietica della parola. 

Affermi alla fine dell’articolo su Napoli  che l’Italia sta morendo, e ti chiedi, -lanciando strali  con questa domanda retorica  al  governo , governo come  categoria,  visto che  non fai nomi–  (” …i magistrati che ora il governo utilizza per darsi un dna antimafia… “)   come mai passati  dieci anni dalla pubblicazione di Gomorra  si sia spenta la luce della attenzione alla mafia che i magistrati avevano avuta accesa  dall’avvento  tuo libro a cui essi avevano attribuito, cosi scrivi, il merito di aver illuminato cose mai viste, un quadro d’insieme che, prima di  Gomorra, scrivi,  mancava.

domanda : i magistrati si lasciano utilizzare dal governo per darsi un DNA antimafia?

Innanzi tutto vorrei ricordarti che esiste una grossa, solida e seria bibliografia sulla mafia, mafia intesa come categoria generale che comprende ovviamente anche la camorra, che ti precede e che non ha acceso gran che in un paese, come  lo è  il nostro purtroppo, accecato dalle abbaglianti e perenni luci della industria dello spettacolo,   e poi  come un vecchio Tiresia, tremante sul sonaglio delle inferme ginocchia, dai lacrimosi occhi spenti ma veggenti,  ti urlo che sei tu stesso l’assassino che cerchi di quella ormai morta attenzione .

Per i motivi che ti ho accennato sopra. E ciò di aver preso quella certa china mercantile che non ha sconfitto nessuna mafia, ma anzi le ha donato un suo moderno epos , ad esempio gomorra la serie TV,  da cui attingere insieme ai modelli,  raffinati dalle elaborazioni intellettuali della tua scrittura e di quella  degli sceneggiatori,  della violenza e della crudeltà, anche  la certezza di essere l’alveo dei veri  eroi moderni.

Gomorra la serie TV

Gomorra la serie TV  -Roberto Saviano: «Chi non vuole Gomorra in tv parteggia per l’omertà»

Ma davvero  non riesci o non vuoi vedere che Gomorra si è via via fatto nelle sue declinazioni commerciali e televisive puro feticismo ed epos criminale? Corpus e canone estetico del male criminale  a cui i criminali guardano per mettere maggiormente a fuoco la propria ferocia e spietatezza? trovandovi anche la ragion d’essere esistenziale? E che la società ti ha infine  perfettamente capito collocandoti  nel posto della mercificazione  della lotta alla mafia, piuttosto che nella vera lotta,  cioè negli scaffali dei bestseller, nei talkshow e nelle migliaia di migliaia di like delle pagine dei  social, che  spaziano dai 60 milioni di like di Eminem ai tuoi 2 milioni e mezzo, quale cifra ontologica dello starsistem?

Domanda : perche non hai mai risposto  di persona alle tesi del  libro di Alessandro dal LagoEroi di carta” lasciando invece che fosse massacrato a cannonate dalle corazzate di  grandi gruppi editoriali? 

Domanda Non hai capito che è la produzione di una estetica criminale, che ad esempio  i derivati televisivi dal tuo Gomorra, – come ho accennato in “mafia spettacolo e consenso sociale” – grondando e spandono nell’ immaginario collettivo, inferocendo  le fila della gioventù  di quei tristi territori ,  ad essere la linfa più potente di cui si nutre il mostro  ?

Ancora un volta non riesco a credere  che tu non capisca.

Domanda: E se capissi che questa nuova generazione criminale di inaudita ferocia che sta uccidendo in questi giorni a Napoli fosse cresciuta alla scuola estetica  delle rappresentazioni feticistiche  della criminalità e della sua violenza che tu e altri come te avete creato  a uso dell’industria culturale e dello spettacolo,  realizzandole poi essi  con l’incarnare quei modelli “aggiornati”  come una nuova terribile realtà?  che diresti?

Domanda: Cosa hai risposto alla questione posta dall’attore,  Salvatore Striano, attore nel primo Gomorra di Garrone nell’intervista della televisione di stato Svizzera quando – minuto 29,30- afferma: “le cose che ha detto Saviano hanno aiutato agli altri a capire quello che succede a Napoli, noi lo sappiamo da sempre, ci viviamo tutti i giorni con queste cose e a differenza di Saviano noi stiamo qui e lottiamo per avere un futuro migliore, non scappiamo, non ci chiudiamo in un appartamento superblindato e chiamiamo le televisioni per dire i nostri messaggi: perché scappi? Perché non stai qua a lottare con noi ? se muori ? sei uno dei tanti che pe’ credere nelle sue cose ha dato la vita. Non ci serve solo  la  sua penna, le sue parole: ci servono i fatti. Abbiamo bisogno di questo“? 

screnshoot del sito saviano on line in cui si celebra la comunità dei follower

screenshot del sito Saviano Online in cui si celebrano i followers come comunità

Certo che, se ormai sei solo un prigioniero delle masse che come una mostruosa macrocellula ti hanno digerito nella loro comunità, come hai chiamato in un video i tuoi fans, Gemeinschaft von Menschen, come anche amava chiamarla altri nel passato,   comunità virtuali secernenti  zuccherosi commenti sui tuoi profili social da 2 milioni e mezzo di followers , come ho potuto constatare con un certo sconcerto, cercando invece semmai ci avessi risposto, e avendo perciò tu  diviso il mondo  in due universi  –come asserisci  in un tuo video  postato di recente– ovvero in un universo amico  i lovers, i tuoi lovers come hai detto, e nell’altro universo  nemico  gli haters, gli odianti: ovvero i primi quelli  che ti inglobano in una ipertrofica ciste di affetto posticcio e irreale , i secondi quelli   che cercando  di superare  la coltre in cui giaci lotofago di piacere, invece vorrebbero richiamarti alla vita, quanto meno al dialogo, quella vita che dalla copertina di Vanity Fair gridavi di rivolere:   se è cosi allora abbiamo ben poche speranze che tu sopravviva agli enigmi della sfinge. E nessuna che tu possa portare salvezza a Tebe.

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« Chiunque produce qualcosa la produce per un fine, e la produzione non è fine a se stessa (ma è relativa ad un oggetto, cioè è produzione di qualcosa), mentre, al contrario, l’azione morale è fine in se stessa, giacché l’agire moralmente buono è un fine, e il desiderio è desiderio di questo fine… Il fine della produzione è altro dalla produzione stessa, mentre il fine dell’azione no: l’agire moralmente bene è un fine in se stesso. »

(Aristotele, Ethica nicomachea)

 

L'AUTORE
David Colantoni è poeta, scrittore, saggista pittore e artista visivo. E' autore della rivista Nuovi Argomenti, fondata da Alberto Moravia, della rivista Fermenti, e altre testate. Ha fondato e diretto il mensile di pensiero e letteratura Lettere dalla Frontiera. Insieme ad Aldo Rosselli, figlio dello storico del risorgimento Nello Rosselli e Nipote di Carlo Rosselli, di cui è stato amico e allievo per quasi 30 anni, ha fondato nel 1999 il quadrimestrale di cultura Inchiostri.  Per il cinema ha sceneggiato "Io, l'altro" 2007 , di Moshen Melliti. distribuito da 20th Century Fox. La sua Ultima esposizione come artista è avvenuta al Moscow Museum of Modern Art a giugno del 2015
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