Il Manifesto di Ventotene che gli europeisti non hanno letto

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30/06/2018 Giulio Chinappi 1267

Il Manifesto di Ventotene, il cui vero titolo è “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”, rappresenta uno dei documenti più citati degli ultimi anni, in quanto – secondo gli europeisti dei nostri giorni – rappresenterebbe una giustificazione teorico-morale all’esistenza dell’Unione Europea. Redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941, quando i due si trovavano al confino sull’isola pontina, fu pubblicato nel 1944 da Eugenio Colorni, che ne scrisse anche la prefazione.

Prima di iniziare nella nostra dissertazione, è bene chiarire un punto: il Manifesto fu scritto in pieno regime fascista e nel corso della seconda guerra mondiale, dunque rispondendo al contesto storico-politico dell’epoca, dove gli obiettivi primari erano l’abbattimento del nazi-fascismo e la fine delle guerre che periodicamente imperversavano in Europa. Questo spiega anche, almeno in parte, la maniera semplicistica con la quale gli autori formulano l’equivalenza tra esistenza degli Stati nazionali e la degenerazione nazionalistica ed imperialistica degli stessi: “L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso […]. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”.

L’analisi degli autori si rivela dunque fallace ed inadeguata per il nostro tempo, ribattuta quando si dice che “la sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo “spazio vitale” territori sempre più vasti”, cosa chiaramente contraddittoria. Il riconoscimento della sovranità nazionale, infatti, implica il suo esercizio solamente all’interno dei confini del proprio Stato, ed allo stesso tempo prevede il rispetto della sovranità intangibile degli Stati terzi. Questo concetto, dunque, non può portare in sé i germi dell’imperialismo, se non contaminato con altri fattori, ideologici (supremazia di un Paese o di una “razza” sugli altri) ed economici (liberismo).

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Un’altra falla del documento, ancora una volta dettata dal contesto storico-politico del tempo, è quella che in realtà l’analisi si limita principalmente alle vicende degli Stati totalitari, in particolare della Germania nazista, preconizzando che in futuro gli Stati totalitari prenderanno il sopravvento su quelli democratici: “Gli stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più coerente l’unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati gli organismi più adatti all’odierno ambiente internazionale. Basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere”. In quest’analisi, manca totalmente la presa di coscienza che furono determinate condizioni di politica interna, causate a loro volta dall’umiliante trattato di Versailles, a portare la Germania sulla via del nazismo e, naturalmente, gli autori non potevano sapere all’epoca quale sarebbe stato l’esito della seconda guerra mondiale. Spinelli e Rossi, infatti, parlano più volte di una ipotetica vittoria delle potenze nazi-fasciste ed addirittura un’imminente terza guerra mondiale, previsioni fortunatamente rivelatesi erronee.

In caso di vittoria delle forze democratiche, invece, gli autori propongono la formazione di una federazione europea, partendo però da assunti alquanto dogmatici e non riscontrabili nei fatti: ad esempio, si fa passare l’idea che uno stato più esteso e popolato tenda automaticamente ad una maggiore democraticità, e che gli organismi sovranazionali siano per natura portatori di democrazia. Due assunti assolutamente non dimostrabili, ma che anzi possono essere facilmente smentiti dai fatti. Spinelli e Rossi, ad esempio, non considerano il fatto che all’interno di un organismo sovranazionale resterebbero gli interessi contrastanti che diverse aree geografiche possono avere, e non giungono mai al nocciolo della questione, ovvero che questi interessi contrastanti sono causati non dall’esistenza degli Stati nazionali in sé, ma dal fatto che questi sono inseriti in un contesto liberista che prevede la competizione, e non la cooperazione, come principio cardine.

Ma la parte più macabra del discorso deve ancora arrivare: “È ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti”. Gli autori, che tanto si erano espressi contro i pericoli dei totalitarismi, di fatto preferirebbero un super governo globale, di quelli preconizzati da alcuni complottisti, che sia in grado di imporre il proprio volere con la forza ai Paesi del pianeta, infrangendone dunque la sovranità a proprio piacimento. Il testo del Manifesto, infatti, ribadisce che un’Europa unita rappresenta solo un primo passo verso un unico governo mondiale: “E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo”. Infine, affermano che questo modello va imposto, in quanto “il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare”, negando di fatto il principio democratico di sovranità popolare e descrivendo di fatto il popolo come una massa di idioti incapaci di intendere e di volere.

