L’inconsapevole trinità – un romanzo di Marcello Lippi – terza puntata

Settima Puntata de L'inconsapevole trinità o La cattedrale nell'Oceano. Romanzo di Marcello Lippi
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L’inconsapevole  trinità :  terza  Puntata del romanzo di Marcello Lippi.  Qui il link della prima puntata  e della seconda puntata 

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PREFAZIONE 

Scritto durante gli anni di permanenza in Cile dell’autore, questo romanzo racconta una storia affascinante e piena di colpi di scena, in cui agiscono fianco a fianco, secondo quella che è l’assoluta normalità nei paesi del Sudamerica uomini e spiriti, ninfe e personaggi letterari, tutti vivi di un’unica vita che da queste pagine prende corpo e significato. La vera protagonista è una donna, o meglio una creatura leggendaria della letteratura cilena, Osilas, la ninfa che oscilla (donde il nome) tra due mondi e che coinvolge, guida, illumina la vita dei protagonisti maschili. La sua voce è talmente potente e meravigliosa da muovere le onde del mare, il suo operare è benefico e potente per la vita di chi la incontra, siano esseri umani o personaggi letterari resi immortali dalla loro condizione e desiderosi invece di umanità. Il simbolo, il segno, le dimensioni dell’essere. La cattedrale nell’oceano è il racconto di tre vite, o non-vite, alla ricerca del significato del mondo: la prima attraverso la negazione della casualità e l’interpretazione estrema del reale come segno, la seconda attraverso la conflittualità dell’amore non corrisposto, la terza attraverso l’abbandono confidente ad un reale che supera i confini della normalità e ragionevolezza. Tre vite che si intersecano: quella di Pierre de Craon protagonista della pièce di Paul Claudel L’annonce faite à Marie , condannato per un gesto maldestro di violenza ai danni della giovane Violaine a peregrinare in eterno per il mondo con una lieve, ma contagiosa, forma di lebbra in corpo. Immortale perché personaggio di teatro, ma reale, più reale di altri personaggi, nella sua avventura fascinosa e ricca di sorprese, nel suo girovagare attraverso i secoli, maledicendo Dio per la punizione che gli ha inflitto, negandogli anche la redenzione, perché un reale tanto evidente nega la possibilità salvifica della fede; quella di un critico teatrale che, alle prese con un evento imprevisto e destabilizzante, il ritrovamento di una ragazza morente per overdose, si lascia coinvolgere, pensando a questo incontro come ad uno squarcio che deve spezzare la sua vita di prima e creare i presupposti per una nuova, nella quale gli si possibile intuire la ragione del suo esistere, operare ed amare; quella di un pensionato vedovo e solo che incontra uno spirito su una scogliera ed accetta di seguirne le indicazioni fino ad avere una nuova meravigliosa vita in Sudamerica accanto ad una giovane fanciulla. Cos’hanno in comune? Forse nulla, forse un mondo di sensazioni e verità che appartiene solo a loro e del quale Osilas, la creatura del mito andino che oscilla tra le due dimensioni e si coinvolge con l’esistenza di tutti e tre, possiede le chiavi. Il lettore è chiamato ad accettare in questa opera non solo l’operare congiunto di creature terrene, di esseri intermedi tra la dimensione della materia e quella dello spirito e di personaggi di teatro umanizzati, ma anche che i personaggi di una storia corrispondano a quelli dell’altra, che un personaggio possa essere nel contempo morto e vivo in uno sdoppiamento che trova le sue ragioni nel suo essere fortemente angelico e nel contempo simbolico.

Redazione Cultura

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L’inconsapevole  trinità

o

La cattedrale nell’ Oceano

ROMANZO di MARCELLO LIPPI

Terza Puntata

7

“Sì”- pensava- ” il colpo d’occhio è magnifico, grazie a questi giochi che la luce del sole fa penetrando dal tetto tutto di vetro e riflettendosi sui pavimenti incerati. Non fosse per i pesanti disegni marroni che ornano il  piastrellato e per quei brutti  finti  sentieri  ciechi  colleganti  le  colonne di metallo brunito, si avrebbe  una  sensazione  di  sospensione  tra  due  cieli, tra  due aspetti speculari della stessa porzione di immensità. Ma cosa ha a che fare con una cattedrale? Perché questo giovanotto pieno  d’orgoglio  strapaesano  mi definisce questa costruzione “Cattedrale laica” ? Non si accorge dell’assurdità della definizione, della sua intrinseca contraddizione, dell’ossimoro?

Non sono le pietre a fare il tempio! Qui nulla invita alla preghiera: non i negozi, né le finestre delle  stanze, né  quelle  patetiche aiuole  rotonde  che hanno solo la  funzione  di  aumentare l’impressione di trovarsi in una serra, né l’atmosfera ovattata di lusso, né l’intreccio stretto delle travi metalliche che supportano le vetrate del tetto! E l’altare?  Sarebbe  quel  punto  là in fondo, tutto vetrate, con portoni dorati e  due ascensori  anch’essi  dorati e con le  pareti di vetro  che  salgono ai piani in modo tanto silenzioso da evocare miracolose ascensioni?  Cosa ha a che fare tutto questo con il Mistero?  E perché  questo presuntuoso ignorante non  cessa di  propinarmi  le sue  assurde  teorie e non  mi porta piuttosto a pranzo in città?”

In  piedi, al centro della hall dell’ albergo, Pierre  sentiva di non riuscire  più a  controllare i propri nervi e che sarebbe presto esploso,  maltrattando  il  giovane  studente di architettura che lo era venuto a prelevare.  Gli era  insopportabile  l’assenza  totale di spiritualità in chi si riproponeva d’intraprendere la sua stessa  missione! Sapeva  bene che  questo era il requisito primo, ciò che distingueva in modo assoluto il genio dall’artigiano e, per questo, mentre continuava in ogni città a  cercare  inutilmente  tra  le facce  dei  suoi  allievi  qualcuno  nel  quale si  potesse intuire un barlume di genialità, il  suo  carattere  andava  peggiorando e la sua capacità di autocontrollo deteriorandosi. Inoltre non gli  era gradita la compagnia maschile e non riusciva a perdonare il rettore di avergli  inviato questo slavato ventenne anziché una studentessa prosperosa. Il suo cattivo umore era palese,  ma l’altro non  si  dava   per   vinto e continuava a  magnificare  l’arditezza  architettonica  di quell’albergo,   dando  sfoggio   di    quei    tecnicismi     che    gli   studenti  d’architettura  di cultura libresca  esibiscono  quando  vogliono che l’interlocutore non capisca assolutamente niente e si senta  un  idiota. Pierre, nel mentre,  lo guardava da dietro le spalle e pensava al modo più feroce e disumano di ucciderlo prima che mettesse al mondo qualcuno che potesse assomigliargli e prolungare la specie. Concluse che,  in  tono  con  le sciocchezze che stava dicendo, non sarebbe stato male crocifiggerlo  davanti agli ascensori. Già era  venuto di malavoglia a fare questo seminario  sul gotico  tedesco a Köln ed il fatto che gli avessero chiesto una consulenza tecnica  sui  lavori di ristrutturazione di una  delle due torri della cattedrale e che lui, per amore dell’edificio e niente più, avesse accettato, gli dava ancor più il disagio di sentirsi svalorizzato, svilito nella sua creatività, umiliato dai tempi che stava attraversando, così  poco  propensi,  se non  in qualche sperduto e  poverissimo  paese  africano  dotato di un  sovrano megalomane, alla costruzione di nuovi grandi templi. Lui  non era un tecnico, né lo sarebbe mai  potuto  diventare, e,  quando veniva richiesto di pareri  su come  contrastare  l’usura del  tempo in edifici non costruiti da lui,  soffriva pene orribili per reprimere la tentazione di  correggere gli errori del collega, di dire che era tutto sbagliato, di distruggere per riedificare.

Gli  capitava naturalmente anche con le proprie opere di notare le imperfezioni, dovute a volte alla scarsa qualità del  materiale, altre  all’imperizia  delle  maestranze, altre ancora ad un suo vero e proprio errore  di  concezione. Potevano  essere  perfette architettonicamente, ma non  ispirare  il  “genio orante”, come lui diceva, non essere “casa dello spirito”.  Questo  gli  dava momenti di depressione  orribile: avrebbe  potuto  sopportare  la  condanna più facilmente, se non avesse dovuto assistere al perennizzarsi del proprio limite, della propria finitezza, del proprio peccato!

Non sopportava di sbagliare e sbagliava continuamente, avendo, per di più,  un’acuta coscienza dell’errore. Questo non lo dissuadeva dall’azione, ma al contrario la rendeva violenta, rabbiosa: sfidava ogni giorno la propria incapacità alla perfezione ed il suo carattere andava così guastandosi irrimediabilmente. La sua fama di uomo scontroso, intrattabile, sempre distratto, privo d’interesse per gli altri, ormai si era così consolidata che i rettori  delle  università,  gli stessi colleghi  e  le  autorità  ecclesiastiche   preferivano   limitare  gli incontri, adducendo scuse varie ed inviandogli  spesso  studenti,  assistenti o seminaristi per riceverlo ed accompagnarlo nelle sue visite.  Il malumore cresceva ad ogni passaggio in una nuova città.  Aveva assistito all’edificazione di città superbe, di palazzi meravigliosi creati per eternizzare il creatore ed il committente! Ora  tornava  nella  stessa città, dopo moltissimi anni, e vedeva la rovina di ciò che era stato creato  per  durare ed i  guasti  atroci  dell’incuria. Non  erano tanto  le guerre con la  loro distruttività a sconvolgerlo, bensì il degrado quotidiano: gli orrendi  palazzi  costruiti “sine ratio” al fianco dei capolavori del passato, la sporcizia, l’inquinamento, il rumore! Ogni  volta che  ritornava in una città,  faticava ad orientarsi, si smarriva, cercava disperatamente rifugio nella cattedrale, ma spesso il frastuono delle auto, degli aerei e degli stereo penetrava anche lì, perseguitandolo.  Per questo amava la notte, quando  questo rumore si stemperava e si faceva meno aggressivo, cosicché egli poteva almeno seguire il filo dei propri pensieri, poteva “presentire” la morte, la liberazione, il perdono.

– “Maestro, allora, che ne pensa?”

Ah, già, lo studente! Pierre contrasse il viso in una smorfia dolorosa e la sua voce si fece cupa:

– “Penso che, se ha finito con le sue sciocchezze, mi piacerebbe mangiare qualcosa.”

Lo studente passò in un secondo dall’orgoglio per i brillanti raffronti  a  lungo  studiati per far colpo sul maestro all’imbarazzo più  totale; le sue gote si fecero porporine, gli mancò il respiro, gli occhi si spalancarono in uno stupore dolente,  il cuore  gli impazzì nel petto e balbettò solo:

– “Ce..certo, maestro, su..subito!”

Heinrich era uno dei migliori studenti dell’ultimo anno di architettura  ed  incontrare  il  grande  e misterioso maestro era stato per lui un  premio insperato. Sapeva che era la sua grande occasione e non  voleva  sprecarla, ma aveva  scelto  l’approccio peggiore:  voleva farsi ammirare dal maestro, voleva che si interessasse a lui, che  magari gli proponesse di fargli da assistente nella costruzione di qualche capolavoro, voleva fargli vedere quanto fosse  bravo.  Per  questo si era presentato con una cartellona zeppa  di  disegni, sperando  ci fosse l’occasione per mostrarli al maestro. Ma Pierre, che aveva incontrato un’infinità  di  studenti  nella  propria  lunga  sopravvivenza,  si guardò bene perfino dal lasciar cadere uno sguardo sulla cartelletta: fece sembiante di non averla vista, nonostante fosse talmente grande che Heinrich riusciva appena a tenerla sotto il braccio e ne era impedito in ogni movimento. Sapeva che avrebbe pagato caro anche un solo piccolo accenno a quell’oggetto!

 Heinrich gli  fece  strada fino al parcheggio  dell’hotel, sforzandosi di mascherare la propria delusione, di nascondere l’umiliazione ed il risentimento.    Amava quell’uomo  per tutto ciò che rappresentava per l’arte mondiale, ma nello stesso  tempo l’odiava  per la sua stessa celebrità, che lo autorizzava ad ignorare o maltrattare  il prossimo; lo invidiava per tutto ciò che possedeva nell’anima e nelle mani e per  la  sua  inarrivabile grandezza.

Lo sguardo di  Pierre cercò  in lontananza di scorgere le  torri  della sua  amata  cattedrale,  poi si  posò su un piccolo  quaderno che egli portava sempre con sé e dove annotava le cose  importanti per il suo  lavoro. I suoi occhi sembravano non  interessarsi  mai ad un  essere umano, se non a qualche  ragazza molto graziosa che egli sceglieva come compagna per periodi che si facevano da un po’ di tempo sempre più brevi.

La frequentazione di tutto il  genere  maschile  dell’umanità era quindi per lui un obbligo spiacevole da limitare il più possibile e non  aveva mai  avuto  amicizie, nemmeno  superficiali.  Era più semplice così! Poteva cambiare identità a piacimento, senza correre il  rischio di dover dare  spiegazioni a qualche stupito conoscente.

Le nubi impedivano al sole di scaldare  le strade del  centro, che erano molto intasate dal traffico nevrotico di una mattinata lavorativa.

– “Tra qualche minuto saremo alla cattedrale, maestro!”

– “Voglio sperarlo!”

Com’era  possibile  che un uomo così sgradevole fosse poi l’artista che tutto il mondo riteneva essere il miglior interprete della religiosità di un’epoca? Sembrava che il suo lavoro non lasciasse traccia nella sua anima o che fosse opera di un’altra persona: non  c’era unità tra  spirito e  creazione, solo insofferenza e tormento che  trasparivano  dallo sguardo infelice che passava nervosamente da un  oggetto  all’altro  senza  posarsi  mai, come se quegli occhi avessero visto troppo e cose molto sgradevoli.

Il suo viso era come scavato nella pietra: i lineamenti duri, il naso  prominente,  la bocca  stretta, aumentavano  l’impressione di forza solitaria che emanava dalla figura, alta ma un poco curva, come di chi è costretto dall’altezza a guardare spesso in basso. Heinrich  lo  mirava  di nascosto, cercando  di  imprimersi nella mente  il suo  modo di  prendere  appunti, le sue espressioni facciali, il suo sbuffare continuo d’impazienza, le lievi  contrazioni nervose  delle  piccole  rughe a  contorno  degli occhi: quelli che erano i segni della grandezza, le ferite delle  guerre  passate e della sua lotta per eternizzarsi o per finitizzarsi.

L’auto intanto scivolava a fatica per la Martinstraße tra frotte di turisti guidati da strani personaggi che agitavano al cielo ombrelli colorati,  cappelli fantasia,  cartelli con il nome di qualche agenzia  di  viaggi:  il miscuglio di  razze era incredibile, eppure erano tutti  vestiti allo stesso modo, dicevano le stesse cose, sporcavano per terra con le loro cartacce e le deiezioni dei loro cani, si  disinteressavano  totalmente  di  quello  che  la  guida  diceva, preoccupandosi più di osservare le vetrine o le  belle  ragazze di passaggio, con il pensiero già  rivolto alla  serata da  trascorrere in qualche locale a bere birra e dire volgarità.

