Dislessia: la Buona Scuola ricomincia dai vecchi vizi

Agosto 27, 2015
Alessandro Cini
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Si torna a scuola – Tra il 7 e il 16 di settembre riapriranno in Italia le scuole di ogni ordine e grado. Riprende, quindi, l’attività didattica con lo stesso strascico polemico, che alle porte dell’estate, aveva accompagnato il varo della legge 107/2015 (la “Buona Scuola”) normativa, che tra le altre questioni, ha riformato il piano assunzioni dei docenti. Tra le questioni che restano aperte nella scuola italiana rimane il difficile approccio della classe docente con alcuni problemi, che solo di recente, sono stati inseriti all’interno dell’ambito didattico.

Legge 170/2010, l’oscuro oggetto del desiderio – Dal momento della sua stesura al suo passaggio definitivo in Parlamento, la legge 170 del 2010 – che traccia le linee guida sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento e fornisce indicazioni sui piani didattici personalizzati – ha sempre rappresentato una sorta di oscuro oggetto del desiderio. Questo è accaduto nonostante una circolare ministeriale (la n. 4099/A/4 del 2004) avesse già diradato alcune brume, indicando “la possibilità di personalizzare la didattica, di adottare strumenti compensativi e misure dispensative e di applicare una valutazione specifica in tutte le fasi del percorso scolastico, compresi i momenti di valutazione finale.” L’approdo in Parlamento dei DSA e il varo di una legge specifica, tuttavia, non sembrano aver inciso profondamente sull’atteggiamento di diversi operatori della scuola, che stentano ancora, a distanza di anni, a comprendere l’adozione degli strumenti compensativi o anche solo a modificare il proprio sistema di valutazione per uno studente con disturbi certificati.
Il quadro generale non migliora se si considera che da circa 30 anni l’Italia si è allineata al resto del mondo della ricerca, nello studio dell’impatto che a livello didattico e di apprendimento hanno disturbi quali la dislessia, la disortografia, la discalculia e la disgrafia. Un silenzioso esercito di psichiatri, psicologi, pedagogisti, insegnanti e logopedisti, una volta individuati i criteri diagnostici, l’eziologia, le procedure di indagine, i segni precoci con l’evoluzione e la prognosi, l’epidemiologia e la comorbilità, ora ricerca strategie che consentano agli studenti con DSA di apprendere grazie anche a nuovi strumenti didattici.

I dati del Miur e alcune riflessioni – Nel febbraio 2011, intanto, il Ministero ha avviato la prima rilevazione sugli studenti con DSA presenti nel sistema nazionale di istruzione. Questa prima indagine relativa all’anno scolastico 2010/2011 ha registrato la presenza nelle scuole italiane di 65.219 alunni con relativa certificazione: parliamo in pratica di uno 0,9% della popolazione scolastica complessiva, un dato talmente esiguo da destare giustificati sospetti. I dubbi aumentano se si considera l’incidenza media di questi disturbi, che oscilla tra il 3% e il 5% della popolazione.
In realtà – entrando nell’ambito applicativo della Legge 170 – in assenza di un percorso di individuazione e di accertamento dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, la stessa normativa non può essere applicata sui banchi di scuola: gli studenti non riconosciuti e certificati, infatti, non possono fruire di alcuna misura dispensativa o strumento compensativo previsti per legge. Alla luce della successiva rilevazione avviata nell’anno scolastico 2011/2012, i dati hanno indicano già un sensibile aumento degli alunni certificati DSA: rispetto all’anno precedente hanno toccato quota 90.030 unità, l’1,2% dell’intera popolazione scolastica, con un incremento del 37% delle certificazioni da un anno all’altro.
Questi dati confermerebbero l’esistenza una sorta di “epidemia” da Disturbo Specifico dell’Apprendimento tra i giovani “nativi digitali”? Tutt’altro. Come fanno sapere dal Miur, è più facile ipotizzare che “un simile incremento sia dovuto alla maggiore sensibilizzazione rispetto a tale problema, facendo prevedere che nei prossimi anni il numero degli alunni con certificazione di DSA possa aumentare ulteriormente.”
Nonostante le difficoltà da parte di molti insegnanti di recepire i punti cardine della legge, soprattutto quando la certificazione del problema giunge tardivamente (diversi ragazzi scoprono di essere dislessici alle superiori) – ciò che risulta fortemente accresciuta in questi ultimi anni è la sensibilizzazione a cui vanno incontro le famiglie, specialmente nell’avvio del percorso scolastico. Una grande attenzione è concentrata nella scuola primaria: il processo di letto-scrittura (i primi anni delle elementari sono fondamentali) fornisce importanti indicatori per l’individuazione di un eventuale disturbo. Se lo sforzo di attenzione è posto già a partire dalla scuola dell’infanzia, l’intero processo si rafforza, creando un circolo virtuoso “attenzione al percorso scolastico del bambino-individuazione dei marker-certificazione del disturbo-applicazione della legge”.