Visti gli aspetti più inquietanti e fuorvianti del Manifesto di Ventotene, passiamo ora agli aspetti che invece andrebbero riscoperti ed applicati, e che sono in pieno contrasto con l’Unione Europea attualmente vigente. Nel documento, infatti, si spiega quale dovrebbe essere il modello economico da applicare all’interno del nuovo superstato europeo, parte che gli europeisti dei nostri giorni dimenticano troppo spesso di citare, perché non collima affatto con la loro visione iperliberista del mondo: “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”. Insomma, tutto il contrario di quello che accade oggi in un’Unione Europea che fa dei lavoratori carne da macello.

Spinelli e Rossi proseguono su questa strada affermando che “le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime”. Tradotto in termini odierni, non possiamo far decidere gli indirizzi politico-economici di un governo dallo spread, ma la priorità dev’essere data al benessere delle persone. Gli autori, del resto, pur non essendo totalmente favorevoli all’abolizione della proprietà privata, dicono anche che “la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”, sostengono poi “una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio”, e si esprimono contro la privatizzazione delle grandi imprese monopolistiche e di interesse pubblico (elettriche, siderurgiche, minerarie, di armamenti e – udite, udite – grandi istituti bancari). Piccola nota di colore, nel documento si parla contraddittoriamente di “nazionalizzazioni” dopo aver proposto l’abolizione degli Stati nazionali, a dimostrazione del fatto che, al di là buoni intenti, gli autori hanno espresso le proprie idee un po’ confusamente e con qualche falla teorica.

Dunque, fatta questa breve carrellata di alcuni dei passi più rilevanti del Manifesto di Ventotene, possiamo dire che gli europeisti dei nostri giorni ne hanno preso ispirazione solo per il suo lato più oscuro, quello che da un lato critica i totalitarismi e dall’altro propone l’imposizione di un altro tipo di totalitarismo, mentre hanno completamente dimenticato il modello economico proposto che, pur non essendo del tutto rivoluzionario, rappresenterebbe un grande passo avanti rispetto all’iperliberismo oggi imperante, oltre ad essere decisamente compatibile con la Costituzione Italiana, al contrario dell’odierna Unione Europea.

Spinelli e Rossi, del resto, non sono stati affatto originali, nel senso che l’idea di un’unione federativa degli Stati europei esisteva già da tempo, ed era stata proposta di politici ed intellettuali sin dalla fine dell’800. Già dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, il primo ministro francese Aristide Briand ebbe l’idea di creare una sorta di Unione Europea ante litteram per garantire la sicurezza in Europa. Il 5 settembre 1929, in occasione della decima Assemblea della Società delle Nazioni, Briand ne parlò apertamente: “Penso che tra i popoli che sono geograficamente raggruppati come popoli d’Europa, debba esistere una sorta di legame federale; questi popoli devono avere in qualsiasi momento la possibilità di entrare in contatto, di discutere i loro interessi, di prendere decisioni comuni, di stabilire fra loro un legame di solidarietà, che permetta loro di far fronte, al momento opportuno, a circostanze gravi, qualora venissero a crearsi”. Al termine del discorso, Briand ammonì: i legami economici sarebbero stati importanti, vista anche la crisi che imperversava in quegli anni, ma sarebbero stati necessari anche e soprattutto dei legami politici, pur “senza intaccare la sovranità di nessuna nazione”.

Come già aveva compreso Vladimir Lenin nel 1915, “gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico non possono che essere impossibili o reazionari”, ed oggi siamo nel pieno della seconda ipotesi. Un’Europa unita progressista non può dunque nascere dall’iniziativa della classe dominante, come accaduto con l’odierna Unione Europea, ma deve essere frutto dell’azione rivoluzionaria delle classi dominate, come ricordava Trostky: “Il fine del proletariato europeo non è la perpetuazione dei confini ma, al contrario, la loro abolizione rivoluzionaria, non lo status quo, bensì gli Stati Uniti Socialisti d’Europa!”. Nel frattempo, dovremo accontentarci di opporci a quest’Unione Europea e di lottare per il recupero della sovranità nazionale di ciascuno Stato, non già per fomentare la competizione tra questi, ma per stimolarne la cooperazione ed il rispetto reciproco, in attesa di tempi migliori.

BIBLIOGRAFIA

DUROSELLE, Jean-Baptiste (1998), Storia diplomatica dal 1919 ai nostri giorni

LE DRÉAU, Christophe (2009), L’Alliance pour la souveraineté de la France et l’émergence du militantisme souverainiste (1997-2002)

LENIN, Vladimir (1915), Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa

SPINELLI, Altiero & ROSSI, Ernesto (1944), Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto

TROTSKY, Lev (1937), La rivoluzione tradita

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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