Lo sguardo di Pierre li sfiorava come provenendo da mondi lontani, quasi avesse voluto cancellarli da quel luogo, da quel tempo che  lui stava attraversando incolume e stanco. Di colpo si rivolse all’autista:

– “Fermi qui! Proseguiamo a piedi!”

Scesero con qualche intoppo dovuto alla cartelletta di Heinrich: essa si incastrò nella portiera della  vettura costringendo lo studente a  sforzi   disumani   per  liberarla,  tra  l’ impaziente strombazzare dei clacson  delle  auto  impedite al  passaggio e le colorite  imprecazioni dei  conducenti, cui la  lingua tedesca prestava  la forza di una fonetica dura ed aspra come quella di nessun altro idioma. Soltanto per Pierre la cartelletta rimaneva invisibile! Attese  pazientemente,  volgendogli le spalle, che lo studente, sudato ed affannato, si  dipanasse  dal groviglio di braccia, gambe, sedili,  cartelletta e portiera, come preso da un pensiero ineludibile, e parve perfino non udire il suono sgraziato dei clacson e le imprecazioni, che, se non  brillavano  per  originalità,  erano indubbiamente molto efficaci sul piano squisitamente onomatopeico.

Quando Heinrich finalmente riuscì a raggiungerlo, Pierre disse semplicemente:

– “Desidero  pranzare in uno di  questi  tipici localini per  turisti

    prospicienti al  Rheingarten; poi raggiungeremo la cattedrale

    a piedi.”

Lo studente  licenziò l’autista e s’incamminò, umiliato, dietro al maestro; era deciso:  a costo di prenderlo per il collo gli avrebbe mostrato i disegni!

Il  Rhein era molto meno azzurro di come Pierre ricordasse dall’ultima visita; molti di più erano i turisti  che affollavano i  giardini mangiando per terra, seduti sull’erba come un tempo facevano i miserabili; molto più assordante era il rumore dei  motori che  facevano  sentire  anche lì,  nella  zona pedonale, il loro rombo sordo.  Mangiò di  malavoglia,  rallegrato  solo dal comico imbarazzo  dello  studentello che  attendeva  l’occasione  per esibire i propri capolavori.  Si divertiva a  tormentarlo, ma  questo gioco l’aveva  fatto  già  troppe  volte e la sua  mente vagava disperata alla ricerca del silenzio e della sua amata solitudine.

Gli era impossibile concentrarsi su un’idea con quel rumore, seduti  ad un  tavolo com’erano tra una comitiva di bavaresi beoni e ridanciani ed una di spagnoli con molti bambini al seguito. Per questo consumò in silenzio il pasto e si alzò, senza attendere che Heinrich finisse di pranzare: uscì e prese il cammino per l’ Altermarkt e per la cattedrale. Già da lontano vide i ponteggi in cima alla torre destra. Nessuno era al lavoro a quell’ora ed egli s’infilò  nel  “portico”  tra le due torri.  Il tempio  era pieno di turisti rumorosi che conversavano ad alta voce e si  chiamavano da una parte all’altra  delle  navate;  pochi  stavano  seduti nelle panche in  attitudine  orante,  molto  disturbati  dall’andirivieni dei visitatori.

Pierre  sedette  nell’ultima  panca e  rimase a  lungo  assorto, come ascoltando qualcosa, forse una musica  lontana,  poi  balzò in  piedi e  con ira  menò  sulla  panca  anteriore un  formidabile colpo con il bastone da passeggio che risuonò a lungo  in tutta la navata centrale; certo dell’attenzione di tutti disse quindi in lingua inglese:

– “Signori,  non so  perché  siate qui, né  quello che  cercate, ma questo è un luogo di silenzio!

     Pertanto: rispetto e preghiera! Chi   non   è   qui   per   pregare (e  guardò fisso un gruppo

     di giapponesi) rispetti l’orazione altrui!”

 Lo   sguardo  di   Pierre  si  era   fatto  così  minaccioso che tutti abbassarono il volume della conversazione e, pur deridendolo,  evitarono la sua ira e si allontanarono a  gruppetti,  pensando d’aver a che fare con un pazzo.

Egli si risedette e di fianco a  lui prese posto Heinrich, che si era trattenuto  per  pagare il  conto del  ristorante e poi l’aveva raggiunto, trascinandosi dietro i suoi capolavori.

– “Herr Fuchs non è ancora arrivato”-disse-“siamo in anticipo”

– “Non importa, non ho nessuna voglia di vederlo, ora.  Mi dica:

    perché permettono questo afflusso indiscriminato al tempio?

    Cosa  possono  capire  questi  animali  della  bellezza di questi

    luoghi?  Non è per  loro che tutto ciò è stato creato, ma per gli

    angeli   del   silenzio   e   dell’orazione.  Chi  li lascia entrare e

    comportarsi come se fossero ad uno zoo?”

– “Ha   ragione,  maestro,  ma  sembra  che   sia   troppo  costoso

    mantenere  un  sistema  di   vigilanza  più   stretto:   richiede-

    rebbe  troppo personale.”

–  “Non  sto  parlando  di    vigilanza,   ma  di  coscienza!   Dov’è

    l’anima  di  questa   città?  Dov’è  lo  spirito  che geme e grida

    allo sposo  perché  giunga finalmente il tempo  delle  nozze?

    Dove  sono   il   mistero   ed  il  silenzio  che  ne  facevano  una

    nuova Gerusalemme? “

Heinrich  restò  allibito  e  sul  suo viso si dipinse un’espressione stupida: il Maestro gli stava dando un insegnamento importante, ma come comprenderlo se parlava per enigmi?

– “Io devo  sentire  la voce del vento scorrere tra i contrafforti e

    le  navate, dentro  e  fuori  del tempio; devo vedere le ali degli

    angeli   riempire  di   luce lo  spazio   sotto  le arcate! Solo così

    posso sapere:  ora non  è  possibile!  Non  con  questo  rumore

    molesto di  passi,  questo  vocio  irrispettoso  e  questi  animali

    grotteschi  con  i   loro  apparecchi   fotografici.  Dica  a  Herr

    Fuchs  che  questa  notte  dormirò  qui e voglio essere lasciato

    solo.”

Heinrich  prese  il  telefono  portatile e  compose  il  numero  del Zentral-Dombau-Verein. Quando sollevò lo sguardo i suoi occhi incrociarono  per la prima volta quelli di Pierre e ne fu sconvolto. Non ci fu bisogno di parole:

– “E’ meglio che vada fuori a telefonare!”

– “Ecco, bravo, vedo che qualcosa capisce!”

– “Torno subito.”

– “Se proprio deve….”

Nervosamente  Pierre  s’incamminò verso l’altare che quaranta anni   prima   aveva  egli  stesso  fatto  collocare   nel   punto   di intersezione della navata centrale con il corpo trasversale e lo

rimirò a lungo, notando subito i segni del  tempo  trascorso; poi si volse a guardare il  trono  arcivescovile  collocato  nel  ‘52: qui l’usura non era così evidente come quella  degli  intonachi  delle colonne del coro, che chiedevano urgentemente una pietosa opera di restauro,  dato  che  stavano  cadendo  in  piccole  scaglie  sui  preziosi scranni  del  quattordicesimo  secolo.  Il ticchettio del bastone di Pierre ed il  suo  fermarsi ad  analizzare i  singoli componenti del tempio  scuotendo la testa avevano attirato l’attenzione dei turisti  che  ora  lo  seguivano,  muti  ed  intimoriti,  come  un  piccolo corteo.  Quell’uomo, ancor giovane nonostante il vezzo di portare con sé un inutile bastone, si muoveva come se conoscesse ogni segreto andito della cattedrale, come se ci fosse vissuto.

Il suo sguardo attraversava l’umanità degli astanti. Egli  pareva non accorgersi di loro e, ad alta voce, ringhiava:

-“Con la stazione a pochi metri di distanza!Cosa vogliono da me

   i soci del Zdv? Chiaro che le vibrazioni nuocciano all’edificio!

   Con  tutto  quel  traffico  poi! E  la  campana?  Era necessario

   avere  la   campana   più   grande   del   mondo?  Ventiquattro

   tonnellate! Vogliono che perfino san Pietro la senta suonare?

   Qui si rovina tutto! Maledetto progresso!”

Il suo profumo  lo  colpì d’improvviso, come una frustata, e lui girò gli occhi di scatto, come un lupo in cerca della preda.

I loro sguardi si incrociarono e Pierre la scelse; le si avvicinò e le si rivolse senza inutili preamboli:

– “Lei non mi sembra una turista; vive qui?”

– “Sì, maestro, sono di Köln.”

– “Ci conosciamo?”

– “No, ma desideravo tanto conoscerla: per questo sono qui!”

– “Allora, mi accompagni a vedere la vetrata della “Conversione

    di San Paolo”, la prego!”

Si  avviarono in silenzio, lui annusando avidamente il suo profumo e cercando di immaginare la sua storia, lei sorridente e spensierata, per nulla intimidita né dalla sua fama,  né dai suoi modi bruschi.

Si  soffermarono  alcuni  minuti  davanti  alla  vetrata senza scambiarsi  una sola parola; il viso di Pierre esprimeva ora un inconsueto buonumore  ed  un  profondo  compiacimento  per l’opera di rifacimento compiuta sulla vetrata:

– “Magnifica!   Spero   abbiano   ricostruito   con   la stessa cura anche la vetrata del Milde.”

– “Mi segua!”

Stavano  avviandosi  al  punto  migliore per osservare la vetrata della facciata ovest, quando li raggiunse Heinrich trafelato:

– “Ah, vedo che vi siete già incontrati!”

– “Sì, ma non ancora presentati” – disse, ridendo, la ragazza.

– “Questa è Greta, la mia fidanzata!”

– “Ottima scelta” – disse Pierre,  baciandole la mano e lasciando  che lo sguardo indugiasse a lungo fisso negli occhi di lei.

Il suo viso si illuminò ed una lieve smorfia della bocca  verso destra, sottolineò la sua decisione: si entrava in gioco!

– “Maestro,  ho  parlato   con   Herr   Fuchs,   dice   che  occorre

    l’autorizzazione  del  vescovo per  trattenersi in chiesa questa

    notte, ma che non dovrebbero esserci problemi per ottenerla

    e le ricorda che questa sera ci sarà un party in suo onore al

    municipio.”

– “Un party? Io ad un party? Lei non mi conosce giovanotto!”

– “La   prego,  maestro!  E’  molto   importante   per    la    città:

    l’accompagneremo io e Greta.”

Pierre restò un attimo in silenzio: la presenza della ragazza rendeva la cosa interessante!

– “Non si annoia a queste feste mondane?” –chiese, rivolgendosi direttamente a lei.

– “No,  maestro, anzi!  Si  incontrano  persone  molto importanti

    che possono aiutare nella carriera” – gli rispose lei.

–  “Persone…come me?”

– “No, maestro, come lei non conosco nessuno!”

Le sorrise compiaciuto e la prese sottobraccio, dimenticandosi di Heinrich.

– “Sono  stanco  di  stare qui. Mi accompagnerebbe a   fare   una

    piccola    passeggiata    in   città?   Mi    piacerebbe    rivedere

    Neumarkt.”

S’incamminarono così a braccetto per la Hohe Straße, seguiti da Heinrich, sempre più patetico: era sudato per la fatica di trascinarsi  appresso  l’immensa cartelletta e rosso in viso per il caldo e la gelosia. Credeva di cogliere negli sguardi incrociati di  Pierre e Greta i segni di un’intesa segreta dalla quale si  sentiva  tagliato  fuori, messo in disparte, e se, da un  lato,  si  diceva  che erano sciocche supposizioni  perché Pierre aveva fama di essere gay  e  poi, che diamine!- poteva essere suo padre!-, dall’altro lo vedeva di buon umore,  incredibilmente  sorridente e  disposto   alla   facezia,  mentre   fino a poco  prima  era  stato intrattabile. Inoltre lo sguardo del maestro  cercava  gli  occhi  di lei e vi si soffermava a lungo, senza imbarazzo.  Era  lo  sguardo di una fiera,   uno  sguardo  potente   che   lasciava  in  Greta   il   segno  trionfante  della  compiacenza. E lei rispondeva  con  una luce negli occhi che diceva molto di più delle parole che la bocca stava pronunciando. Si  erano dimenticati che  lui  era lì con loro? Cercò senza risultato di richiamare la loro attenzione sbuffando, lamentandosi del peso della cartelletta, della  mancanza  d’aria, del traffico, ma il maestro pareva non udirlo nemmeno e seguitava a parlare con Greta, tenendola al braccio e lanciandole occhiate da padrone.

Heinrich si sentì molto a disagio, anche perché si vergognava di dubitare  di  Greta,  la creatura più solare che lui avesse mai conosciuto, incapace di mentire,  sempre di  buon  umore, devota a lui ben oltre i suoi meriti di amante. Questa era  la  prima  volta nella  quale  lei  lo  trascurava  ostentatamente,  come  se non gli importasse più di lui! Lo studente provò a  convincersi  che fosse il fascino del grande  artista, dell’ uomo  vissuto e  forte, ma che non ci fosse  nulla di  più e  si vergognò dei propri pensieri. Sentì che  in  cuor suo l’aveva offesa con i suoi dubbi e pregustò il momento in cui sarebbero stati soli e l’avrebbe riempita di baci per farsi perdonare.

Greta,  invece,  era  inebriata dalla luce che vedeva negli occhi di Pierre e che si riverberava  sul suo corpo ovunque lo sguardo di lui si posasse: si sentiva bellissima, perché si vedeva così nell’iride chiara del nuovo amico, nel  suo  sorriso,  nel  lieve tremito di piacere che scuoteva il braccio di lui al contatto con il suo.

Sentiva l’agitazione di Pierre, o meglio la indovinava, pur senza conoscerlo, dalla rapidità con cui egli incatenava una parola all’altra  e  passava  da un argomento all’altro senza permettere un solo  attimo  di  silenzio,  quasi  temesse di  rompere  l’incanto di questa nuova relazione alla quale lei si stava abbandonando docilmente. Percorsero quasi meccanicamente  Minoritenstraße e Richmondstraße, senza quasi distogliere lo sguardo l’uno dalla altra, studiandosi  reciprocamente  ed  avvertendo  solo  con  un senso di fastidio inconscio la presenza di Heinrich, il quale, vista l’inutilità dei suoi sforzi per inserirsi nella conversazione, aveva finito per camminare a capo chino, tre passi dietro la coppia. La visita a Neumarkt fu brevissima, perché l’interesse di Pierre  per  la  piazza era del tutto scemato, e,   dopo  pochi   attimi  d’imbarazzo,   egli   chiamò  un   taxi   e si dettero appuntamento a sera.

Rimasti soli, Heinrich cercò di  recuperare  considerazione  agli occhi   dell’ amata,   nonostante   percepisse    perfettamente   la possibilità di averla perduta per  sempre.  Non poteva competere con il maestro; lui non era niente di definitivo, solo una vaga promessa d’umanità dall’esito incerto; non aveva la sua forza, la sua capacità  di  dominare  gli  eventi ed il prossimo, di creare, di eternizzarsi!

