“Nel fondo del caffè”

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25/06/2019 Rosanna Gaddi

Seduto sul pavimento gelido del cesso di un autogrill, la testa schiantata alla porta, la schiuma alla bocca, le gambe distese di fronte, gli occhi fissi, piccoli, persi sulla punta delle scarpe, il braccio sinistro lungo a terra, la mano destra che stringe una siringa e l’ago ancora conficcato nella carne.

Guardandolo mi tornarono in mente gli occhi dolci di lei, il suo sorriso pieno di amore e compassione quando dal letto di ospedale mi guardava e con la poca forza rimasta mi stringeva la mano. Nel suo braccio tanti aghi che provavano a darle vita e serenità. Trovarmi di fronte un morto per overdose da eroina mi fece salire rabbia e rancore. Ripensai all’attaccamento alla vita. Riascoltai dentro me le risate scroscianti della bambina prima della fine improvvisa.

Pensai che lassù, oltre quel lurido soffitto, c’era il cielo e ancora più su l’infinito spazio in cui si muovono e si rincorrono le anime immortali degli esseri viventi. Chissà cosa spinge un uomo a procurarsi una non vita dipendente da una sostanza che impone il proprio regime? Cosa convince una persona pensante ad abbandonare la mente e a farsi del male in vista di una felicità effimera e falsata?

Da tempo il mio lavoro non mi piaceva più.
Osservare cadaveri, stabilirne decessi e cause, spiarli nelle loro intimità, scoprirne i segreti, mi sembrava poco rispettoso.
Quando mi dissero che anche lei sarebbe stata sottoposta ad autopsia, stetti male. Mi arrabbiai col mondo e volli sapere il nome del medico che avrebbe dovuto fare scempio del suo corpo. Corsi a minacciarlo. Lui mi guardò e mi disse di tranquillizzarmi. Avrebbe avuto cura di lei come fosse stata sua figlia.

Ma quella era mia figlia.
Non l’avevo tenuta in grembo, ma l’avevo cercata a lungo, inseguita tra le foto dell’associazione e cresciuta da quando prendeva il latte in polvere.
Era mia figlia e non c’era più. Erano passati molti mesi e lei non c’era più. Trovarmi di fronte l’ennesimo ragazzo incapace di affrontare la vita, lasciato solo di fronte alle paure e alle difficoltà, abbandonato a visioni astrali, mi scaraventò nuovamente nel silenzio. Mai possibile che non ci fosse via d’uscita a quella insensata logica che oramai dominava il mondo in cui abitavo?

Uscii dal bagno dell’autogrill e dissi all’inserviente di bloccare la porta. I poliziotti avrebbero fatto il resto. Mi aggrappai ai ricordi e salii in sella alla mia Triumph Bonneville T100. Scelsi ancora una volta di lasciarmi tutto alle spalle. Feci il giro delle strade della mia città e mi fermai solo all’alba. Avrei dovuto fissare i pensieri e inviarli al più presto al collega del più vicino ospedale e spiegare per quale motivo stavo cedendo. Non avrei potuto più essere d’aiuto. Il mio tempo lì era terminato.

Da quanto tempo mi guardo intorno e vedo solo rovine? Piccoli aerei sorvolano la città, la mia città. In questa vita post-apocalittica nemmeno l’aria è più come un tempo. Si attacca addosso e punge, squarcia i petti e si infila nei polmoni. Da dentro sento il mio corpo che urla e vorrebbe riprendere a correre libero sui prati. Persino il cielo non ha più la forza di sorreggere nuvole infinite di fumo e cenere. Cammino nel silenzio assordante frantumato da boati improvvisi e sibili perforanti.

Mi sembra quasi di sentire ancora le sue coinvolgenti risate di quando giocava per strada a rincorrere i capelli, mentre code di cagnolini dalla gioia incontenibile si muovevano ritmicamente. Ridere, amare, dormire, sognare, scrivere, cantare, sono verbi, sono azioni di cui sento l’assenza e sentire l’assenza di qualcosa è un non ritorno.

Invece tu mi manchi, forse tornerai.
Mi resta solo di viaggiare con la fantasia nei ricordi e nelle speranze. Attraverso le mie strade quasi come fossi una ladra, come se fossi io l’ospite poco gradita.
La verità è altro. L’invasore sei tu, capitano, dai baffetti neri e il ghigno snervante. Io sono una figlia di questa terra, in cerca di un abbraccio perduto. Non sono riuscita a difenderti, piccola mia, e non difendendo te non ho protetto nemmeno me stessa.

Quanti anni ho speso nel costruire una casa andata distrutta? Di quante cose mi sono privata per rincorrere denaro? Cos’è il denaro? A cosa è servito? Ho trascorso buona parte del mio tempo a cercare di realizzare “cose” e fare “fatti”, scusandomi per il poco tempo libero, sfuggendo gli sguardi delle persone, chiacchierando di inutilità. Sarebbe bastato uscire, sdraiarmi su di un prato e osservare le stelle, con te tenuta per mano.

Dove sono le stelle ora?
Non guardo il cielo di notte da così tanti giorni che non ricordo più la sensazione di libertà e paura trasognata. Il buio di adesso fa paura, anzi, terrorizza, poiché è un buio cattivo, creato dagli uomini per intrappolare i sogni e trasformarli in incubi. Chissà che fine hanno fatto tutti? Chissà che sapore ha il caffè? Chissà se riesco più a vederci un futuro? La mia mamma lo faceva ogni mattina e lo prendevamo insieme, sedute al tavolo, in cucina, per rendere il giorno un buon giorno e augurarci un buon futuro. Lei ci guardava e rideva, mentre beveva il suo caffè nella tazzina della casa delle bambole. Quando torno a casa e vado in cucina, ora, ho ancora il tavolo e la sedia, senza mia figlia, senza mia madre e senza il caffè.

La mia ultima previsione fu che presto avrei lasciato la città.

L'AUTORE
Laureata in Storia & Filosofia. Insegnante di Scuola dell’Infanzia. Scrive favole per bambini, racconti e romanzi. Sindacalista per vocazione, chitarrista per passione, cura rassegne di cortometraggi e collabora con critici e artisti. Ha pubblicato una raccolta di favole “Un Totem da Favola” e un romanzo intimista “Diario Terapeutico del Male”.

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