Lo spettro della post-democrazia si aggira per l’Europa

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03/11/2015 Attilio De Alberi 753

Quanto si è consumato a Roma la settimana scorsa con la caduta ufficiale del sindaco Ignazio Marino è stato descritto come una farsa. Il termine è corretto, ma si tratta di una farsa tragicomica non solo per i diretti interessati, ossia Marino e i cittadini che l’avevano eletto. A questi potremo aggiungere la giunta comunale che non ha avuto alcuna voce in capitolo.

La defenestrazione del chirurgo marziano attraverso un palese atto di potere, con tutte le ciniche macchinazioni del caso, altro non è che l’ultimo capitolo della marcia verso quella che non pochi osservatori, forse eufemisticamente, descrivono come post-democrazia.

Certamente, al netto dello scandalo non ancora chiarito degli scontrini – come non è stato ancora chiarito l’equivalente fiorentino durante l’amministrazione Renzi – e che, a sentire i rappresentanti PD, non è stato il motivo per cui si sono liberati di Marino, l’ex-sindaco di errori ne ha fatti. A parte la sua impreparazione a gestire una città così complessa (e corrotta) come Roma, è stato descritto come superficiale e narcisista. E poi di calli a destra e a sinistra nelle file dell’ancien regime romano ne ha pestati, cominciando con la sua iniziativa di togliere certe licenze ai commercianti abbarbicati attorno al Colosseo. E poi ai membri più retrivi dell’establishment vaticano la sua facilità nel celebrare matrimoni gay, per giunta fregandosene altamente del sommo parere legale del Ministro degli Interni Alfano, non è andata giù. In confronto, il supposto auto-invito a Philadelfia durante il tour papale è una marachella.

Ma non confondiamo gli alberi con la foresta, come spesso siamo tentati di fare, anche grazie all’incessante imbeccata di certi media italioti, più che mai asserviti al potere. Non per l’ultimo L’Unità: se il suo creatore, Antonio Gramsci, lo leggesse farebbe le capriole nella tomba. Capriole accompagnate da una sana dose di disgusto.

Per tornare alla sceneggiata/tragedia shakespeariana, le famose 25 coltellate dei bruti-yes-men-renziani inflitte al Cesare (si fa per dire) Marino hanno colpito non solo il marziano e quello che rimane del cosiddetto Partito Democratico, ma la democrazia tout court.

Affrontiamo dunque il concetto di post-democrazia. Questo neologismo nasce all’inizio del secolo in Inghilterra – beh, dopo tutto la democrazia in qualche modo comincia proprio lì grazie alla Magna Charta. Il copyright è del politologo Colin Crouch, secondo il quale l’applicazione delle regole democratiche nella prassi politica, sociale ed economica viene in realtà progressivamente svuotata. Secondo questa teoria politica le democrazie tradizionali rischiano di perdere parte dei loro caratteri costituenti a favore di nuove forme di esercizio del potere, prevalentemente oligarchiche. Come case study, Colin fa riferimento alla gestione del potere da parte di personaggi come Tony Blair e Berlusconi, anche se, sorpresa, sorpresa, ultimamente include nella casistica il nostro Primo Ministro Matteo Renzi.

E a proposito del caso Italia, Crouch ha ultimamente introdotto una specificazione: in Italia più che di post-democrazia si può parlare oggigiorno di “democrazia autoritaria”. E’ forse un caso se Matteo Renzi ha coscientemente portato avanti la blairizzazione del Partito Democratico e se da molti viene descritto come il vero delfino dell’ex-cavaliere?

Quindi vale la pena di concentrarsi non solo sui motivi per cui il PD renziano si è disfatto di Marino, ma del come. Per parafrasare MacLuhan, il mezzo è il messaggio.

E’ inutile nasconderci che questo patetico golpettino fa da “divertente” contorno al golpone dei cambiamenti alla costituzione che porteranno, se si concretizzeranno fino in fondo, a una democrazia sempre più autoritaria.

Ma, ahimè, questo spettro post-democratico non è appannaggio della nostra povera repubblica. Il triste epilogo del sogno greco, con il ministro delle finanze tedesco dietro le quinte, pronto a dichiarare tranquillo a Varoufakis che le decisioni popolari non gli fanno un baffo, o la “strana” decisione del presidente portoghese di nominare un governo di centro-destra pur sapendo che esiste una coalizione maggioritaria a sinistra, ci fanno capire che la crisi della democrazia è un fenomeno di carattere continentale.

Per dirla all’americana: è ormai tempo di svegliarci e annusare il caffè.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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