Se  avesse  saputo  che in quell’esatto istante Pierre, finito il momento di eccitazione, si stava dibattendo in preda al rimorso più atroce e faceva propositi che non avrebbe poi mantenuto!

Se  avesse  saputo  che il  grande  maestro, dietro l’apparenza di belva  indomabile,  era un  naufrago  sperduto,  incapace di spegnere l’ardore che lo bruciava e che lo dannava,  ogni  giorno di più,  alla  ripetizione  drammatica  di  gesti  e  pensieri  sempre uguali!  Allora, forse,  Heinrich  non  si sarebbe tanto disperatamente arreso ed avrebbe scalfito la fragile  maschera  del  rivale con un  semplice gesto di  compassione, che era quanto di più insopportabile ci fosse per  Pierre, il solo  atteggiamento capace di costringerlo alla resa ed alla fuga.

Pierre non aveva infatti mai permesso ad alcuno di compiangerlo per la sua  vita solitaria, né per il suo carattere bilioso, né per le sue frequenti  depressioni!  Considerava  gli uomini del tempo che  stava  attraversando  talmente inferiori al loro destino ed al suo  che non  tollerava  alcuna manifestazione di affetto o di stima:  accettava solo la critica,  meglio se feroce! Ciò lo poneva su un piano diverso, lo poneva al di fuori dell’umanità, così come il divino aveva deciso, sottraendolo al destino comune.

Immortale! Con  quanto  orrore ripeteva quella parola nelle sue notti insonni! Quante volte aveva cercato la via d’uscita senza trovarla. Era chiaro che non si  apparteneva  più, o meglio non si era mai appartenuto e per un atto di codardia, un solo atto…..

– “Sono  come  Lucifero: mi è  impedita anche la consolazione di

    negare   il  divino! Questa  è  la  mia   vera  maledizione: aver

    posseduto  e  poi  perduto! Ed  ora  incolpo  Dio  di  ciò  che io

    stesso  ho  liberamente   scelto!  Forse   morirò    solo   quando

    deciderò di farlo, forse sono io stesso la mia condanna!

    Io stesso la mia  pena: io, la  vittima ed il  carnefice. E’ questo

    dunque l’inferno: la perennità del peccato?”

La lussuosa  camera d’hotel sembrò a Pierre poco diversa da una cella: era la  riproduzione  di una casa, come la sua vita era un’imitazione  della  vera  vita, un incubo amaro, senza la possibilità  salvifica del risveglio. Prese con ira il libro dei salmi e cominciò a declamare il salmo 36:

“Putride e fetide sono le mie piaghe

  a causa della mia stoltezza…”

Alzò  lo  sguardo  al  soffitto  e, senza un gemito, si lasciò cadere, esausto, sul letto.

Greta parlava ad Heinrich,  ma  sembrava  assente. Il suo sguardo vagava in cerca delle nubi leggere che, sospinte dal vento,  lasciavano trasparire timidi  squarci di sole. Egli intuiva il suo disagio, la sua voglia  di correre a casa per raggomitolarsi sul ricordo di quell’incontro, per far sì  che non  dovesse  sfuggirle  mai; capiva la sua ansia, il suo desiderio che  quelle  ore  scorressero  velocissime e che la separazione dal maestro fosse brevissima.

Sapeva di vivere un istante decisivo, nel quale qualunque cosa avesse detto o fatto avrebbe avuto un peso terribile sulla sua esistenza.  Ebbe  paura:  un  brivido  freddo  gli corse sulla pelle, lo stomaco si contrasse e si sentì infinitamente piccolo e debole.

Non disse nulla di quanto avrebbe desiderato dire, solo le disse, spinto da un improprio, ma insopprimibile bisogno:

– “Ti trova molto simpatica il maestro!”

– “Sì, penso di piacergli..come allieva s’intende!”

– “Pensi di poter convincere il maestro stasera a guardare i miei

    disegni? Sai per me è molto importante….lo faresti  per  amor

    mio?”

Greta si fermò, lo guardò per un istante negli occhi, poi lo accarezzò dolcemente e gli disse:

– “Povero Heinrich, povero amico mio!”- e riprese a camminare verso casa.

– “Perché “povero”? Perché “povero”?” -disse  lui  con  la  voce  strozzata,  affannandosi ad inseguirla nonostante l’impaccio della cartelletta.

– “Perché sei morto e nemmeno lo sai!”

Rimase  immobile,  più patetico che mai, all’angolo della strada; non la seguì: la fissò  muto  finché non  scomparve dietro un alto    edificio     ed     allora    tutta     la     sua     impotenza    ebbe     il sopravvento ed un fiume di lacrime gli irrorò senza ritegno il viso.

Quanto rimase in quella posizione? Minuti, ore?

Poi, come se avesse preso una decisione improvvisa ed irrevocabile, prese a correre verso il Rhein.

Dopo  un  breve e profondo sonno, Pierre si ridestò con un acuto malessere: un  cerchio  gli stringeva la testa e premeva sulle tempie come un  antico  strumento di tortura; aveva bisogno d’aria fresca e di silenzio, ma dove trovarli?

Ripiegò meticolosamente sul letto il vestito prescelto per la serata, lucidò le scarpe personalmente, come aveva sempre amato fare, ed indossò un  vestito  totalmente  bianco  sopra  una camicia arancio che, insieme  alla paglietta e al bastone, gli dava un’aria da turista americano danaroso ed esibizionista. Uscì, bofonchiando ancora qualcosa contro le cattedrali laiche, e si diresse verso il Rheingarten.

Camminò un’oretta, chiuso nei propri  rimorsi,  lungo il  Rhein, assaporandone l’umidità e l’alito da gigante malato, invano teso a odorare gli antichi profumi del passato.

Perché si era intromesso tra i  due  ragazzi?  L’avrebbe  fatto se Greta non fosse stata la ragazza di quello stupido studente?

Si stava  vendicando di  qualcosa?  Comunque fosse, ora era impossibile tornare indietro: in camera, poco  prima, aveva deciso di  non  presentarsi  alla festa e, mentre si compiaceva della propria  decisione, le sue mani piegavano il vestito per andarci e lucidavano le scarpe di vernice! Perennità del peccato! Era vittima di una forza più potente della volontà! Ma è peccato se non c’è volontà? Rise amaramente:

– “Vigliacco!…Non fuggire, guarda la realtà, guardati allo  specchio, vecchio Pierre!”

D’improvviso lo colse un’idea, che, come tutte le idee geniali, scaturì dall’osservazione di un elemento  esterno imprevisto: fu scoperta e non creazione! Vide alcuni clochards  sotto un ponte, intenti  a sistemare i cartoni destinati a fungere loro da casa.

– “Altri dannati del mio stesso inferno!”

Dapprima  distolse lo sguardo come fa istintivamente ogni uomo  per  preservarsi  dalla  bruttezza, poi ebbe il moto d’animo contrario e si sedette su un piccolo muretto a distanza  per  studiarne i tratti e le movenze. Erano come lui dei sopravvissuti alla vita,  ma loro erano  incredibilmente più fortunati: avevano in retaggio  la  morte!  Li  vide  agitarsi  come se ogni loro gesto fosse importante  per  il  destino del mondo, ma con quell’aria ciondolante ed affaticata di chi non sceglie più. Tra loro vide anche alcune donne, o  almeno tali erano state, perché ora il loro aspetto ricordava  ben  poco della trascorsa femminilità e si erano totalmente mimetizzate con il gruppo degli uomini.

Il capobranco era il più giovane e dinamico: la gioventù si notava  dai gesti rapidi, non dall’aspetto derelitto e senescente.

– “Lupi, lupi dispersi in città  a cui sono stati  strappati i  denti e

    le  unghie!  Ma l’istinto,  l’anelito  di  libertà,  sarà rimasto da

    qualche parte sotto la scorza dell’umiliazione?”

Uscì allo scoperto improvvisamente, pieno d’entusiasmo come in una di quelle rare volte in cui l’estro  accendeva la  creazione di un  nuovo  tempio; tutto gli era chiaramente in testa, ogni particolare dell’idea,  ogni  piccolo  dettaglio,  ed il malessere di poco prima aveva lasciato il posto ad un’energia insospettata.

– “Scusate  signori,   il   mio   nome  è  Pierre: sono un architetto

    francese.  Se  hanno  la   bontà  di  concedermi  un minuto del

    loro tempo, avrei una proposta da fare.”

La sua figura era del tutto fuori posto in quel luogo, lo era il suo abito  bianco,  lo  erano  le  sue scarpe chiare che si infangarono subito, lo erano i suoi modi affettati e  sorpassati; perciò  non  si stupì di essere accolto dall’ilarità generale, né se ne adombrò.

Il suo  viso  esprimeva una contagiosa simpatia e per questo nessuno pensò avesse cattive intenzioni: solo un paio di clochards si tennero a debita distanza, vittime della propria  diffidenza.

Passò  loro  del denaro, non  molto  in  verità,  ma  molto  più  di quanto essi fossero abituati a gestire, e si pose seduto in mezzo a loro,  incurante di lordare l’elegante vestito bianco sedendosi su una poltroncina di vimini che aveva conosciuto anni di intemperie e  desolazione. Essi si radunarono sedendo in cerchio attorno a lui, come i bambini solevano fare un tempo quando un anziano si accingeva a raccontare una fiaba.

Capivano poco di quello che Pierre stava loro dicendo, un po’per lo strano accento francese che rendeva alquanto insolita la fonetica della lingua tedesca, un po’per la loro disabitudine ad ascoltare altro che il battito del proprio cuore o l’urgenza del proprio bisogno. Quando qualcuno comprendeva, si affrettava, con grandi risate, a tradurre in dialetto o nello slang del gruppo  per coloro che  faticavano a comprendere; passò così un’oretta, dopo  di  che  Pierre,  vinte le resistenze e i dubbi dei suoi  nuovi amici, si alzò e si mise a capo di una strana  carovana  di  miserabili   diretta,  in  fila  indiana,  verso  il  più  vicino  centro commerciale. Era di splendido umore,  il viso era luminoso, giovane, gli occhi vivaci sprizzavano  scintille di piacere, perfino il naso occupava una porzione meno  importante  della  sua  faccia  ed il  lieve incurvamento della  schiena  pareva  scomparso. Alzò il  bastone  con  la punta verso il cielo e lo tenne proteso all’in su, scimmiottando le  guide dei tour operators, felice degli sguardi dei passanti che si posavano  su di lui tra lo  stupito ed il  divertito.  La sua combriccola aveva compreso lo spirito del gioco e chi  aveva ancora la mente sveglia recitava a sua volta la parte del turista e richiamava all’ordine  i molti che  invece non riuscivano a rimaner concentrati su quello  che stavano  facendo che per pochi secondi, poi lo dimenticavano e  chiedevano continuamente:

– “Ma che succede? Che vuole quello?”

  L’entrata trionfale nel Kaufhof fu rimandata di qualche minuto  perché il corteo non era per nulla passato inosservato e, prima che varcasse la  soglia  del grande  magazzino, due  colossi in divisa, con la testa rasata e la  pistola al  fianco, si  erano parati  davanti a Pierre con lo sguardo feroce, bloccando l’accesso.

Lui non  perse la calma,  perché  stava  pregustando  finalmente qualcosa di inusuale e divertente, e fece chiamare il direttore.

Dopo un breve conciliabolo, alla vista del denaro esibito da Pierre, gli scrupoli del direttore furono messi da parte ed egli lo pregò solamente di permettere che li servissero in una sala a parte, per non disturbare la clientela.

– “Ma  certo,  del  resto  i  miei “assistenti” necessitano anche di  una buona toilette: avete docce qui nel Kaufhof?”

– “Veramente solo per i dipendenti…..”

– “E  lei  pensa  che i  suoi  dipendenti  sarebbero disposti, dietro congrua ricompensa..”

– “Quanto congrua?”- chiese l’assistente del direttore.

– “Faccia lei.”

– “Si può organizzare: chiamiamo subito gli addetti.”

Vista  la  quantità di denaro che Pierre aveva tratto dal portafogli, si creò subito  una forza d’intervento molto organizzata: tre signore munite di guanti  di plastica e mascherina erano addette a spogliare gli “assistenti” del maestro; altre sei, munite di grattaschiena montati su lunghi bastoni,    provvedevano     al     loro     lavaggio;     tre     uomini raccoglievano gli  abiti dismessi e li  ponevano in robusti sacchi per la  spazzatura.  Non  fu facile convincere tutti gli improvvisati assistenti di Pierre a  lasciarsi  togliere i  vestiti, perché  temevano  che  sarebbero  stati  loro  sottratti; qualcuno brontolò  per  pudore, visto  che  nessuno  si  curò di dividere gli uomini  dalle  donne,  altri  ridevano e  giocavano  con  l’ acqua, spruzzando le inservienti, che si spazientirono in pochi minuti e terminarono il lavoro solo perché  attratte  irresistibilmente  dal miraggio della mancia promessa. Gli “assistenti” vennero profumati  ed allineati, coperti  solo di un asciugamano, in una saletta che fungeva normalmente da magazzino.

Qui arrivarono i sarti e presero le misure ad ognuno. Non fu facile,  perché  ormai  tutti i clochards, vinta la diffidenza, partecipavano  al gioco  divertendosi, tra  lazzi osceni ed esibizioni sessuali decisamente grevi. Molti tra i maschi erano in stato di visibile eccitazione: da quanto tempo non erano stati lavati e profumati da una donna? Anche le  donne  del gruppo erano in preda ad un risveglio della sessualità e dopo molti anni riscoprivano il piacere del proprio corpo, potendo  oltretutto misurare in modo diretto  gli effetti  che ottenevano sui compagni scostando il proprio asciugamano e mostrando le proprie grazie deperite. Anche i due “gorilla” avevano così il loro da fare a calmare i più agitati e mantenere l’ordine.

Non solo per Pierre, ma anche per tutti i  suoi  amici, quella  era una giornata al di fuori della vita normale, un’eccezione, un dono da gustare fino in fondo. Nessuno poteva prevedere come sarebbe finita, ma tutti, indistintamente, si sentivano finalmente vivi.

Pierre  ordinò  che  fossero vestiti in modo elegante, ma un poco stravagante, come si conveniva ad artisti quali essi erano.

Comparvero così anche molti foulards a sostituire le cravatte in abiti  di fattura pregiata, ma  non  troppo  seriosi, e fazzoletti da taschino  dai colori sgargianti. Mentre alcuni provavano gli abiti, una squadra di parrucchieri, manicure ed estetisti, fatta venire dal direttore, si occupava della toilette degli altri, senza la pretesa  di  cancellare  le  devastazioni  che la natura aveva operato negli anni, ma solo per ridare loro un aspetto che li rendesse accetti al pubblico sguardo.

