Il profumo dei ricordi, tra olfatto e memoria

Elisabetta Besutti

Giornalista e educatrice, laureata in Scienze dell'Educazione e della Formazione. La sua nota caratterizzante? Un'alta concentrazione di passioni: per la scrittura, la poesia, la psicologia, le scienze, le new technologies ed in generale per tutto ciò che è comunicazione e creatività. PROFILO FACEBOOK: Lisa Besutti

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«Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo…». Così Patrick Süskind nel romanzo “Il profumo”, a sottolineare tutta la potenza di quello che tra i cinque sensi è forse il più sottovalutato: l’olfatto. Eppure si tratta di un senso raffinatissimo, soprattutto per i suoi mille e più tipi di differenti ricettori in grado di percepire ogni sottile sfumatura tra un odore e l’altro.

Se dovessimo fare un breve excursus storico, sarebbe inevitabile far riferimento ai primitivi che, non essendo ancora evoluti, all’olfatto affidavano la propria sopravvivenza, legando ad esso la possibilità di muoversi in un ambiente ostile. Facendo poi un lungo balzo in avanti e approdando alle neuroscienze, non possiamo fare a meno di ricordare che i segnali provenienti dalla vista, dall’udito e dal tatto, prima di essere recepiti, hanno bisogno di elaborazione e ricodifica, effettuate dal talamo. Gli stimoli olfattivi invece non hanno tramite: dal naso arrivano dritti al bulbo olfattivo, generando sensazioni che restano impresse nel cervello molto più a lungo rispetto a quelle prodotte dagli altri sensi. Questo è uno dei motivi per cui gli odori sono in grado in pochi secondi di far riaffiorare ricordi legati a persone, cose, eventi.

Ma perché anche a distanza di moltissimi anni un determinato odore ci ricorda una persona o una particolare situazione? Marcel Proust affermava che i ricordi vengono innescati dalle ghiandole olfattive: anatomicamente infatti il sistema olfattivo si trova vicino all’amigdala, struttura cerebrale deputata alle emozioni, e all’ippocampo, la parte del cervello che svolge un ruolo fondamentale nei processi della memoria. Lo scrittore ci inebria così ne “Alla ricerca del tempo perduto”: «…quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo…».

Ancestrale, primordiale, immediato, l’olfatto è inoltre il senso più rilevante nella costruzione della cosiddetta memoria sensoriale delle relazioni. L’etologo Konrad Lorenz, parlando di imprinting, dice che all’odore sono collegate le prime esperienze di vita e i ricordi antichi, sensoriali appunto. Questi esistono ben prima dei ricordi come li intendiamo comunemente e nei quali è implicato lo sviluppo del linguaggio.
Alla memoria sensoriale sono legati gli aromi, i profumi, gli odori specifici di quella cosa o quella persona, proprio perché associati ai privatissimi vissuti personali e quindi in grado di suscitare emozioni forti, lungo un vero e proprio viaggio olfattivo tra giochi d’infanzia e scoperte nuove ogni giorno, tra odi viscerali e passioni travolgenti.

Ed ora chiudete gli occhi e cercate di affidarvi solo all’olfatto: che “profumo” hanno i vostri ricordi?

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Elisabetta Besutti

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