Quelli che “danno i numeri” sulle riforme costituzionali

Settembre 29, 2015
Simone Santi
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Finora al Senato sulle riforme costituzionali (non) si è scherzato, ma ora si fa davvero sul serio: con l’illustrazione degli emendamenti al ddl Boschi terminata nella seduta di martedì 29, inizia adesso la prova più importante, quella dei numeri, perché si comincia a votare punto per punto per definire quello che sarà il testo che uscirà dalla terza lettura di Palazzo Madama. E visto che, tra date sul calendario, articoli da votare e algoritmi impazziti, sulle riforme un po’ tutti “hanno dato i numeri”, è forse il caso di provare e metterli in ordine, dopo la decisione di oggi del presidente Pietro Grasso di dichiarare irricevibili i 72 milioni di emendamenti presentati dalla Lega.

2/3: Secondo quanto recita la stessa Carta che si va a riformare, per l’approvazione definitiva di una legge di riforma costituzionale sono necessari i due terzi dei voti del Parlamento. Numeri che il governo Renzi in questo momento decisamente non possiede, in particolare al Senato: il Pd conta 113 senatori, Area Popolare 35, Svp-Psi-Maie 19 per un totale di 167 su 321 senatori. In mancanza del quorum, si rende necessario un referendum: il premier Matteo Renzi ha comunque già fatto sapere a più riprese di voler ricorrere al referendum in ogni caso, sicuro di riuscire a legittimare così la riforma.

1: l’articolo 1 del ddl Boschi, uno dei più importanti, ridefinisce le funzioni del nuovo Senato. Nel testo uscito dalla Camera in seconda lettura si legge che “il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica e tra questi ultimi e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Concorre alla valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni, alla verifica dell’attuazione delle leggi dello Stato nonché all’espressione dei pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge”.

2: l’articolo 2, riguardante le modalità di elezione del nuovo Senato, è stato senz’altro il più dibattuto sia tra maggioranza e opposizione che all’interno della maggioranza stessa, rischiando di spaccare il Pd, con la minoranza che spingeva per l’elezione diretta: il testo attuale recita invece che “con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci. I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”. Grasso deve ancora sciogliere la riserva sull’emendabilità dell’articolo.

3: gli emendamenti presentati in extremis dalla presidente della Commissione Affari costituzionali Anna Finocchiaro, che hanno contribuito a mettere d’accordo maggioranza e minoranza Pd: il primo apre a una forma di legame diretto tra voto espresso dai cittadini ed elezione al Senato con la formula di “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge”; il secondo dà più poteri di controllo al Senato su politiche pubbliche e politiche della Ue sui territori; il terzo dà al Senato il potere di eleggere due giudici della Consulta.

5. I senatori di nomina presidenziale attualmente previsti dalla riforma: numero contestato da opposizioni interne ed esterne perché giudicato sproporzionalmente elevato rispetto a quello complessivo dei senatori, che saranno 100.

12. E’ l’attuale numero ufficiale dei ‘verdiniani’ al Senato, la pattuglia che, capeggiata appunto dell’ex fedelissimo di Silvio Berlusconi Denis Verdini, ha lasciato Forza Italia per formare il Alleanza Liberalpopolare-Autonomie: a loro si è però aggiunto anche Giuseppe Ruvolo. Verdini è visto attualmente come il ‘ponte’ tra Renzi e Berlusconi al Senato: i suoi voteranno la riforma, al momento sono 13 preziosi voti in più per la maggioranza.

13. Il voto finale del Senato è previsto per il 13 ottobre, come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo della scorsa settimana, in cui la maggioranza aveva insistito perché si anticipasse addirittura all’8 ottobre, affinché si passasse subito all’esame delle Unioni civili prima della legge di stabilità. A chi lo criticava per aver dichiarato irricevibili gli emendamenti leghisti, il presidente del Senato Pietro Grasso ha ricordato: “Mi avete dato il termine del 13 ottobre e quindi non posso fare diversamente, mi sarei comportato in un altro modo se avessimo avuto più tempo”.

17. Lo stesso Grasso ha spiegato che “solo per esaminare tutti gli emendamenti presentati dalla Lega ci sarebbero voluti 17 anni. Volete forse sospendere tutto e aspettare 17 anni?”. Lo stesso Calderoli ha fatto però conti diversi: “Al mio algoritmo risulta che le servirebbero 161 anni, signor presidente, ammettendo che lei lavori per 24 ore al giorno” ha spiegato con tono ironico.

41. E’ il numero totale degli articoli di cui è composto il ddl Boschi: tra gli altri fondamenti, quelli che riformano il Titolo V, ridefinendo i rapporti tra Stato e Regioni e le rispettive competenze, e che eliminano il Cnel. “Sono 70 anni che la Costituzione aspetta di essere riformata” ha detto il ministro Maria Elena Boschi nella sua replica al Senato dopo la discussione generale. In realtà l’attuale Costituzione è in vigore dal 1948, quindi da 67 anni.

72 (milioni): tanti sono gli emendamenti della Lega Nord dichiarati irricevibili da Grasso: “Per rispettare i tempi stabiliti dal calendario dei lavori, la Presidenza è oggettivamente impossibilitata a vagliare nel merito l’abnorme numero di emendamenti se non al prezzo di creare un precedente che consenta di bloccare i lavori parlamentari per un tempo incalcolabile”.

85 (milioni): tanti erano gli emendamenti presentati inizialmente da Roberto Calderoli, tutti creati ‘artificialmente’ da un software: “Si tratta di un algoritmo capace di creare testi all’infinito, semplicemente cambiando una parola, modificando l’ordine delle frasi e così via” aveva spiegato lo stesso vicepresidente del Senato. Che dopo la ‘tagliola’ di Grasso si è sfogato: “L’ostruzionismo non è una cosa vietata dai regolamenti e non si può dire che è democrazia quando si è all’opposizione e che è eversivo quando si è a maggioranza. E’ abnorme il numero di 85milioni di emendamenti? Può darsi, ma non è abnorme un governo che si rifiuta di parlare con la sua stessa maggioranza e con l’opposizione? Tra Italicum e riforma costituzionale credo che vi sia una deriva autoritaria in corso”.

380 mila in formato elettronico più altri 3500 cartacei: è il numero degli emendamenti leghisti rimanenti, giudicati ammissibili e ricevibili dal Senato.

L'AUTORE
Nato a Roma ma cresciuto a Roma. Giornalista sportivo prestato alla politica, giornalista politico ma talvolta prestato ai viaggi, che però l'hanno ridato indietro ogni volta troppo presto.
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