Poi,  saldato  il  conto,  Pierre  li  guidò tutti ad una trattoria del Rheingarten, dove, nuovamente, dovette vincere con la forza del denaro la resistenza del proprietario che conosceva quei signori molto bene per aver loro spesso passato qualche avanzo. Si  sedettero  all’aperto,  alquanto  discosti  dagli  altri tavoli nei quali  alcuni  clienti sorseggiavano caffè  e  cioccolate   impreziosite  dalla  Schlagsahne, e consumarono un pasto non troppo abbondante, perché poi non li cogliesse il sonno, e soprattutto senza vino, perché la sobrietà  era assolutamente necessaria per la riuscita del piano. Pierre vinse  le  loro  proteste promettendo che sarebbe stato loro offerto più tardi un vino prelibato. La  tavolata  era  assai  più  rumorosa e scomposta di quella che poche ore prima lo aveva tanto infastidito mentre pranzava con lo studente, ma ora il buon umore di Pierre era evidente: osservava  i  nuovi  amici  con  cura, in silenzio, come  uno  scrittore avrebbe potuto fare alla ricerca di personaggi per un romanzo. Non si  soffermava  tanto  sul loro aspetto: non erano le fattezze esteriori che lo interessavano quanto le movenze, le risate, la loro diversità così meticolosamente costruita negli anni, che li rendeva così  fuori posto dovunque andassero. Erano  mostruosi nei loro  costumi  da  ricchi, con  le  loro  pettinature già messe a repentaglio  dall’abitudine  ad un contegno assai poco controllato: sembravano  bambini  truccati da adulti. La mascherata risaltava la potenza sconfinata della  loro  libertà e della loro sconfitta. Uno solo, il più giovane, non sembrava  del tutto  sradicato dalla propria normalità: evidentemente la scelta era recente e pareva non aver ancora intaccato a fondo la sua capacità di adattamento. Era del resto più simile ad un contestatore degli anni ‘60 che ad un clochard: aveva un supporto culturale vivo, un’intelligenza  non  ancora  azzerata  dall’abuso  di alcoolici, una sufficiente capacità di nascondere a se stesso ed agli altri ciò che di coatto c’era nella sua  scelta,  mascherandolo per ideologico e romanzandolo. Fu lui ad avvicinarsi a Pierre, tralasciando  il cibo, ed a stuzzicarlo:

– “Pierre non è il suo vero nome, ovviamente!”

– “E perché non dovrebbe esserlo?”

– “Va   bene,  va   bene!  Come   vuole,  non  fa  niente!  Però  la  chiamerò Gérard.”

– “E perché mai?”

– “Vedo che non frequenta molto i teatri d’opera, maestro!”

– “Vero,   preferisco   la   prosa,   soprattutto   le   pièces di  Paul Claudel che è stato un mio grande amico”

– “In che senso scusi?”

– “Nel    senso   che   la  lettura dei suoi testi ha accompagnato la mia  infanzia  e  la mia  adolescenza”- riparò in qualche modo Pierre.

– “Dunque non conosce Umberto Giordano?”

– “Mi aiuti a ricordare…”

– “Nel    primo   atto   dell’  “Andrea   Chenier”,     melodramma

    ambientato   nella  rivoluzione   francese,  un   servo,  Gérard

    appunto,   irrompe    durante   una   festa    a   casa   della sua

    padrona,  la  contessa   di   Coigny,  alla  testa di una banda di

    miserabili,  annunciandoli   come   “Sua  Maestà la miseria!”:

    non è questo ciò che vuol fare?”

– “Così lei mi toglie il gusto dell’originalità!”

– “Non sa da quanto tempo nessuno mi dà più del lei!”

– “Ed ora che dovrei fare?”

– “Andare  avanti,  mi  sembra   ovvio:   noi   siamo  con  lei, alla

   peggio ci  tratteranno come sempre ci trattano, non  rischiamo

   di   più.   Ma  ha   pensato   alle   conseguenze   sulla    sua

   carriera?”

– “Ho l’aria di uno che si preoccupa della carriera?”

– “No, lei ha l’aria di un vero artista!”

– “Se per questo, anche lei!”

– “Lasciamo  perdere: non  ho  mai  avuto  tempo  per  praticare

    l’arte,  ho  fatto politica,  io! Ho   vissuto  e combattuto per gli

    oppressi    una    mia    personale   guerra   all’ ingiustizia   ed

    all’egoismo dei padroni! Ma poi…le interessa sapere come mi

    sono ridotto così?”

– “No, per carità!! Non  se la  prenda, ma non ho alcun interesse

    per la sua storia, tanto so già che non ci sarebbe nulla di vero!

    Mi dica piuttosto il suo nome.”

– “Mi chiamo Carlos, o meglio questo è il mio nome di battaglia:

    per l’anagrafe mi  chiamo  Hans, Hans Lebensfreund.”

– “Che splendida contraddizione! Lebensfreund:“amico della

    vita”” – pensò Pierre e poi disse al giovane:

– “Bene  Carlos, le offro un lavoro: che  ne  dice, finita la nostra

    recita  di   stasera,  di  restare   con  me  per  un   mesetto? Ho

    giusto  bisogno di un assistente: in realtà non ne ho mai avuto

    uno.”

– “Ora  mi sta   deridendo,  crede   non lo  capisca? Non so nulla

    del suo lavoro e non so nemmeno quale sia il suo vero nome!”

– “Nemmeno io so nulla di te, ma amo il rischio. E tu?”

Carlos lo fissò per un istante e negli occhi brillò la luce di chi ama l’avventura.

– “D’accordo, ci sto!”

– “Qua la mano!”- “Parola !”

Carlos fece per tornare al tavolo:

– “Ah, a proposito, Pierre è il mio vero nome e sono costruttore

    di cattedrali.

– “Di che?”

– “Cattedrali: sai cosa sono?”

– “Certo che lo so: simboli del potere!”

– “Chiaro,   ma  non del  mio, né   del   tuo. Mangia   ora,  se   no facciamo tardi!”

Aveva  offerto un  impiego ad  uno  sconosciuto, proprio  lui che non aveva mai permesso ad alcuno di  condividere  nemmeno un breve momento della sua lunga esistenza: stava ancora solo vendicandosi  dell’invadenza  dello studentello a cui voleva divertirsi a preferire un clochard? Oppure dopo molto tempo aveva incontrato una persona interessante, che valesse la pena frequentare per un po’?

– “Un clochard!” – rise -“un relitto umano,  per giunta talmente

    greve  d’ideologia  da  aver  perduto  il  concetto  stesso   della

    propria personalità: uno schiavo del tempo; ed  io  me lo sono

    preso come assistente: sarà certamente stimolante!

    Mi   conforta  solo   pensare   alla faccia che farà quel borioso

    studentello!”

Carlos si cibava intanto voracemente, ma non gli toglieva gli occhi di dosso; pensava:

– “Merda,  tanta  fatica  per  conquistare  la  mia libertà e poi la

    getto    via   in   un   minuto,  per   uno  scherzo,   solo   perché

    questo  architetto   ha   una   bella   parlantina  ed un  aspetto

    gioviale, zac! mi sono lasciato  fregare! Non  importa,  la  mia

    parola è quella di un clochard: alla prima  fregatura,  non  mi

    vedrà più. Oltretutto è un  servo  della  chiesa, un  costruttore

    di cattedrali!! Ci  mancava  questa!  Potevo  chiedergli  prima

    quale  fosse   il   suo   lavoro! Ed  il bello è che non sa di avere

    assunto    un   distruttore  di   cattedrali.  Eh,   eh, ci  sarà   da

    divertirsi!”

Venne  in  fretta  l’ora  di  recarsi  al ricevimento in municipio e Pierre la lasciò passare accuratamente: il suo ingresso, per essere trionfale, doveva avvenire quando tutti gli invitati erano  già sul posto.  Decise  di  non  tornare in  albergo  a  cambiarsi:  lui  era l’ospite  principale, quindi  non  aveva  certo l’obbligo dell’abito scuro; così facendo, inoltre, rendeva vani tutti i tentativi di Herr Fuchs  e   dello   studentello  di   reperirlo   all’hotel: avrebbero iniziato il party festeggiandolo in contumacia! Terminato  il  pranzo dei suoi amici, Pierre diede loro alcune istruzioni, irritandosi un po’ perché molti di loro sembravano, a stomaco   pieno,   più    rimbecilliti    di    prima    e    soprattutto mantenevano quella   snervante  attitudine  giocherellona  ed  infantile,  come fossero  bambini  di sei anni di fronte ad un insegnante noioso. Solo grazie  all’aiuto di Carlos riuscì per lo meno a far capire che sarebbero andati ad una festa, che sarebbero stati presentati come suoi  assistenti  e  che avrebbero potuto bere e mangiare a loro piacimento.

– “Non vuoi che si comportino bene, vero?”

– “Tu che ne dici? -rispose Pierre con una luce gioiosa negli occhi.

Appena  l’usciere  venne ad annunciare che il Maestro era arrivato e che chiedeva il permesso  di  accedere  al  ricevimento accompagnato dalla sua équipe  tecnica, uno  strano fremito corse per la sala: Herr Fuchs  aveva  già  abbandonato  la speranza di vederlo arrivare ed aveva  già dato il via alle libagioni. In fretta e furia ciascuno si impegnò a far sparire le tracce del banchetto, come se si fosse atteso l’ospite:  le  portate rientrarono in cucina per essere reintegrate, dove possibile, delle parti mancanti, come pure i  bicchieri e le bottiglie, e tutti si  apprestarono, armati del migliore sorriso di circostanza, ad accogliere l’ospite illustre che li degnava della sua visita.

Fu un trionfo; tutto filò  perfettamente  liscio come Pierre aveva pregustato: il  lavorio  per  far  sparire  le  tracce del prematuro avvio dei festeggiamenti trattenne sia il sindaco che Herr Fuchs dall’andare  di  persona  ad  accoglierlo  alla  porta  d’ingresso e tutti  lo  attesero  nel  bel mezzo del  salone, girati a semicerchio verso la porta, cancellando dai visi le tracce delle  malignità che

fino ad un attimo prima avevano detto sul suo conto.

Comparve lentamente nella soglia del salone, con passi misurati, scrutando i visi degli astanti per non perdersi un’espressione, un commento.

Dopo  qualche  istante  entrò  una  specie  di  Corte  dei miracoli mascherata per un triste carnevale: molti  di  loro  non  avevano mai messo piede in una sala del  genere  e  le  bocche spalancate, che lasciavano scoperte  dentature trascurate da anni, con tanto di bava agli angoli, tolsero  subito  ogni dubbio sul fatto che essi fossero   realmente   un’équipe   tecnica. Era   uno   scherzo   del maestro?  Si burlava di loro?  Ma  egli aveva  fama di  uomo serioso, intrattabile, non incline al sorriso né tanto meno alla burla. Cosa stava succedendo? Il silenzio era totale.

Pierre avanzò con la più grande cortesia e salutò il sindaco ed Herr Fuchs  stringendo loro  calorosamente la mano.  Sembrava un altro: era più giovane, lo sguardo era più vivo, più  pungente, e tratteneva a  stento  l’ilarità. Subito  dopo  presentò il suo assistente  personale e  qui  Carlos dette un ulteriore conferma delle sue qualità, perché subito dopo  il rispettoso saluto alle autorità, lodò  la bellezza della sala e se ne rivelò un insospettato conoscitore  spiegando  all’esterrefatto  Pierre  come la Hansasaal, nella quale si trovavano, fosse il luogo dove nel 1367 le  città hanseatiche istituirono la confederazione coloniense  per  combattere contro il danese Waldemar. Poi  fece le  presentazioni  collettive del resto dell’équipe, che si era trattenuto sulla soglia, in atteggiamento tra lo stupito ed il terrorizzato, stringendosi l’un l’altro quasi a  cercare  protezione  nel  contatto  fisico. Il sindaco richiamò a questo punto l’attenzione e fece un breve, ma noiosissimo discorso, nel quale tessé le lodi del maestro e ringraziò tutti i convenuti, citando i più importanti, che avevano così modo di distinguersi e pavoneggiarsi. Durante  il discorso, Carlos, su  istruzione di Pierre, s’avvicinò all’“équipe” ed instancabilmente ne richiamò l’attenzione ed il comportamento, perché  molti  componenti già avevano dimenticato perché  fossero lì e cosa  dovessero  fare: si trattava di attendere il momento  più propizio, di mantenere ancora nel  dubbio i  convenuti. Questi  ultimi, abituati a giudicare sempre in base all’aspetto esteriore,  erano totalmente a disagio: si  sentivano  offesi ed avrebbero voluto lasciar la sala, ma temevano  di  passar per stupidi scambiando l’eccentricità per la miseria; così stavano come sospesi, attendendo un elemento che potesse fugare il loro dubbio. Carlos pareva realmente, nonostante l’aspetto, un assistente, ma gli altri?

Pierre rispose al saluto del Burgermeister con un brevissimo discorso nel quale volle soprattutto ricordare l’avo di Herr Fuchs, quel Peter Fuchs autore nel XIX secolo della maggior parte delle figure che adornano i portali della cattedrale.

Mentre parlava, volgeva in modo inquieto lo sguardo per la sala. Per alcuni  minuti  quasi  dimenticò il suo scherzo e la  sua  allegria: dov’era lei?

Finalmente    la   vide   ed   il   cuore   gli   sussultò   in petto: nel pomeriggio aveva lasciato a Neumarkt una ragazza in jeans e maglietta; quella che ora vide alla sua sinistra, poco dietro un gongolante  Herr  Fuchs,  era  una  donna  meravigliosa,  in abito da sera lungo color azzurro intenso, con un’acconciatura  curatissima ed una  parure di gioielli che la definiva certamente

come appartenente alla più alta  borghesia,  se  non  alla  nobiltà cittadina.

La  riconobbe  dallo sguardo, quello sguardo scanzonato ed irriverente da monella che lo aveva colpito da subito, non appena le si era avvicinato in cattedrale. Terminò ringraziando furbamente il vescovo per avergli dato il permesso di soffermarsi in cattedrale  per la  notte

( Herr Fuchs assentì con il capo) ed invitò ad iniziare il  banchetto, facendo finta di non vedere i piccoli sbaffi di crema agli angoli di molte bocche.

Carlos  spinse  tutti i suoi compagni verso  il  tavolo  più  vicino,  mentre  tutti gli  altri invitati se ne allontanarono, privilegiando l’altro dalla parte opposta. L’attesa era febbrile: qualcosa stava per  accadere, era inevitabile, qualcosa  che  avrebbe rivelato la vera identità dei nuovi arrivati. Greta si avvicinò a  Pierre e gli sussurrò:

– “Cosa stai combinando?”

– “Io, perché?”

– “E me lo chiedi? Dove hai trovato quella gente?”

– “Nel mio hotel, al Maritim.”

La risata argentina della ragazza riecheggiò nel salone e spezzò il  silenzio  imbarazzato  di tutti,  giusto un attimo prima che gli eventi precipitassero. Il segnale  della  catastrofe fu una  sonora, robusta  scoreggia che  scappò  all’improvviso  ad una  grassona dell’ ”équipe”, una  certa Gudrun: come  fosse  stato lo  sparo di uno  starter,  tutti  gli  assistenti, da  silenziosi ed  intimiditi  che erano, si trasformarono nuovamente in un gruppo di bambini in gita scolastica.

