Taiwan: i referendum dicono ‘no’ ai diritti LGBT e ‘sì’ al nucleare

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25/11/2018 Giulio Chinappi 1284

Sabato 24 novembre, i cittadini di Taiwan sono stati chiamati alle urne per le elezioni amministrative locali, che hanno visto lo storico partito del Kuomintang, il Partito Nazionalista di Cina, recuperare terreno sul Minjindang, il Partito Democratico Progressista, la forza di centro-sinistra attualmente al governo, ed alla quale appartiene il capo di Stato, Tsai Ing-Wen. Il duopolio tra i due partiti principali, per altro, non ha retto proprio nella capitale Taipei, dove il cinquantanovenne Ko Wen-Je, candidato come indipendente, è stato confermato nel ruolo di sindaco.

Alle elezioni amministrative, però, si sono aggiunti ben dieci quesiti referendari sui quali i cittadini taiwanesi sono stati chiamati ad esprimersi. Quattro di questi riguardavano questioni ambientali, che però hanno avuto un esito contraddittorio. Da un lato, infatti, gli elettori hanno voluto fermare lo sfruttamento dell’energia a carbone (76.41%) e si sono espressi per mantenere il blocco delle importazioni di derrate alimentari prodotte nell’area giapponese di Fukushima  e nei quattro distretti circostanti di Ibaraki, Tochigi, Gunma e Chiba (77.74%), confermando la precedente decisione del governo, dall’altro hanno deciso di abrogare l’articolo 95 della legge nota come “Electricity Act”, che puntava a far uscire il Paese dalla spirale dell’energia nucleare. Secondo la legge in questione, infatti, tutte le centrali nucleari del Paese sarebbero dovute essere dismesse entro il 2025, ma il 59.49% degli elettori si è espresso per l’abrogazione dell’articolo.

Attualmente, Taiwan possiede tre centrali nucleari attive (Jinshan e Kuosheng a nord dell’isola, Maanshan a sud), oltre alla centrale di Lungmen, la cui costruzione è stata interrotta dal governo qualche anno fa. L’energia nucleare fornisce il 15% dell’elettricità del Paese ad un prezzo relativamente basso rispetto ad altre fonti, ma il governo del Partito Democratico Progressista, eletto nel 2015, aveva lanciato un piano per l’uscita dal nucleare nell’arco di dieci anni. Le proiezioni diffuse, tuttavia, hanno affermato che la chiusura delle centrali avrebbe causato un aumento dei prezzi dell’energia del 10%, oltre ad un calo del PIL dello 0.5%, dati che probabilmente hanno spinto i cittadini ad esprimersi per la continuazione dello sfruttamento dei reattori (ogni centrale ne possiede due). Non bisogna dimenticare, infatti, che Taiwan resta un Paese fortemente dipendente dall’estero per le proprie fonti di approvvigionamento energetico, importandone oltre il 90%.

Un altro blocco di cinque quesiti riguardava invece i diritti della comunità LGBT. Solamente il 30.92% dei votanti, però, si è espresso in favore del quesito più atteso, quello che avrebbe aperto le porte ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, mentre il 69.46% ha risposto affermativamente alla proposta di definire il matrimonio, all’interno del Codice Civile, come unione tra un uomo ed una donna. Bocciata anche la proposta di inserire nelle scuole programmi riguardanti “l’importanza dell’eguaglianza di genere, l’educazione emozionale, l’educazione sessuale”, votata solamente dal 32.09%, a dimostrazione di un tradizionalismo che persiste nella società taiwanese, secondo alcuni da attribuirsi all’educazione di matrice confuciana impartita nel Paese. In pratica, i cinque quesiti sull’argomento hanno bocciato qualsiasi tipo di miglioramento effettivo per la comunità LGBT taiwanese.

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I risultati del referendum, però, contrastano con il parere dell’Alta Corte di Taiwan, il massimo organismo giuridico del Paese, che il 25 maggio 2017 aveva emesso una sentenza con la quale giudicava incostituzionale il divieto di matrimonio per persone dello stesso sesso, dando due anni di tempo al governo per emettere una legge per rimediare. All’orizzonte si prospetta dunque una battaglia giuridica tra fautori ed oppositori dei matrimoni omosessuali, anche se la Costituzione non dovrebbe contradditori in quanto fonte primaria del diritto di uno Stato.

Infine, l’ultimo quesito riguardava la denominazione del Paese per i prossimi Giochi Olimpici di Tokyo 2020. A causa del contenzioso con la Repubblica Popolare Cinese, infatti, Taiwan partecipa attualmente alle competizioni sportive internazionali con la denominazione di Cina Taipei, non potendo utilizzare il proprio nome ufficiale di Repubblica di Cina né la bandiera nazionale, sostituita da quella del proprio Comitato Olimpico Nazionale. Non dimentichiamo, infatti, che Taiwan ebbe origine quando, sconfitti dai comunisti di Mao Zedong, i nazionalisti del Kuomintang, guidati dal leader Chang Kai-Shek, si rifugiarono sull’isola, dando vita ad un governo parallelo a quello di Pechino, e restando per molti anni l’unico governo cinese riconosciuto dal blocco occidentale. Il contenzioso non ha mai raggiunto una risoluzione ufficiale, e permane una forte rivalità diplomatica tra i due governi, anche se nel frattempo quello della Repubblica Popolare Cinese è stato naturalmente riconosciuto come legittimo governo della Cina continentale da tutto il mondo. Ad ogni modo, il 52.29% dei votanti ha bocciato la proposta di presentare la denominazione di “Taiwan” alle prossime Olimpiadi, confermando dunque il nome attuale.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam", Paese nel quale risiede tuttora.

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