Come un genitore può riconoscere i DSA del proprio ragazzo – Chiariamo subito un paio di concetti: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia non sono malattie come il diabete; questi disturbi si innestano in ragazzi con quoziente intellettivo assolutamente nella norma, o addirittura superiore. Potremmo paragonare i DSA al daltonismo: una percezione dei colori diversa dagli altri, che non compromette in nessun modo la vita presente e futura di un daltonico, né tanto meno la sua crescita intellettiva, affettiva e sociale. Significa avere una difficoltà che può (e deve) essere superata attraverso strategie, che molto spesso, è lo stesso studente a trovare. Non sempre i genitori di ragazzi con DSA approcciano alle difficoltà dei propri figli nella maniera corretta, soprattutto quando le figure preposte a riconoscere il problema non sono in grado di farlo, o peggio lo sottovalutano, attribuendo lo scarso rendimento degli studenti al poco impegno sui libri.
Molto più spesso di quanto non si pensi sono proprio i docenti i primi a creare situazioni di forte disagio in un ragazzo con DSA, e questo è ancora più eclatante quando le difficoltà si evidenziano, come già accennato, con grave ritardo alle scuole superiori. Ma quali sono i “marker” che dovrebbero far suonare il campanello d’allarme in una famiglia? Sul fronte scolastico si deve considerare che il processo di letto-scrittura si consolida nei primi anni delle scuole elementari, e che sarebbe prematuro rimandare a diagnosi per problemi riguardanti la sola scrittura prima della fine della terza elementare, è possibile però rilevare alcuni indicatori.
Ma oltre alla scuola, dove bambino spesso compie nella lettura e nella scrittura errori caratteristici, c’è la vita casalinga in cui certe difficoltà si evidenziano con l’andar del tempo, e laddove la semplice osservazione da parte di un genitore può essere importante. Tra i marker più evidenti vi sono, per esempio, l’inversione di lettere e numeri (es. 32 vs 23); la sostituzione di lettere (m/n; v/f; b/d, a/e); la difficoltà a imparare le “tabelline” e le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, i mesi dell’anno nella corretta sequenza; la confusione in ordine ai rapporti spazio/temporali (destra/sinistra; ieri/domani; mesi e giorni); la difficoltà del bambino a esprimere verbalmente, in maniera logica e sequenziale, quello che pensa; a volte sono presenti anche difficoltà in alcune abilità motorie (allacciare le scarpe, vestirsi, etc…).

L'AUTORE
Alessandro Cini è nato a Roma il 3 gennaio 1964. Laureato presso l’Isef di Roma, ha intrapreso la carriera giornalistica occupandosi di politica dello sport e dell’educazione. Appassionato di letteratura per ragazzi, ha scritto e pubblicato racconti in “Alta Leggibilità” per Biancoenero Edizioni.
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