      In primo luogo si avventarono come lupi famelici su tutto ciò che di commestibile vedevano in giro, poi andarono a distribuire strette di  mano sporche di salsa, manate sulle spalle di gentiluomini compassati,  palpate al  sedere delle  nobildonne e sonorissimi rutti sulla faccia dei soci del ZDV. Pierre osservava  in disparte, vicino a Greta, l’affannarsi del Burgermeister e di  Herr Fuchs: con i valletti, essi cercavano di contenere l’entusiasmo degli “assistenti”,  che tuttavia non osavano allontanare dalla sala per rispetto al maestro. Porgevano scuse imbarazzate   a   tutti   gli   ospiti,  che   a   gruppi   sempre   più  numerosi guadagnavano l’uscita, e rivolgevano sguardi supplici all’indirizzo di Pierre che fingeva di non coglierli, impegnato com’era in una conversazione con l’ilare Greta.  In pochi  minuti la  sala si vuotò e rimasero solo Herr Fuchs, due soci paonazzi del  ZDV , i  camerieri,  Greta e Pierre con tutti i suoi accoliti. Fu   allora  che  Herr  Fuchs  guardò   minacciosamente  Pierre e gli disse che se fossero stati nel medioevo lo avrebbe sfidato a  duello, che non intendeva mai più avere a che fare con lui e che gli proibiva qualunque contatto con sua figlia.

Pierre, che non si era mai divertito tanto ed aveva le lacrime agli  occhi, diventò a questo  punto  improvvisamente serio.

Sua figlia? Greta era figlia del presidente? Questo cambiava tutto, la sfida era molto intrigante…specialmente dopo quanto aveva appena combinato!

– “Le porgo le mie  scuse, sa, i miei  assistenti sono molto naives,

    ma sul lavoro sono molto professionali ed attenti. Mi dispiace,

    non avrei dovuto portarli con me stasera.”

Era  stato tanto il  divertimento che  Pierre  si rese  conto di non essere riuscito a spegnere del tutto il sorriso dal  proprio viso,  il che rese ancora più irritanti le sue finte scuse.

– “La mia dignità, il mio onore, la mia rispettabilità!”- si lamentava  disperatamente il  presidente,  accasciato  su  una poltrona sporca  di crema, mentre  pensava a  come avrebbe potuto rimediare ad un simile sfacelo.

Quando rialzò  lo  sguardo, trasecolò; in  fronte a lui una donna sconosciuta dal sorriso sdentato si era sollevata la gonna fino ai fianchi e  gli stava  mostrando il proprio sesso: le gambe pelosissime, il ventre  prominente e  bianco, solcato da profonde pieghe della pelle, rendevano la visione assolutamente deprimente. Egli rimase  per  un  attimo come  inebetito, finché i suoi occhi incrociarono quelli della donna, lacrimosi e tristi, che  volevano esser provocanti ed erano invece profondamente sconfitti. Esplose:

– “Eh, no, questo è  troppo! Signora, si  ricomponga  immediata-

    mente. E quanto a lei, signor  maestro, mi  faccia il piacere di

    riportare questi signori sotto il ponte dove li ha trovati.

    Il  divertimento   è   finito!  Non   so  cosa lei abbia voluto fare

    questa  sera  e  perché  abbia  voluto  farlo  proprio a  me,  ma

    sappia   che  è   riuscito   nel  suo intento: lei  mi  ha  distrutto

    completamente!  Nessuna   personalità  vorrà   più  ricevermi,

    sarò  la    favola   di   tutti  e,  soprattutto,  il  mio lavoro per il

    restauro della cattedrale  è  irrimediabilmente  compromesso:

    inutile   meravigliarsi   se   gli   sponsors   ritireranno   i   loro

    finanziamenti,   visto   che   li   ho   messi,  per   causa  sua,  in

    ridicolo!

    E  non  creda di  cavarsela  così: in  primo luogo lei onorerà il

    contratto  di  consulenza  che  ci  lega, poi darò ordine ai miei

    avvocati  di  valutare i  danni  morali e  materiali  arrecatimi

    da questa sua “bravata”.”

– “D’accordo,  si calmi, ho solo voluto divertirmi un  po’”- provò a dire Pierre, i cui  muscoli facciali dolevano per lo sforzo di non scoppiare in una risata ancora più offensiva.

– “Divertirsi? Lo chiama “divertirsi” questo? Sappia che è stata

    la  più   squallida   esibizione   d’inciviltà  e  d’immoralità  cui

    abbia  assistito in  vita mia e  per  giunta ad opera di un uomo

    di    Chiesa,  il  cui   nome   è   tanto   rispettato   dall’autorità

    ecclesiastica da farle avere il permesso di trascorrere le  notti

    in  cattedrale, da  solo, con tanti tesori a disposizione della sua

    follia….perché  non   si   porterà   mica  gli “assistenti” questa

    notte in cattedrale, vero?”

– “Solo uno. Ne ho bisogno per il resoconto.”

– “E quale?”- chiese terrorizzato il pover’ uomo.

– “Carlos, il mio assistente-capo.”

– “Come?” fece questi, sorpreso, passando dall’ilarità alla preoccupazione- “ma io…”-e tacque subito, gelato da un’occhiata del maestro.

– “In  questo caso niente  da obiettare, ma  mi auguro per lei che

    il divertimento sia finito con l’aver rovinato il mio party e che

    si occuperà ora delle cose serie in modo adeguato.”

– “Non ne dubiti e non tema. Con gli  sponsors  dia  la  colpa   di

    tutto  alla  mia  pazzia: sono  un   artista, no?  E   per   quanto

    riguarda  i  danni, faccia  quello  che  crede: non ho  problemi

    di  denaro  e  le assicuro  che  la serata valeva tutti i  soldi che

    mi è  costata e mi costerà! La ringrazio ancora per l’invito!”

– “Mi  prende  anche  in  giro,  e in casa mia! Se ne vada e non si

    faccia  più  vedere! Mi  mandi  domani  la  relazione  dal   suo

    assistente, anzi, manderò Heinrich a prenderla…..ma dov’è?”

– “Non è venuto, papà.”

– “Non  è   venuto? E  senza  avvisare?  Fa  parte  anche   questo

    dello  scherzo o le è bastato un pomeriggio con lui   per  farne

    un irresponsabile come lei?”

– “Basta, papà, calmati! Non è  così  grave e poi…è stato davvero

    molto divertente!”

La    risata   grassa   e   spontanea    della    figlia    sgorgò    con l’esuberanza di un  istinto  a lungo represso e fu l’ ultimo oltraggio per il presidente. Sentì le  tempie  ardere, un  acuto  dolore  impadronirsi del braccio sinistro ed una fitta repentina al centro del petto. Svenne.

– “Peccato”- pensava  Pierre  uscendo dal  palazzo,  “la serata è

    stata  un  vero  trionfo:  non ci voleva questo incidente. Greta

    non mi perdonerà mai!”

Uscì  sulla  piazza, dove  un  vento fuori stagione, così comune a queste  latitudini, gli  sferzò  le  tempie risvegliandogli un acuto dolore.

– “Non volevo, accidenti! Non volevo!”

Avrebbe voluto correre all’ospedale, ma proprio non era il caso: se lo  avesse  rivisto, il  presidente  avrebbe  avuto  senz’altro un nuovo attacco. Era  sinceramente  pentito. Per  l’ennesima volta nella sua lunga sopravvivenza sentì il cielo  pesare  sul suo  capo come un maglio. Era condannato! Qualunque  fossero le  sue intenzioni, ogni  sua  azione  sottintendeva un  esito  nefasto  per il prossimo: era una maledizione per il genere umano!

Perfino  quello  che era nato come uno scherzo si stava volgendo in tragedia e lui era impotente, come sempre, e come sempre impunito. Che  facesse il  bene o il  male, che  costruisse templi stupendi o  distruggesse la vita di qualcuno, che pregasse o bestemmiasse, tutto  restava senza  conseguenze sulla sua sopravvivenza, tutto rimaneva sospeso tra il cielo e la terra, come indefinito, e tutto a causa di quel primo peccato, del  suo peccato originale, del suo marchio d’infamia.

– “Dio, salvalo, ti prego. Fa che sulla mia anima non  pesi questa

    colpa.  Anche  questa  volta  ti  ho  offeso   senza   volere,   con

    leggerezza: è la malattia che tu mi hai  dato, hai  reso  la  mia

    vita totalmente senza senso. Rispondimi, una volta almeno!

    Perché tutto questo?”

Si sedette  su una panchina e, con un  gesto  sconsolato,  portò la testa tra le mani. Parve piangere. Quando  risollevò lo  sguardo,  vide  davanti  a sé un  capannello di  esseri mostruosi, spettinati,  sporchi  ed  ubriachi che  lo  fissavano  da tempo senza osare disturbarlo.

– “Maestro, non hai più bisogno di noi, vero?”-chiese Carlos.

– “Ti  sbagli,  ho  più  bisogno  che  mai! C’è  una pensione   qua

    vicino? Voglio che abbiano un letto decente questa notte.”

– “Maestro,  ti  rendi  conto  dello  stato  in  cui  siamo? Nessuna

    pensione   ci   accetterebbe  e  poi  a  noi la nostra  casa  piace,

    anzi  gli  amici  vorrebbero  sapere  se fosse possibile riavere i

    vecchi   vestiti,   ora   che   la   recita   è  finita.    Sai,   ci  sono

    affezionati!”

Pierre sorrise impercettibilmente:

– “Cos’altro posso fare per loro?”

– “Tu? Non molto, maestro.”

– “E perché?”

– “Perché  non  è  una  questione di  denaro, ma di dignità, e non

    credo che tu possa e  voglia  restituirla  loro, vistoà che$C2 questa

    notte li hai usati come freaks per il tuo divertimento.”

– “Che  storia è questa? Li ho vestiti, nutriti e divertiti e mi sono

    offerto di dar loro un tetto per la notte. Cosa ho fatto di  male

    in tutto ciò?”

– “Tutto questo  lo hanno già pagato  con la loro umiliazione, facendo da clown alla tua festa!”

– “Senti  Carlos, visto  che avremo molte ore da passare insieme,

    farai  bene a  tenere in  mente una  cosa: tieni la politica fuori

    dalle  nostre  conversazioni. Ho vissuto abbastanza per essere

    profondamente allergico a tutte le frasi  mandate a  memoria,

    agli  slogans,  ai  preconcetti,  agli  odi  di  classe, di razza e di

    religione.  Su  di  me  hanno   l’effetto   di  scatenare gli istinti

    peggiori. Dimmi  piuttosto,  concretamente:  cosa diavolo vuoi

    che faccia per i tuoi amici?”

– “Perché non provi a passar con loro un po’ di tempo  domani?

    Un    bicchiere   di   vino,  una   canzone,  e,  soprattutto,  puoi

    ascoltare  le  loro   storie:  ognuno di loro è malato d’inutilità,

    ognuno si sente non amato, non desiderato; raccontare di sé li

    fa  sentire importanti, li fa sentire uomini vivi. Riesci a capire

    questo?”

Pierre capiva perfettamente.

– “D’ accordo,  d’ accordo:  domani    passerò   alcune   ore   con

    loro, ma non mi limiterò a  questo,  sta  sicuro! Adesso portali

    “a casa” e  tra un’ora ti aspetto davanti alla cattedrale.”

– “Non  penserai   davvero   di   costringermi   ad entrare in una

    chiesa?”

– “Non solo entrare, ma passarci la notte; o la tua parola non ha

    valore?”

– “Sono un clochard, che valore vuoi dare alla mia parola?”

– “Mi   hai   appena   chiesto   di   riconoscere   la    tua   dignità.

    Riconoscila tu per primo! Tu, che valore dai alla parola di un

    clochard? Io, per quanto mi riguarda, mi fido ciecamente. Ti

    aspetto…. ma  prima  ripulisciti  un  po’. Quanto  a voi, amici,

    grazie di cuore per la bellissima serata: vi  prometto  che  non

    sarà l’ultima. Ora andate a riposare e ci vedremo domani.”

Così  dicendo, salutato dalle  esclamazioni  scomposte  dei  pochi che  avessero  capito qualcosa  del  suo  saluto, voltò  le  spalle al gruppo e si  diresse a  passo  rapido  verso un  taxi che aspettava accanto al marciapiedi opposto. Ci si infilò rapidamente e, mentre il taxi si avviava, volse lo sguardo al  gruppo che  lentamente si rimetteva in cammino. Scosse la testa:

– “Sono come  loro, e non  lo sapevo; prima d’ora non lo sapevo!

    E  quel  Carlos, chi  accidenti è? Strana figura, a metà  strada

    tra l’agitatore di  masse e l’assistente sociale! Mi ha chiesto se

    posso   capire  cosa  significhi essere malati d’inutilità, sentirsi

    non  amati  e non desiderati! Certo che lo capisco! Vivo con la

    solitudine dentro le  ossa ad   ogni  ora  del  giorno,  da  tempo

    immemorabile! Ma non ho  rinunciato alla lotta, io, in questo,

    non  sono  come loro! Non mi sono arreso alla povertà, che sia

    materiale o spirituale, anzi, affronto il mio  misterioso destino

    con  superbia,  con  l’orgoglio   della   mia   unicità.  In questo

    siamo totalmente differenti!”

Di  colpo uno  strano  senso di  vertigine si  impadronì  della sua mente e si  rese  conto che  tutto  quello che  stava pensando non era  che un  cumulo di  sciocchezze senza senso, perché un uomo senza  amore è in realtà il più povero tra i poveri e non ha diritto né all’orgoglio, né alla superbia! Si guardò le mani, immutate nella loro maturità, e desiderò ancora una volta vederle piene di rughe e  tremanti; desiderò spegnersi, eclissarsi, sparire: meglio non esistere che  essere  perennizzati  nell’incompletezza e nella sospensione.

E questo  limbo  esisteva solo per lui? O  c’erano  altre  creature misteriose costrette come lui ad una fuga perenne, ad essere dei morti in vita?

“Sono come un vampiro: mi cibo dell’energia  del prossimo, ne  consumo  l’esistenza e la distruggo, senza per questo arrivare mai a sentirmi vivo. Che Dracula ridicolo: un’imitazione  mal  riuscita! Un  guitto di  provincia  interpreterebbe  il personaggio  meglio di me, per lo meno con un po’ di convinzione, con partecipazione. Io sono ciò che non ho mai voluto essere e  non  sono ciò  per cui  nacqui; non ho  nulla di  ciò che  il  mio nome  definisce; sono un personaggio finito nella commedia sbagliata : sabbia, sabbia sporca   sul   fondo   di  uno stagno immoto!”

Pagò e  scese  dal taxi senza nemmeno un saluto all’autista e, a capo chino, si diresse alla hall dell’hotel, sentendosi per la prima volta un privilegiato: avrebbe potuto essere condannato a perennizzarsi come clochard e non come ricco e celebrato architetto! Ma il pensiero successivo fu opposto: se questo fosse avvenuto e lui   fosse   stato   condannato  a   passare    l’eternità sotto un ponte, avrebbe  voluto dire che alla divinità qualcosa di lui, per un momento, sarebbe  importato; che, anche  solo per  punirlo,  Dio si sarebbe accorto di lui, l’avrebbe guardato. Egli  avrebbe  potuto riposare  nella  pace  del  meritato castigo. Invece nulla…solo indifferenza e  silenzio..e impunità! Mai un segno che potesse aiutarlo a capire le ragioni, se esistevano, di questa anormalità della storia, del suo non invecchiare e non morire.

– “Mi dia la  chiave per  favore, e dia  ordine di non disturbarmi

    per  nessun  motivo: questa  notte  lavoro ed ora ho bisogno di

    riposare mezz’ora.”

– “Benissimo, maestro. Desidera essere svegliato?”

– “Sì, grazie!”

– “Ah, maestro, hanno telefonato per  lei  alcuni  minuti  fa: una

    signorina. Qui c’è il messaggio.”

– “Grazie”

Un tuffo al cuore, un sollievo impagabile. Sul foglio poche righe:

“Papà sta bene, non ti preoccupare, era solo una crisi passeggera. Se posso ti vengo a cercare domattina. Baci, Greta.”

Entrando  in  ascensore  fece un paio di grandi sospiri per rilassarsi dopo le troppe emozioni  della giornata. Buttò i vestiti con noncuranza  sul  letto e  guardò  l’orribile  quadro di  un  certo Eismann che  troneggiava al centro della  parete, intitolato con un po’ di fantasia “Autoritratto”,  nonostante  fosse  impossibile distinguervi  fattezze  umane. Si mise  a  ridere,  finalmente  di buon umore:

– “Meno male  che non  sono Dorian Gray: se quello fosse il mio

    ritratto, avrei un’anima spaventosa!”

Dormì un sonno agitato, ben poco ristoratore, e quando suonò il telefono  per  la  sveglia, ebbe un sobbalzo e scattò a sollevare la cornetta pensando potesse essere Greta.

Il suo  corpo avrebbe desiderato  dormire una  notte  intera, non pochi minuti: le giunture gli  dolevano, gli  occhi  faticavano  ad aprirsi  e  la  coscienza a  destarsi.  Fece un’accurata toilette e si pose gli abiti di lavoro, meticolosamente, senza trascurare alcun particolare, nemmeno  il foulard di seta che era solito porsi attorno al collo.

Riprese un taxi meccanicamente, con il pensiero fisso alla ragazza, e si fece condurre alla cattedrale.

Vi giunse con molti minuti d’anticipo sull’appuntamento fissato col sacrestano per l’ingresso: aveva  deliberatamente accelerato i  tempi, un po’ perché  non si fidava della puntualità di Carlos e un  po’ perché  intendeva  mostrargli  anche  i  particolari  della struttura  esterna. Se  doveva  fargli  da  assistente, doveva essere bene istruito!  Carlos non era ancora sul posto.

– “Comincia   bene,  il  ragazzo!  Primo  giorno di lavoro e già in

    ritardo!”

Per ingannare l’attesa si mise a passeggiare  lungo  il perimetro esterno  del  tempio. Nonostante la  buona  illuminazione  dell’esterno  della  cattedrale,  le zone  d’ombra  sulla  facciata e sulla piazza  erano  molte ed il gioco di luci che si creava dava al contesto  un aspetto  profondamente differente, come se potesse modificarne  la  struttura, ed aggiungeva mistero al mistero di questo frutto d’una superba genialità umana. Pareva come se spiriti burloni giocassero a mostrare al viandante non le linee architettoniche originali, bensì il  loro riflesso distorto in specchi deformanti. A seconda del punto  di  visuale di Pierre le ombre si ingrandivano o rimpicciolivano, un particolare veniva celato o esaltato, uno spazio dilatato o ristretto.

– “La  luce,  il   segno   del   divino,   la sua caratteristica prima!

    Nessuna  creazione  umana può  fare a meno  di  confrontarsi

    con l’azione della luce, nemmeno con questa sua riproduzione

    artificiale.”

Quante volte aveva rifatto l’inclinazione di un altare, dopo aver studiato i riflessi della luce nelle varie ore del giorno! Quante vetrate aveva aperto e quante chiuso, perché i raggi del sole scendessero, in alcuni giorni dell’anno, esattamente sull’altare al momento della Consacrazione!

– “Lo  stupore è la molla che fa scattare il desiderio di conoscenza.  Quindi  il  buon  architetto  è  come  uno scenografo in un teatro: deve  stupire con la bellezza  ed  ispirare  con  colpi  di

genio, con  un  deus-ex-machina,  con  un  effetto  speciale che sorprenda e coinvolga,  non   con  la   grevità  di   certi  templi spagnoli  dove tutto invita alla penitenza ed alla mortificazione. La  cattedrale  deve   essere  luogo  d’amore,  di  gioia  dei sensi,  di  colore,  di  giochi  di  luce;  deve  avere  un’ acustica avvolgente  ed   un’aerazione  limpida  capace  d’evocare  uno spazio aperto.”

Pensando  così, Pierre  arrivò  alla  parte  posteriore del tempio, laddove si aprono i giardini prospicienti al Rhein e si fermò stupito a  guardare  l’intensa colorazione verde che l’illuminazione artificiale dava alla chiesa, facendone un tutt’uno con gli alberi, i prati ed il fiume stesso.

– “Che bell’effetto! Come se il tempio facesse parte della natura e da essa sorgesse spontaneamente, senza l’intervento di alcuna mano d’uomo.”

Fu in questo momento che udì dei passi alle sue spalle.

– “Maestro, scusi il ritardo!”

– “Alla buon’ora, Carlos!”- rispose senza togliere lo sguardo dai giochi  di  luce  sulle  pareti  della  cattedrale. – “Sappi  che  alla puntualità io tengo moltissimo.”

– “La morte è sempre puntuale!”

Pierre  si voltò di  scatto e rimase allibito: davanti a lui stava un ragazzo  totalmente fradicio, con lo sguardo allucinato e il braccio  destro  teso verso di lui con una pistola nel pugno. Non lo riconobbe subito:

– “Heinrich?”

– “Contento di rivedermi, caro don Giovanni?”

– “Cosa dici? Sei impazzito?”

– “Speravi di soffiarmi la  ragazza,  vero? Poi il signorino, fatti i suoi  comodi, sarebbe  partito senza più neanche ricordarsi di lei. E la mia vita? E la mia vita distrutta?”

– “Non so di che parli, sciocco! Vai a casa, hai bevuto troppo!”

– “No,  bello  mio. Non  sono  venuto  qui  per  salutarti,  ma  per ucciderti  e per pisciare sul tuo cadavere!”

– “Oddio, che  squallore: teatro  di ultima categoria! Che recitazione amatoriale!  Che bisogno hai di indugiare su particolari del  genere? Mi  vuoi  uccidere, no?  Limitati  a  dirmi  questo

senza  scadere  nella  trivialità; piuttosto parla del  tuo  onore ferito, del  tuo  fallimento  professionale, di quei disegni che ti sei portato  dietro tutto il  giorno per  costringermi a vederli e che  io  mi   sono   ostinato   a   non  vedere per farti dispetto e perché già sapevo  essere orribili. Sì, orribili! Perché  nulla di buono   può   uscire  da  un  borioso  saputello  come  te!  Vuoi sapere una cosa?  Oggi  ti ho trovato  incredibilmente ridicolo  con Greta, patetico, senza spina dorsale.”

– “Taci, maledetto, taci o ti faccio tacere io con questa.”

– “Tu,  farmi  tacere? Magari  potessi,  amico  mio.  Tu non puoi farmi nulla, perché non  appartengo al  tuo  mondo di  falliti e moribondi; non  puoi neanche vedermi tanto il mio mondo

sovrasta il tuo.”

– “Smettila di provocarmi, smettila!”

– “Guardatelo, il killer con  la mano  che  trema! Hai  paura! Tu hai sempre paura!”

– “Tu invece no, vero? Nemmeno adesso?”

– “Guardami. Ho il viso di chi ha paura?”- lo  sguardo di  Pierre si fissò  negli  occhi  smarriti del  ragazzo e li  bruciò: esprimeva tutta la forza della sua disperata rivolta. Quante volte aveva già vissuto  questa  situazione? Un tempo egli avrebbe potuto anche sperare che questa potesse essere  la fine dell’incubo, ma ora già conosceva il suo  destino e  sapeva  che questo  incontro  era solo una spiacevole perdita di tempo, che oltre tutto l’aveva distratto in un momento di contemplazione particolarmente gradevole.

– “Credi  che   io  non   lo   faccia,  vero?   Dimmi,   non mi credi capace?”

– “Di cosa? Di  premere   un   grilletto?  Bel   coraggio!    Bravo!   Bastasse questo  a  fare di te un uomo! Ma tu non sei un uomo e  lo  sarai   ancora meno dopo aver sparato, perché sarai tu a morire, non io!”

– “Che dici?”

– “Smettila, vattene, sono stanco di perdere il mio tempo con te!”

Si voltò e si rimise a contemplare la chiesa, però questa volta con uno spirito greve, collerico.

– “Guardami,   non   puoi   ignorarmi   anche   adesso,   che sono padrone della tua vita!”

– “Ah,ah,ah! Padrone di che?”- il disprezzo trasparì chiaramente dal tono di voce.

– “Di darti la morte.”

– “Che aspetti? Dai, che ho  fretta,  ho del  lavoro da fare questa notte

– “Che  dici? Smettila   di   deridermi! Parla   piuttosto!   Voglio sapere la verità, tutta!”

– “Che noia! Sono stanco di queste idiozie!”

– “Dimmi se hai fatto l’amore con lei, stasera.”

– “Hai qualche  dubbio  al   riguardo?  L’hai   detto  tu: sono un dongiovanni. E  allora   sappi  che  l’ho  amata nell’ufficio del sindaco, sulla sua scrivania, ed è stato bellissimo, perché mi si

è donata totalmente e mi ha detto che nessuno le ha mai dato un tale piacere. Soddisfatto?”

Heinrich indietreggiò, incapace di rapportarsi al fuoco che usciva dalla bocca di Pierre: se lo era immaginato  tremante ai  suoi piedi, intento a  chiedergli  perdono ed a  supplicarlo di non ucciderlo e se lo ritrovava di fronte in tutta la sua potenza, tanto che era  lui ad  averne paura, nonostante la pistola fosse nelle sue  mani. Ancora una volta era spiazzato e sconfitto.

Ora doveva ucciderlo, perché, se non avesse avuto il coraggio di sparare, egli avrebbe riso ancora di lui e gli avrebbe dato del vigliacco. Doveva farlo tacere.

– “Greta mi ha detto delle dimensioni ridicole del tuo sesso e che sei  un  omuncolo  insignificante,  una  nullità. Se   non  ti   ha lasciato finora, è  solo per  non farti soffrire, perché sei tanto, tanto buono, come un  fratello per lei!” – lo  incalzava  Pierre  senza pietà.

Avanzava  verso Heinrich  da  dominatore con il disprezzo nella voce;  nei suoi  occhi  brillava una  luce  sinistra: stava per ucciderlo. In  quel  momento, proprio  in quel  momento, suonò  una campana. Un ombra passò rapida negli occhi di Pierre che si arrestò come se quel segnale fosse stato per lui. No, era sicuramente  un  caso: il  campanile  aveva  suonato  la nuova ora. Respirò profondamente e  riprese  il  controllo  di sé. Tornò quindi a voltargli le spalle e disse:

– “Vuoi  sapere  l’ultima? Il  tuo  mancato suocero ci ha sorpresi mentre facevamo l’amore e gli è venuto un infarto!”

– “Cosa? E come sta?”

– “Patetico: il killer che si  preoccupa  della  salute  del  suocero! Stai  recitando come un cane, ragazzo. Ogni attore sa che non deve  mai  distrarsi  dalla  sua  parte:  tu  sei  l’amante tradito

vendicatore   del  proprio  onore, no? Concentrati e  cerca  di dire  qualcosa   di  sensato!  Dimmi   che   ho   tradito   la   tua fiducia  e  la  tua   stima,   che    ero   per   te  una guida anche  morale    ed    ora    sei    sopraffatto   dall’ abisso   della    mia depravazione. Dimmi  che  ho  tradito   la  mia   missione,  che  sono  un  costruttore   e  non  un  distruttore, che  sono troppo  vecchio    per   Greta   ed    anch’io    patetico    nel    tentativo perdente   d’intromettermi  nella  vita degli  altri  per  averne una mia propria, rubando gli affetti altrui, esattamente  come  rubo   le  immagini  e  i  colori alla natura. Che sono un ladro, un  vampiro, un  satana travestito da sant’uomo. Dì qualcosa,   accidenti!,  e    smettila   di   piangere   come   una  bambina!”

– “Io la amavo, lo puoi capire questo?”

– “Sì, perché è una ragazza meravigliosa. Ma chi ti impedisce di amarla ora?”

– “Ora che è stata a letto con te, con il primo venuto?”

– “Ecco  il  vendicatore! Sei  così rigoroso nel giudicare anche te stesso? Mi  hai creduto subito, senza dubitare neppure per un secondo  delle  mie  parole:  hai  creduto ad  uno   sconosciuto

ritenendo   subito   colpevole  la   tua  ragazza. Già,  perché  è donna, quindi puttana! Vero, mio miserabile amico? E’ questo ciò che pensi? E se io ti avessi mentito?”

– “Non capisco più niente, io non so cosa pensare.”

– “Ecco, bravo, non pensare e vattene a casa.”

– “Ti  piacerebbe   cavartela  così,   vero?  Il grande   maestro   è  talmente   sicuro   della   propria    eloquenza   da   riuscire  a confondere perfino la mente del suo assassino.”

–  “Non  sei    un   assassino, sei un bambino con un giocattolo in mano!”

– “Ti faccio vedere io, se questo è un giocattolo!”

– “Ebbene, spara, una  buona volta: finiamo questa   recita   che devo fare il lavoro in cattedrale e poi Greta mi aspetta.”

– “Cosa hai detto?”

– “Che Greta mi aspetta.”

– “La mia Greta? La mia Greta? Muori, dannato!”

Nello stesso istante in cui Heinrich premette il grilletto, un robusto bastone si abbatté  sul  suo  capo ed il  proiettile  si  perse nel vuoto  ad un  paio di  metri da Pierre. Il colpo di pistola riecheggiò violentissimo nella tranquillità della notte. Prima che la gente cominciasse ad accorrere, Pierre prese la pistola e corse a buttarla nel Rhein. Carlos intanto, preoccupato di aver colpito il ragazzo troppo forte, cercava di  rianimarlo. Alla poca  gente accorsa, che guardava a debita distanza perché ognuno tende naturalmente a farsi gli affari suoi, spiegarono che era  stato un  petardo a  scoppiare  molto vicino al ragazzo, sì da averlo stordito.

– “Potevi aspettare ancora un po’ ad intervenire!”

– “Beh, come ringraziamento non c’è male! Ti ho salvato la vita, mi pare.”

– “Sì, sì,  va  bene. Grazie  di  cuore,  ma  non  hai salvato la mia  vita, bensì la sua.”

– “Non ti capisco.”

– “Dammi  una  mano,  portiamolo   su   quella panchina. Lo hai picchiato ben forte: non si è ancora risvegliato!”

– “E   dài! In  una   situazione  così dovevo pensare a  non  fargli male?”

– “Non ero in pericolo, Carlos, non lo sono mai stato.”

– “Che?”

– “Non  fa  niente,  non  puoi  capire. Facciamo così:  portiamolo  alla  fermata  dei  taxi: gli  paghiamo la  corsa  e   lo  facciamo condurre all’ospedale.”

– “D’accordo.”

Fecero  in  quel  modo e poi di corsa raggiunsero il sagrestano che, non vedendo nessuno, stava per andarsene a dormire.

– “Ti piace la vita movimentata, vero?”- chiese Carlos sorridendo.

– “A te no?”

– “Sì, ma tu  sei   un  architetto  famoso.  Immaginavo  vivessi in  tutt’altra maniera!”

– “Non   ti   chiedo   quale,   per   non   sentire  altre sciocchezze. Piuttosto, che ci facevi nascosto dietro quel cespuglio?”

– “Sono  venuto   puntuale   all’appuntamento,  però   l’idea   di entrare in una chiesa…. beh, insomma, tu sai come sono fatto. Così  mi  ero  nascosto  lì  per spiarti e  vedere se  dovevo o no

seguirti in questa pazzia dell’apprendistato.”

– “E…?”

– “E  sono  qui: sto entrando in una chiesa, io, Hans  il  rosso!  E tutto  questo,  perché  ho  incontrato  una  persona che vale la pena incontrare.”

– “Carlos, sai  una  cosa?  Ho  incontrato  anch’ io  una  persona così.”

– “Grazie, Pierre.”

– “Ma non parlavo mica di te!”

Scoppiarono a ridere allo stesso tempo, sfogando la tensione  accumulata  nei minuti  precedenti. Poi, richiamati al  silenzio  dal sacrestano  che diede loro le ultime raccomandazioni, recuperarono la serietà  e la  concentrazione  necessarie ed  entrarono in chiesa. Sulla soglia, Carlos, fece ancora a tempo a dire:

– “Poi però mi racconti di quella ragazza!”

– “Impertinente, hai ascoltato tutto?”

– “Tutto. E so che non c’è nulla di vero.”

– “Ma per la gente la verità è quella che vuole sentire, no?”

– “Esatto!”

– “Al lavoro, ora!”

Salutarono il sagrestano, che fu ben  felice  di  poter  finalmente   andare   a   dormire,   e   si   sedettero  su una delle panche della navata centrale. Qui Pierre aprì la sua valigetta da lavoro, ne trasse due blocchi di fogli, alcuni lapis ed una pila.

– “Su questo blocco scriverai quello che ti dirò e che serve a me, per  il  mio  archivio;  su  quest’altro  quello  che  finirà  nella relazione  destinata  al  Zdv.  Non  ti   sbagliare!  Nel   dubbio chiedimi  sempre  su quale  dei  due  blocchi devi scrivere. Sul  blocco  per l’archivio ti prego di scrivere anche  cose  tue: sensazioni, stati d’animo, domande che vorresti pormi. C’è    poco    tempo    e    molto   da    fare:   ora    non    posso  spiegarti  nulla  del  mio lavoro, lo farò da domani, se avrai la pazienza di ascoltarmi. Tutto chiaro?”

– “Chiarissimo.”

– “Vieni.”

Si sedette  per terra al punto di intersezione della navata principale con i  rami  trasversali, su un minuscolo e logoro  tappetino che trasse dalla valigetta, e si concentrò.

– “Ora  ho  bisogno di assoluto silenzio: ti prego di non rivolgermi  la  parola  finché  non  sarò  io  a  farlo. Devo ascoltare  il muoversi  del  vento nelle navate, le sottili correnti d’aria che portano  gli  angeli  in  volo:  saranno  loro  a  dirci quello che vogliamo sapere.”

– “Gli angeli o le correnti?”- chiese ironicamente Carlos.

– “Le correnti, le correnti d’aria che hai tu nella testa! Accidenti  a  te!  Ora taci:  non ho mai avuto un assistente  e non sono abituato ad essere interrotto!”

– “Va bene, va bene, scusa!”- e si sedette sulla prima panca.

Pierre  rimase immobile per un tempo che a Carlos parve interminabile. La  città  combatteva con i suoi rumori contro il silenzio  notturno della  cattedrale: pochi i  viandanti, pochi  i treni e gli altri mezzi di locomozione ancora  in giro, ma i  loro  rumori erano  amplificati dal silenzio stesso della notte ed erano ancora più  fastidiosi ed  importuni. Il viso di Pierre spesso si contraeva in una smorfia di  nervosismo, forse  di rabbia  per  questi tempi assassini del  silenzio. In uno  di questi  scatti si voltò verso Carlos, forse per cercare  appoggio nel suo sforzo di concentrazione e si  attardò  alcuni  istanti a guardarlo, non visto. Sul viso dell’assistente scorrevano lacrime copiose. Pierre sapeva molto bene di che si trattasse:

– “Non temere, è l’effetto del silenzio: è nel silenzio che l’assoluto ci  parla e la sua voce ci raggiunge. Abbandonati: ascolta e riposa.”

Passò  un’ora,  forse  più,  senza  che  Pierre  si muovesse, poi di colpo si  alzò. A  Carlos il suo  volto parve bellissimo, illuminato da una luce  interiore che gli dava un aspetto di forza e di grandezza; stette  per alcuni istanti ritto in  fronte all’altare, in silenzio, poi  cominciò a  cantare: dapprima  suoni isolati, poi piccole melodie di antichi  canti  liturgici o di nenie  in  antichi  idiomi, che Carlos non aveva mai  sentito  prima. Tra una melodia e l’altra cominciò a  dettare  le sue  annotazioni, specificando  ogni  volta per quale uso erano  e, continuando ad emettere     suoni   che   parevano   piccoli  richiami  d’amore, s’incamminò  lungo la navata laterale nord, accarezzando  ogni  metro  della  parete ed ogni colonna con  la  dolcezza  di  un  innamorato. La  sua  voce, fattasi  suadente, illustrava ogni  punto della costruzione, ne indicava le pecche, suggeriva gli  interventi, esprimeva  compiacimento per le  sapienti  opere  di  restauro. Carlos  sentiva  in  cuor  suo che quella  persona,  ora in sua  compagnia, era  divenuta “altro” dal maestro  che  aveva  conosciuto, era come un uomo senza tempo che parlava di ogni  particolare  della  chiesa come se fosse stato presente alla sua edificazione. Colse  la diversità  nel  tono  della voce, nella dolcezza languida dello sguardo, nella leggerezza del passo. Percorsero il braccio laterale senza soffermarsi a visitare il tesoro e, passando sotto la tribuna del coro, fecero il giro delle cappelle che circondano l’altare: la cappella  della  croce, quelle di S.Engelbert, di Maternus, di S.Giovanni, dei Re Magi, di S.Agnese, di S.Michele, di  S.Stefano ed  infine quella  della Vergine Maria. Pierre  era  intento  solo  a  controllare  la  struttura  del tempio e la sua voce, Carlos  invece  guardava  sbalordito la bellezza sconvolgente  degli  arredi, degli  altari, delle  tombe  degli arcivescovi. Annotava velocemente  le  proprie  impressioni  per chiedere poi al maestro  le  spiegazioni  necessarie. Fu colpito al cuore dalla  dolcezza infinita del viso del Salvatore nella vetrata detta “Del lamento di Cristo”, una delle “Vetrate Bavaresi” della  navata  laterale  della  parte  sud, e fu altrettanto affascinato dall’opulenza del reliquario “dei Re Magi” contenuto  nell’omonima cappella. Aveva sempre pensato che una delle  colpe  maggiori del clero fosse quella di circondarsi di oggetti preziosissimi ed inutili quando tanta povera gente moriva di fame ed in molte rancorose  discussioni con  compagni  ed  avversari  di partito si era fatto forte della  propria cultura citando una celebre omelia di S.Giovanni Crisostomo: “….vuoi onorare il corpo di  Cristo? …..non onorarlo  qui  in  chiesa    con    stoffe   di   seta,  mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità” ( “Omelie sul vangelo di Matteo” omelia 50, 3;PG 58,508).

 Davanti a questo capolavoro  non  poté però non pensare che fonderlo sarebbe stato un delitto contro  tutta  l’umanità a cui questo oggetto ed il suo significato appartenevano. Scrisse in fretta:

“C’è  qualcosa  di  più, c’è  qualcosa “oltre”  il  limite  della mia vista, qualcosa che ha saputo  generare  questo  oggetto  e  l’ha reso  “segno”. Tu  sai  dirmi,  onestamente  e  ragionevolmente,

cosa sia?”

Entrarono anche nella cappella sacramentale, dove Pierre parve intento ad ascoltare qualcosa, forse una  voce  lontana, quindi si soffermarono a lungo nella zona dell’altare e nel coro antistante e Pierre si fece più pensieroso, constatando il deterioramento dei mosaici, degli intonaci e degli scranni.

– “Tutto  rimediabile,  per  fortuna.  Questa  cattedrale  gode  d’ottima  salute,  per  ora, ma non so a quante migliaia di turisti maleducati è disposta a resistere”.

La  stessa  sensazione di  disagio  l’aveva colto nella cappella dei Re Magi al  constatare i  danni del tempo e dei furti nel reliquario. Pierre ascoltava il respiro del  gigante, la sua voce interiore, accarezzava i marmi e le pietre, spesso li percuoteva con le nocche e vi  appoggiava  l’orecchio, alternava  le  misurazioni  strumentali a  rilevazioni che sembravano a Carlos totalmente irrazionali, basate com’erano sulle sue percezioni e sensazioni: pareva instancabile. Le ultime ore della notte trascorsero esaminando  con  la  potente  pila e la  strumentazione elettronica il triforium, le arcate e le torri, fin dove l’occhio poteva arrivare. Carlos  pareva  sopraffatto dalla stanchezza e dalla  bellezza del luogo e non riusciva più a  concentrarsi su altro che non fosse lo scrivere  fedelmente  quanto gli era dettato. I piedi gli dolevano; il  freddo gli  era  talmente  entrato nelle  ossa da  fargli  persino rimpiangere lo scatolone rimasto sotto il ponte con le povere cose affidate alla cura degli amici.

L’aria frizzante del mattino colpì il loro viso come una  sferzata ed uscirono come automi sotto un cielo nuvoloso che faceva presagire un’imminente pioggia.

– “Hai scritto tutto ?”

– “Tutto”

– “Immagino tu  sia troppo stanco per parlarne. Vieni, prendiamoci un buon caffè ed andiamo a dormire un po’ in albergo.”

– “Da quando in qua io vivo in un albergo?”

– “Da  ora, accidenti!, come  può  il  mio assistente dormire sotto un ponte? Ti ho riservato una camera nel mio hotel.”

– “Ma tu sei matto! Io in un posto così?”

– “Per poco, giusto una dormita per riprenderti dalla fatica.”

– “Dubito di riuscire a dormirci, ma proviamo!”

– “Poi andremo insieme a salutare gli amici, come ti ho  promesso.”

– “E la relazione quando la scrivi?”

– “Nel  pomeriggio. Il buon vecchio Fuchs ha altro a cui pensare ora.”

Salutarono  un  sacerdote, pregandolo di  ringraziare  per  loro l’arcivescovo e dando assicurazioni sul buono stato dell’edificio; quindi  scesero  alla  stazione, dove, attirati dal profumo di brioches  calde e  caffè, trovarono  un  piccolo bar già  aperto  nonostante l’ora  molto  mattutina e consumarono una piacevole prima colazione. Da lì presero un taxi e si fecero condurre all’hotel.

La stanchezza si era ora impadronita totalmente di  Carlos: era una grevità interiore, un senso di spiazzamento, di dislocazione.

Sentiva  di dover  rispondere a qualcosa che lo aveva interpellato, ma  questo  qualcosa era tanto  viscerale, tanto  profondo, da non essere intellegibile e da tradursi in un disagio  inesprimibile, in un bisogno di consolazione ed aiuto, in una povertà nuova, che nulla aveva a che fare con  quella  materiale a cui si era, per scelta, consacrato. Si sentiva svuotato, perché l’intuizione gli diceva  che  l’eroismo  della sua  scelta di  vita era poggiato su una convinzione di superiorità intellettuale  che non aveva riscontro nella  realtà: lui  non  era  niente  di  fronte alla maestosità dello spettacolo  cui  aveva  appena assistito. Seduto nella navata centrale al cospetto del sacro, si  era  sentito infinitamente piccolo e bisognoso di  tenerezza. Lui era un uomo, come amava egli stesso definirsi, dalle  poche  domande e dalle molte  risposte, anzi si compiaceva  che  non  esistesse una  sola  discussione nella quale fosse stato messo in difficoltà da un  interlocutore: la sua  abilità dialettica, la forza della sua coerenza di vita, la possibilità di essere  additato  ad esempio di un’ incarnazione dell’ideale comunista tratto alle estreme conseguenze, alla rinuncia di sé per abbracciare  i più poveri  tra i poveri,  lo rendevano dogmatico, di un dogmatismo assoluto, di una certezza granitica che del resto nulla  aveva  mai   contraddetto, insinuando anche il più piccolo dei dubbi. Era  un puro, un vero uomo di fede, la sua adesione all’ideale era incondizionata ed imprescindibile, determinava ogni suo  atteggiamento ed ogni suo pensiero, era il vero fulcro della  sua esistenza, la luce che ne illuminava ogni aspetto decidendo  quale  sfaccettatura porre in rilievo e quale in secondo piano.

La  delusione cocente ricevuta dai compagni di partito, così lesti a mettersi in tasca  l’ideale  quando  premevano  le  esigenze del tornaconto  personale,  l’aveva  reso anarchico ed un poco cinico, ma la  sua  solitudine  intellettuale  lo  aveva  temprato  e reso eroico ed onestamente predisposto al martirio in nome della sola verità dell’uomo sull’uomo che egli si sentisse di affermare.

In  quel taxi, però, qualcosa premeva alle sue tempie ed un dubbio si era affacciato alla mente  stanca: aveva sempre creduto il dogma  antitetico alla domanda  esistenziale  dell’uomo, la negazione stessa della domanda e del bisogno di porsela; ora prendeva in  considerazione  l’ipotesi  opposta: che il  dogma non fosse, cioè, nulla senza l’energia creatrice  della  domanda e da questa traesse  la sua essenza; che la vita dell’uomo fosse quindi una ricerca  indomabile  di  una  risposta esaustiva e che negare la domanda e  la  possibilità di  cambiamento  insita in questa significasse negare la vita stessa e  rendere  vane  le  risposte da tempo mandate a  memoria e  fatte  carne, svuotandone  di significato i termini ultimi: popolo, giustizia, uguaglianza, socialismo. Questo pensiero  lo  colse impreparato e decise di annotarlo brevemente per affrontarlo il giorno seguente a mente fresca.

“Ricordo  una stanchezza  infinita, che andava ben oltre i confini di un affaticamento fisico o di uno stress emotivo: tutto il mio essere, niente escluso, si raggomitolava su se stesso nella ricerca di un  focolare, di un affetto, di un respiro più  grande. Mi sentivo fragile e  provavo vergogna di me stesso; non era certo la prima volta  che  mi  deludevo ed avvertivo un senso angoscioso d’inadeguatezza alla vita o per  lo  meno alle  cose per  me importanti della vita: la scorza ruvida del condottiero era sempre più andata assomigliando, con gli anni, ad una maschera sgualcita. Nulla di fisico  mi  incuteva  timore, nemmeno la privazione cui mi ero costretto  per  ripartire  tutto ciò  che avevo  con chi  non  aveva niente,  non il freddo che d’inverno  a  volte  era feroce, non la fame, ma contro il  rovello  interiore che a volte mi assaliva all’improvviso alle spalle, ero totalmente indifeso.

Era forse il rimpianto per aver  perso Barbara per sempre e con lei  la  possibilità di un  amore, di una  casa, di una famiglia? Lei non mi aveva capito quando le dissi come avrei  voluto  vivere: condivideva le mie idee, questo sì, ma per lei dovevano rimanere idee, guai se avessero cercato di incarnarsi e diventare vita vissuta. Un  generico  socialismo che non turbasse troppo  l’agiatezza   in  cui viveva, un po’ di volontariato, un po’ di elemosina e la convinzione di essere nel giusto: questo per lei bastava.

Non per me, che  persino  davanti  alla  colazione  del mattino in quella misera Kneipe dei dintorni di München dove ci  eravamo conosciuti e dove lei, che era italiana, lavorava  per  apprendere il tedesco, pensavo  con  dolore a  chi  non  poteva permettersi di mangiare e nascondevo  sempre nel pastrano qualcosa da portare ai compagni meno fortunati. E  poi  l’amore per la poesia che avvelenava la sua vita, riempiendola di malinconie decadenti! Non  era  la  sana poesia  sociale di  Majakovskji o di  Neruda la sua! Non c’erano messaggi : solo il racconto di uno stato d’animo e la ricerca di un estetismo puramente inutile, perché  inefficace ad operare un cambiamento. Persino  quel suo  soprannome  era così infantile:  Osilas, il  mito  indio della creatura oscillante tra due  mondi, perennemente alla ricerca di una propria dimensione, di un significato. Carlos  ed Osilas, due ragazzi poco più che ventenni, che si fregiavano  di due nomi esotici, si erano divertiti a  spacciarsi  per  profughi cileni nella Germania della ricostruzione, in quel  tempo che degli idioti hanno battezzato postcomunismo, come se tutto ciò per cui  ho combattuto e tanti han dato la vita potesse essere cancellato così, con un colpo di spugna, con il crollo del muro della vergogna.

Carlos  l’eroe,  il puro, che  godeva il  rispetto  di tutto il partito, anche se non aveva nessun seguito sulla sua strada pericolosa di estremismo anarchico, di pacifismo esasperato, di rifiuto di ogni convenzione, Carlos il barbone, finito sotto un  ponte  del  Rhein per condividere  fino  in  fondo l’anima  dei miseri, stava per entrare nell’hotel più lussuoso di Köln e non per imbrattare i vetri con scritte  rivoluzionarie, bensì per dormirvi come il più squallido dei borghesi!

Cosa  avevo  trovato in  Pierre per  ubbidirgli in tutto come uno scolaretto? Mi è difficile dirlo anche ora, che  sono passati molti anni e lui non c’è più. Da  quel  momento,  dal  preciso istante in cui l’ho incontrato, ho smesso di avere un controllo sulla mia vita, ho smesso di pensare a ciò a cui pensavo, di essere ciò che ero, rafforzandomi nelle mie idee e nello stesso tempo  scavalcandole per andare  al fondo  di una  cosa  molto importante: la mia missione. Pierre era la contraddizione più folle: un dissoluto cinico, animato da una feroce volontà distruttiva  verso tutto ciò che gli era  negato, superbo, impietoso  verso  la  mediocrità e  rabbioso verso le convenzioni sociali  tanto da  parere un anarchico e poi, nella cattedrale, che era veramente la     sua     casa,     avevo    assistito    ad    una trasformazione  radicale in  uomo  pio,  capace  di  una  genialità soprannaturale e di udire i cori angelici.

Sembrava cercare Dio con tutto il proprio  essere, ma il suo non era  un canto di gioia, bensì un grido feroce, il grido del lupo incatenato che  chiama  la sua  foresta e la sua compagna, il grido del figlio abbandonato e  diseredato  che  implora perdono ed ha in risposta il silenzio. Questa contraddizione mi affascinò subito anche se  allora non  conoscevo  ancora il suo  segreto, né potevo presagirlo. Vedevo il  personaggio  pubblico che si era creato per sopravvivere e lo avevo mal giudicato, senza capirlo. Per fortuna ebbi poi modo di chiedergli scusa.”

Pierre si buttò sul letto pesantemente: era veramente esausto; il lavoro  assorbiva ogni  sua energia emotiva e lo lasciava svuotato, con un profondo senso d’insoddisfazione e fallimento, perché aveva sempre la percezione che molto ancora restasse incompiuto nonostante tutti i suoi sforzi e che tutto fosse, in ultima analisi, inutile. La stanchezza  gli impediva  di godere  del riposo e lo lasciava come inebetito, incapace di pensare, di  gioire, di  soffrire e per di più di pessimo umore. Non  tollerava  il  proprio  limite, quel  senso di torpore che si impadroniva di lui e ne offuscava le sensazioni; non  sopportava  più di  coricarsi  da  solo  dopo  una giornata  trascorsa  nell’eccitazione e nell’iperattivismo; non ne poteva  più di sopravvivere a se stesso in un gioco crudele di nobili aspirazioni  e passioni malate.

 “Life’s but a walking shadow…it is a tale  told by an idiot, full of sound and fury,signifying nothing.” (Shakespeare : “Macbeth” atto V, scena V : “La vita è soltanto un’ombra errante………una storia narrata  da un idiota, colma di suoni e di furia, senza significato.”)

Quante volte aveva riletto questo passo con rabbia feroce, contestandolo, aggredendolo,  imponendogli di tacere  nella  sua  anima e di non risuonare così affascinante alle sue orecchie!

Tutto é già deciso dall’Infinito? E’ tutto  come un immenso spettacolo teatrale ideato dall’Assente per suo divertimento? E quale significato, senza l’Assoluto? Quale dignità  per  l’uomo in una parzialità umiliante? Ed infine: se la vita dell’uomo è tanto miserabile da non  essere  che un  soffio, perché  questo assurdo privilegio d’essere lui solo considerato tanto importante da subire la prigione della perennità? Doveva leggervi l’amore speciale riservato agli eletti o la maledizione che portava nel suo  sangue impuro, nella sua malattia, che lo rendeva mostruoso  a sé stesso e lo costringeva a nascondersi?

“Life’s …..a poor player that struts and frets his hour upon  the stage and then is heard no more” (ibidem: “La vita è…un guitto che in scena si agita un’ora pavoneggiandosi, e poi tace per sempre”  )

Lui solo era condannato a recitare per sempre lo stesso copione!

Dormì qualche ora, facendo sogni agitati, anche perché il temporale si era scatenato in tutta la  sua  violenza, come fosse la voce della collera divina, e trapassava i muri in un infernale concento di suoni e luci, sovrastando  persino la voce asmatica del traffico nella  mattinata  lavorativa. Tutto  sembrava  chinare  il capo di fronte alla potenza degli elementi. Fu così che Pierre non percepì subito il lieve bussare alla porta della sua stanza.

Il disturbatore, deciso a farsi sentire, prese coraggio e forza finché la ebbe vinta sul sonno di Pierre. Egli emerse faticosamente dal letto, la  voce  gli  uscì  dal  petto a  fatica e  riuscì solo a dire “Vengo!”. Gli occhi non si aprivano, gli pareva di essersi appena coricato, ma non c’erano dubbi: non poteva essere che Greta, visto che aveva dato ordine in portineria di lasciar passare solo la ragazza e di  non  disturbarlo per alcun altro motivo. Indossò la vestaglia delle  grandi  occasioni, si  lavò  rapidamente il viso ed aprì la porta.

Davanti a lui una ragazza zuppa di pioggia con due occhi meravigliosamente  luminosi  si  scostò  con un gesto a lui familiare la ciocca di capelli che le copriva il viso.

– “ Catherine!!!”

FINE TERZA PUNTATA

(prossima puntata Sabato 30 Aprile) 

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Marcello Lippi.
Baritono. Nato a Genova, si è diplomato presso il conservatorio Paganini; e laureato presso l’istituto Braga di Teramo con il massimo dei voti. E’ anche laureato in lettere moderne presso l’Università degli studi di Genova. La sua carriera comincia nel 1988 con La notte di un nevrastenico e I due timidi di Nino Rota e subito debutta a Pesaro al Festival Rossini in La gazza ladra e La scala di seta. In seguito canta in Italia nei teatri dell’opera di Roma (Simon Boccanegra, La vedova allegra, Amica), Napoli (Carmina Burana), Genova (Le siège de Corinthe, Lucia di Lammermoor, Bohème, Carmen, Elisir d’amore, Simon Boccanegra, La vida breve, The prodigal son, Die Fledermaus, La fanciulla del west), Venezia (I Capuleti e i Montecchi), Palermo (Tosca, La vedova allegra, Orphée aux enfers, Cin-ci-là, Barbiere di Siviglia), Catania (Wienerblut, Der Schulmeister, das Land des Lächelns), Firenze (Il finanziere e il ciabattino, Pollicino), Milano ( Adelaide di Borgogna), Torino (The consul, Hamlet, Elisir d’amore), Verona (La vedova allegra), Piacenza (Don Giovanni), Modena (Elisir d’amore), Ravenna (Elisir d’amore), Savona (Medea, Il combattimento, Torvaldo e Dorliska), Fano (Madama Butterfly), Bari (Traviata, La Cecchina), Lecce (Werther, Tosca), Trieste (I Pagliacci, Der Zigeuner Baron, Die Fledermaus, Al cavallino bianco, La vedova allegra), Cagliari (Die Fledermaus- La vida breve), Rovigo (Werther, Mozart e Salieri, The tell-tale heart, Amica), Pisa (Il barbiere di Siviglia- La vedova allegra), Lucca (Il barbiere di Siviglia) eccetera. All’estero si è esibito a Bruxelles (La Calisto), Berlin Staatsoper (Madama Butterfly, La Calisto), Wien (La Calisto), Atene (Il barbiere di Siviglia- Madama Butterfly), Dublin (Nozze di Figaro, Capuleti e Montecchi),  Muenchen (Giulio Cesare in Egitto), Barcelona (La gazza ladra, La Calisto, Linda di Chamounix), Lyon (Nozze di Figaro, Calisto), Paris (Traviata, Nozze di Figaro), Dresden (Il re Teodoro in Venezia, Serse), Nice (Nozze di Figaro, The Tell-tale heart), Ludwigshafen (Il re Teodoro, Serse), Jerez de la Frontera (Nozze di Figaro), Granada (Nozze, Tosca), Montpellier (Calisto, Serse), Alicante (Traviata, Don Giovanni, Rigoletto, Bohème), Tel Aviv (Don Pasquale, Elisir d’amore, Traviata), Genève (Xerses, La purpura de la rosa), Festival Salzburg (La Calisto), Madrid (La purpura de la rosa, don Giovanni), Basel (Maria Stuarda), Toronto (Aida), Tokio (Traviata, Adriana Lecouvreur), Hong Kong (Traviata), Frankfurt (Madama Butterfly), Dubrovnik (Tosca), Cannes (Tosca), Ciudad de Mexico (La purpura de la rosa), Palma de Mallorca (Turandot e Fanciulla del west), Limoges (Tosca), Toulon (Linda di Chamounix) ed altre decine di teatri in differenti nazioni del mondo.
Dal 2004 al 2009 ha ricoperto l’incarico di Direttore Artistico e Sovrintendente del Teatro Sociale di Rovigo. Nel 2010 è stato direttore dell’Italian Opera Festival di Londra. Dal 2011 al 2016 è stato direttore artistico della Fondazione Teatro Verdi di Pisa.
Dal 2015 firma come regista importanti spettacoli operistici in tutto il mondo: ha appena terminato il Trittico di Puccini ad Osaka (Giappone), Cavalleria rusticana di Mascagni, Traviata di Verdi, Don Giovanni a Pafos, Tosca, Rigoletto e sarà presto impegnato in altre importanti produzioni estere ed italiane come Jolanta e Aleko. Ha firmato la regia anche di opere moderne come Salvo d’Acquisto al Verdi di Pisa e barocche come Il Flaminio con il Maggio Formazione di Firenze
Docente di canto lirico in conservatorio a La Spezia, Alessandria, Udine, Ferrara e ora a  Rovigo
Ha insegnato Management del Teatro all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano.
Ha fatto Master Class in varie parti del mondo, per esempio Kiev (accademia Ciaikovski), Shangai, Chengdu, Osaka, San Pietroburgo, San Josè de Costarica ed in moltissime città italiane.
Musicologo, ha pubblicato molti saggi: Rigoletto, dramma rivoluzionario    2012; Alla presenza di quel Santo   2005 quattro edizioni e 2013; Era detto che io dovessi rimaner…   2006;  Da Santa a Pina, le grandi donne di Verga   2006 due edizioni; Puccini ha un bel libretto   2005 e 2013, A favore dello scherzo, fate grazia alla ragione   2006 e 2013; La favola della ”Cavalleria rusticana”   2005; Un verista poco convinto  2005; Dalla parte di don Pasquale  2005; Ti baciai prima di ucciderti    2006 e 2013;  Del mondo anima e vita è l’amor   2007 e 2014Vita gaia e terribile   2007; Genio e delitto sono proprio incompatibili?   2006 e 2012; Le ossessioni della Principessa  2008 e 2012; Dal Burlador de Sevilla al dissoluto punito: l’avventura di un immortale 2014; L’uomo di sabbia e il re delle operette    2014; Un grande tema con variazioni: il convitato di pietra  2015; E vo’ gridando pace e vo’ gridando amor        2015; Da Triboulet a Rigoletto   2011;  Editi da Teatro Sociale di Rovigo, Teatro Verdi di Padova, Teatro Comunale di Modena, Festival di Bassano del Grappa, Teatro Verdi di Pisa.
Ha pubblicato  “una gigantesca follia” Sguardi sul don Giovanni per la casa editrice ETS. Nel 2012 Ha edito un libro di poesie “Poesie 1996-2011” presso la casa editrice ABEdizioni. E’ nell’antologia di poeti contemporanei “Tempi moderni” edito da Libroitaliano World. E’ iscritto Siae ed autore delle versioni italiane del libretto delle opere: Rimskji-Korsakov  Mozart e Salieri; Telemann  Il maestro di scuola; Entrambe rappresentate al Teatro Sociale di Rovigo ed al teatro Verdi di Pisa. Dargomiskji Il convitato di pietra  rappresentata al teatro Verdi di Pisa

 

 

 

 

 

 

 

Redazione Cultura

la Cultura di Young, diretta da David Colantoni.

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